Dj Myke: l’intervista

by • 28/06/2010 • IntervisteComments (0)593

Non c'è dubbio: Hocus Pocus è uno degli album italiani più sorprendenti del 2010, e il suo autore, dj Myke, si conferma capace di una visione ampia e lungimirante, che guarda al futuro con intelligenza e riesce a portare una ventata di freschezza in un panorama ormai un po' ammuffito. Il vero merito di quest'album è quello di aver creato qualcosa di innovativo senza per forza dover ricalcare le ultime tendenze in arrivo dagli States, cosa rara, preziosa e davvero apprezzabile, soprattutto perché è stata creata con l'attitudine e l'umiltà di un artigiano al lavoro. Se non ci credete, fate un salto a uno dei live chitarra acustica, giradischi e voce che Myke ha inventato: il vostro modo di pensare allo scratch cambierà radicalmente. Lo abbiamo incontrato proprio dopo una di queste performance negli studi di Radio2, insieme a Rancore, forse l'mc più promettente della nuova generazione. Prestate orecchio a quello che hanno da dire.

Blumi: Sei uno dei dj italiani più apprezzati e premiati anche a livello internazionale. Negli ultimi anni, però, sembra che in Italia di turntablism si parli sempre meno. Perché, secondo te?

Dj Myke: Credo che la colpa sia in gran parte dei dj. Se non sono loro a parlare di turntablism e a tenere viva l'attenzione sul fenomeno, chi dovrebbe farlo? Ultimamente parecchi miei colleghi – forse perché lo scratch non è di moda, non porta soldi, genera frustrazione, chissà – hanno smesso di occuparsene e si sono discostati da questa scena, avvicinandosi magari a quella della musica elettronica. Non è certo la stessa cosa, ed è sempre più difficile farlo capire. Viviamo in un'epoca in cui con un pc e un piccolo aggeggio da 20 euro chiunque può far ballare 5000 persone: la gente, vedendo arrivare me che per fare la mia musica ho bisogno di dieci anni di esperienza, due giradischi, un mixer e una pedaliera, non capisce e mi prende per pazzo! (ride) Insomma, è un gatto che si morde la coda: se la scena si spopola non c'è fermento, se non c'è fermento nessuno ne parla, se nessuno ne parla nessuno sa che esiste. E se nessuno sa che esiste, quei pochi che ne fanno parte si lamentano. Ma loro per primi dovrebbero attivarsi per cambiare le cose.

B: A proposito di questo, com'è la situazione per quanto riguarda le gare? L'ITF, ad esempio, ultimamente sembra essere scomparso dai radar, ed era uno dei contest più prestigiosi e attesi fino a qualche anno fa…

D.M.: A dire il vero ha cambiato nome, adesso si chiama IDA e effettivamente è un po' meno esposto a livello mediatico. Ma, anche in questo caso, è un problema di cattiva comunicazione: ti basti pensare che gli ultimi campioni mondiali nella categoria Show sono italianissimi. Si chiamano Scratch Busters, ovvero Bioshi e Drugo. Eppure nessuno lo sa. Il problema è che la gestione di questo tipo di cose viene affidata a persone che non si preoccupano di divulgare, ma tengono tutto per sé. Chi non è capace di scratchare, ovvero il pubblico e le potenziali nuove leve, viene considerato un essere inferiore e quindi resta escluso automaticamente dalla conoscenza. Ho la sensazione che in Italia le gare non siano state create per gareggiare, ma perché le persone giuste avessero la possibilità di fare uno showcase in un contesto prestigioso.

B: Visto il momento storico, quindi, come mai proprio ora hai deciso di metterti a lavorare a un album, oltretutto così sperimentale e complicato da realizzare?

D.M.: In effetti è stato un processo lungo e laborioso, soprattutto perché non si tratta di un album individuale. Normalmente il dj è l'individualista per eccellenza, essendo un'orchestra umana, ma io ho voluto tentare qualcosa di diverso. Costruire un disco con ventiquattro collaborazioni tra rapper e cantanti, compresi alcuni molto importanti, senza essere appoggiato da nessuna etichetta e senza avere un budget vero e proprio, è stato un piccolo miracolo; potevo contare solo sulla stima degli artisti a cui avevo chiesto un featuring, e sono felice che sia bastata. Tornando alla domanda, secondo me in questo momento la musica italiana ha bisogno di una sferzata di rinnovamento, e qualsiasi novità, anche una piccola come Hocus Pocus, è importantissima. Creare qualcosa di cui poi si può discutere, anche a livello underground, può fare la differenza; sono sempre stato dell'idea che un disco che non fa discutere non vale la pena di essere pubblicato. Oggi sembra che la maggior parte degli album lasci completamente indifferente l'ascoltatore: io preferisco che la mia musica faccia schifo a tutti, piuttosto che non generi giudizi di nessun tipo. Sapevamo già in partenza che per la scena hip hop questo sarebbe stato un lavoro complicato da capire: parole come sperimentale, alternativo, ultimamente sono davvero abusate, perciò non le userò. Diciamo che nei miei lavori cerco di mettere soprattutto personalità, perché devi mettere in gioco te stesso se vuoi ricevere un riscontro genuino in cambio.

