Do good

by • 20/02/2007 • RecensioniComments (0)700

L’estremamente prolifico singjay Sheldon Campbell, conosciuto universalmente con il nome di Turbulence, pubblica per la seconda volta un album con l’etichetta Minor7Flat5, dal titolo Do Good. Il produttore è ancora una volta Brotherman. Un prodotto molto interessante poiché caratterizzato da suoni inconsueti e spesso non molto sperimentati dalla scena reggae contemporanea. Nelle 14 tracce presenti nel disco c’è spazio, infatti, per influenze disco, soul e più tipicamente hip-hop come ad esempio nella canzone Good Time. Anche il roots più classico trova posto in questo album, nella canzone Next Flight. Un piccolo passo indietro rispetto alle infuocate invettive da Bobo Dread di Turbulence ma comunque, a mio parere, un buon esperimento da affinare e perfezionare. Certo, per i puristi del genere questo crossover non è un buon segno. Ma è un dato di fatto che il mondo dei singjay si stia sempre più avvicinando alle sonorità hip hop statunitensi. È un inevitabile segno dei tempi! Ma state tranquilli. Il messaggio in Do Good rimane comunque forte e Turbulence è incisivo e caustico come sempre. Degne di nota sono le combinations con Higher Trod Family in Move On, traccia caratterizzata dal campionamento di violini, e con the messenjah Luciano in Fredoom Train, dove la calda voce baritonale di quest’ultimo ben si sposa con i vocalizzi di Turbulence. Anche il remix di Marihuana a cura dei Northern Lights conferisce all’intero album quel senso di originalità di cui parlavamo prima. Il disco è stato parzialmente registrato nei mitici Tuff Gong Studios e alla sua realizzazione hanno partecipato grandi musicisti del calibro di George "Dusty" Miller, Leroy "Horse Mouth" Wallace, Danny Bassie, Paul "Wrongmove" Crossale, Lloyd "Obeah" Denton, Dean Frazier, Nambo Robinson, Dwight Richards e Sticky Uziah Thompson. Per sintetizzare i giudizi, Do Good è un disco di passaggio per l’artista Turbulence. Una vera e propria svolta. Con questa produzione, egli ha sicuramente cercato di conquistarsi fette di mercato più ampie, con sonorità nuove e del tutto inusuali per un pubblico prettamente reggae. Sono certo, infatti, che il pubblico hip hop amerà questo disco! Qualcuno degli aficionados potrà storcere il naso ma, come ho già affermato, è un’evoluzione inevitabile. I generi simili si alimentano e si ispirano reciprocamente. E questo non deve essere visto necessariamente come un male bensì come un arricchimento.

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