B: Infatti: come ti aspettavi che il mondo hip hop recepisse un disco del genere e, visto che è uscito da un po', com'è che l'ha effettivamente recepito?

D.M.: In genere io parto pieno di illusioni e aspettative che poi non si realizzano mai, purtroppo… (ride) Stavolta, quindi, ho deciso di non aspettarmi nulla: speravo solo che generasse almeno un po' di curiosità. E la gente mi ha ripagato adeguatamente: in tanti mi hanno detto che il mio è un disco vero, non un progetto costruito a tavolino, e questo mi ha fatto molto piacere. Anche dagli addetti ai lavori ho avuto ottimi riscontri, perfino da rivali storici… Ma la cosa che mi fa più felice è il fatto che sia piaciuto anche al di fuori della scena. Molte persone che non hanno mai ascoltato rap mi hanno detto che hanno iniziato con Hocus Pocus, proprio perché la contaminazione musicale ha aiutato anche i profani ad avvicinarsi. Comunque spero soprattutto che sia un lavoro a lunga conservazione, che è possibile scoprire e riscoprire anche ad anni di distanza. Secondo me ci sono particolari che si apprezzano meglio solo col tempo, come ad esempio il testo francese di Rival, Je te parle pas de rap, oppure la metrica di In the ghetto di Emanuel Kadamawi, un artista giamaicano che ha fatto un lavoro pazzesco su quella traccia…

B: Parlando proprio dei featuring, che tipo di input hai dato agli artisti che hanno collaborato con te? Controllo ossessivo alla Timbaland o libertà totale?

D.M.: Ho lasciato che ciascuno facesse il suo, che seguisse la propria indole personale. Ho distribuito i beat in base a ciò che pensavo potesse piacere ad ogni artista, quello sì, ma sono andato molto a sensazione. Al massimo, a posteriori, mi permetto di dire se il risultato finale mi piace e se rientra nella mia idea di musica, ma niente di più. Anche perché per me una canzone non è come uno yogurt che scade dopo due giorni: mi piace fare cose che durino nel tempo, e quindi preferisco lavorare in un'altra maniera.

B: Perché il titolo Hocus Pocus, tra l'altro?

D.M.: Letteralmente Hocus Pocus vuol dire “accade con poco”, il che è proprio quello che è successo con questo album. Inoltre &egrav
e; una formula magica, e per mettere insieme così tanti artisti diversi ci è voluta davvero una magia, credimi! Io, poi, adoro quell'immaginario: Harry Potter, folletti, streghe, Tim Burton… Ho sempre voluto chiamarlo così, così come ho già in mente il titolo per il prossimo album.

B: Tornando alla lavorazione dell'album, l'idea di unire la chitarra acustica, uno scratch che da solo fa praticamente da sezione ritmica e sonorità così poco tradizionali è una cosa che ti sei inventato da zero…

D.M.: Sì, abbiamo cercato di creare qualcosa che ancora non c'era. Tutti non fanno altro che ripetere a pappagallo che “Il turntablist è un dj che usa il giradischi come uno strumento musicale”, ma in realtà nessuno lo fa davvero. Mettere in play il campione di una tromba intonato con il pitch non vuol dire suonare. Mi piaceva l'idea di mettere il dj in un contesto d'orchestra: così un giorno mi sono unito a un contrabbassista, un arpista, un flautista e un chitarrista e abbiamo provato. Mi guardavano tutti con l'aria di volermi dire “E questo 'ndo cazzo va?”. Eppure, in una strana ed imprevista maniera, ha funzionato. Poi ho cominciato a fare coppia fissa con Svedonio (il chitarrista “di fiducia” di Myke, ndr): anche lui, quando gli ho detto quello che volevo fare, stava per mandarmi a quel paese, ma alla fine è andata. Anche per Hocus Pocus abbiamo lavorato sempre in simbiosi. Ma non è stato per niente semplice: gli mc sono tutti primedonne (ride di gusto, ndr), per cui se sentono qualcosa di diverso dal solito si fanno prendere dal panico e non riescono a scriverci sopra. Così, prima realizzavamo un'idea di base molto semplice e lineare, dopodiché gli mc ci registravano sopra e ci mandavano tutto: a quel punto ci sbizzarrivamo con la postproduzione. L'unica eccezione è stata quella di Rancore: in Lo spazzacamino, il suo pezzo, c'è davvero pochissima postproduzione. È stato bravissimo al primo colpo. Era il più giovane e quello che conoscevo meno di tutti, eppure è stato l'unico ad aver colto immediatamente lo spirito dell'album.

B: A proposito, Rancore, approfittiamo della tua presenza: come vi siete conosciuti e che cosa bolle in pentola adesso? Sei diventato il pupillo di Myke, ormai…

(Rancore, a differenza di tanti suoi colleghi molto meno meritevoli che adorano avere i riflettori puntati addosso, non ha alcuna mania di protagonismo, anzi: mi guarda come se volesse trovarsi a mille miglia da lì e risponde timidissimo, ndr)

Rancore: Beh, ci siamo conosciuti tramite amici in comune, che mi avevano girato dei beat di Myke: le prime strumentali che mi ha dato le ho usate senza neanche conoscerlo. Ci siamo incontrati di persona il giorno in cui ho registrato Lo spazzacamino, che inizialmente non doveva neanche essere parte di Hocus Pocus. Da lì abbiamo incominciato a registrare molti altri brani, finché alla fine non ne è uscito un disco intero. Ma tutto è successo nella maniera più naturale e spontanea possibile, davvero.

D.M.: La nostra è stata una specie di sfida. Hocus Pocus era già chiuso, ma il mio amico dj 3D di Torre di Controllo, che come lui abita e suona a Roma, mi ha detto che c'era questo ragazzino (Rancore ha appena 20 anni, ndr) che avrebbe voluto tantissimo essere parte del mio progetto. Al che io, un po' sadico, ho deciso di metterlo alla prova e gli ho rifilato il beat più difficile che avessi mai fatto, quello de Lo spazzacamino: era una base che tutti volevano, ma chiunque l'avesse ottenuta ci si era scervellato sopra per settimane e non era riuscito a scriverci niente. Quando ho sentito quello che era riuscito a fare lui, sono rimasto a bocca aperta! Era evidente che in lui c'era qualcosa di speciale, perciò abbiamo continuato a lavorare insieme e pian piano ne è uscito fuori un album. Dovrebbe uscire tra fine 2010 e l'inizio del 2011.

B: Tornando al turntablism, il dj spesso viene rappresentato come una specie di atleta, che deve allenarsi duramente ogni giorno per raggiungere qualche risultato. È davvero così, almeno per i dj ad alto livello?


D.M.: Non è proprio così, in realtà. Il turntablism non funziona come la palestra. Per certe cose è ovviamente necessario essere e rimanere allenati a livello fisico: le mani devono rispondere nella maniera giusta, bisogna avere dimestichezza con le posizioni, eccetera eccetera. Vorrei precisare, però, che il turntablism non è un allenamento aerobico o anaerobico. Anche in questo caso, c'è stata della cattiva comunicazione partita dall'ambiente dei dj: per scratchare bisogna essere preparati soprattutto mentalmente. Detto questo è ovvio che, come per qualsiasi altro strumento musicale, si impara a suonare il giradischi solo esercitandosi il più possibile. Credo sia importante che la gente capisca quanto lavoro c'è dietro a quello che faccio nelle mie serate. Voglio sia molto chiaro che quello che faccio io, e i dj professionisti, non è semplice; è un lavoro vero e proprio.

B: Come vi preparate, invece, per le gare a squadre?

D.M.: Non è molto diverso, è solo più complicato, perché devi mettere in sintonia quattro teste anziché usare solo la tua. Dall'esterno sembra tutto molto naturale, perfino le mie ultime routine con la chitarra di Svedonio, ma ti assicuro che abbiamo pianto lacrime amare prima di arrivarci. Mi sono venute le vesciche sulle mani, a furia di lavorarci. Quando suoni con altre persone, è sempre e soprattutto una questione di intesa, che costruisci con il tempo e le prove: deve bastare uno sguardo per far capire all'altro cosa deve fare. Molte delle cose che io e Aladyn presentiamo alle serate sono totalmente freestyle, non le abbiamo provate prima. Considerando che suono con lui da vent'anni, improvvisare a tempo è davvero il minimo sindacale! (ride) Resto del parere che non siamo noi ad essere particolarmente bravi, comunque. Probabilmente è il livello che in Italia è un po' bassino. Noi facciamo solo quello che si richiede a un qualsiasi professionista. Se vai dal chirurgo X con l'appendicite e lui non ti opera, e poi vai dal chirurgo Y e lui ti opera, ha senso dire “Che bravo il chirurgo Y”? Ha fatto semplicemente il suo lavoro!

B: Già che siamo in tema di squadre e crew, ti faccio una domanda molto back in the days: si è molto parlato della presunta “guerra” tra Men In Scratch e Alien Army. Quanto c'è di vero?

D.M.: Moltissimo! (ride) A livello artistico è tutto vero, c'è sempre stata una grande rivalità. Almeno in passato: ora, sinceramente, non ci sentiamo rivali di nessuno. Dal punto di vista umano, posso parlare per me: li ho sempre rispettati, anche perché sono stati i primi a portare lo scratch in Italia. Però non ho mai appoggiato la loro idea artistica. Ho l'impressione che la colpa dei Man In Scratch sia stata soprattutto quella di non aver mai leccato il culo. Il problema è che, almeno da parte mia, non era per mancanza di rispetto: è che io proprio non conoscevo l'ambiente. Arrivo da Orvieto e ho cominciato a fare il dj suonando la techno di Detroit. Quando ho iniziato ad avvicinarmi allo scratch, mi hanno avvertito che in Italia c'era gi&agr
ave; qualcuno che lo faceva, ma ero totalmente all'oscuro dei retroscena e non credevo fosse un problema. Al di là di tutto, comunque, ciò che conta davvero sono i fatti: e i fatti sono che i Men In Scratch sono tuttora una crew in attività, a differenza di molte altre. Diciamo che l'intera faccenda si potrebbe riassumere così: per quanto mi riguarda, chiunque voglia arricchire la scena del turntablism in Italia è il benvenuto e non cercherò di ostacolarlo o rompergli i coglioni. Ma pretendo che nessuno cerchi di ostacolarmi o rompere i coglioni a me. In Italia, ultimamente, c'è molto bisogno di dimostrare qualcosa e pochissimo bisogno di fare qualcosa. E questo per me è sbagliatissimo, non è il mio modo di fare, perciò preferisco tenermi in disparte.

B: Una domanda che facciamo a tutti i dj che intervistiamo: Serato sì o no?

D.M.: Assolutamente sì. Bisogna sempre tenere presente che, nelle mani di un musicista, qualsiasi cosa può trasformarsi in uno strumento musicale, perfino un citofono. Una volta ho visto quattro pazzi travestiti da Kraftwerk suonare dei Game Boy facendo cose pazzesche, non volevo crederci… Cosa puoi pensare di gente che ti manda a male suonando un videogioco da bambini? Da paura! Il Serato è appunto una tecnologia che ti aiuta a suonare tutto, non solo la tua collezione di dischi. Se domani decido che voglio scratchare utilizzando il mio nome, il tuo e quello di Rancore, posso farlo. Prima avrei dovuto far produrre appositamente un vinile, spendendo 70 euro a copia e utilizzandolo al massimo per una ventina di volte prima che si rovinasse per sempre. I veri dj, quelli che sanno come usare l'attrezzatura, possono fare follie con un dispositivo del genere. E infatti, i maggiori esponenti del turntablism italiano lo usano praticamente tutti. Tra l'altro, con i Man In Scratch stiamo lavorando a una routine ufficiale per Serato…

B: Progetti futuri?

D.M.: Per Hocus Pocus stiamo preparando il video di Full Time con il Danno; seguirà anche quello de Lo spazzacamino. A fine anno, poi, sarò in studio con i Men In Scratch per realizzare il primo album collettivo con tutta la crew, una cosa che abbiamo sempre voluto fare. Presto uscirà anche l'album di Svedonio e di Aladyn, che avrà parecchi featuring interessanti, tra cui Rancore. Che, ve lo consigliamo, sarà da tenere d'occhio tra il 2010 e il 2011, perché c'è una svolta interessante nell'aria, di cui per ora non parliamo per scaramanzia… Ma siamo sicuri che vi piacerà!

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