Dj Myke e Rancore: l’intervista

by • 16/11/2012 • IntervisteComments (0)2538

Tutti ci aspettiamo grandi cose da Dj Myke e Rancore: il loro primo progetto insieme, Acustico, è davvero uno dei pochi ad aver cambiato la nostra percezione della musica rap italiana, negli ultimi dieci anni. Ci ha fatto capire che qualcosa di più musicale, di più creativo, di più fuori dai canoni, di più ingarbugliato ed evocativo, è davvero possibile. A diversi anni di distanza, la trilogia cominciata con Acustico è finalmente chiusa con un album chiamato Silenzio (in mezzo c’è stato Elettrico, anello di congiunzione tra i due) e la convinzione di non aver mai sentito niente di simile è aumentata di pari passo ai dischi pubblicati dal duo. Esperimento concluso, quindi? Niente affatto. Myke e Rancore sono tuttora alla ricerca di nuove frontiere da esplorare, e mentre noi stiamo ancora digerendo e assimilando il loro Silenzio in tutte le sue innumerevoli sfumature, loro cercano di resistere alla tentazione di voltare subito pagina, perché chi fa musica che dura sa prendersi i propri tempi. Li abbiamo incontrati a Milano al termine di un live radiofonico da brividi (lo scaricate in podcast da qui, tasto destro e salva con nome) per parlare di passato, presente e futuro.

 

Blumi: Acustico, Elettrico e ora Silenzio: la trilogia si è chiusa. Dopo questo climax, che succede?

Rancore: Parlando di titoli, il primo progetto si basava sul concetto di musica acustica e il secondo era una conseguenza del primo. Quest’ultimo ha racchiuso dentro al suo stesso nome un dubbio sul nostro futuro: un po’ come noi, che ultimamente cerchiamo di portare più dubbi che certezze. E in qualche modo, il futuro è un dubbio anche per noi.

Dj Myke: Questa trilogia chiude una serie di argomenti: tutto quello che avevamo da dire sul rap e sulla costruzione di un rapporto artistico tra noi due, lo abbiamo detto in questi tre progetti. Ora vogliamo dare spazio soprattutto all’aspetto live e lavorare a creare un contesto per tutto ciò che abbiamo seminato: sarebbe incoerente portare un messaggio musicale così forte, essere contro la musica usa-e-getta, e poi ricadere in una sorta di bulimia da studio di registrazione, in cui incidi tracce su tracce una più scadente dell’altra e non riesci a fermarti. Vedremo cosa succederà più avanti; anche perché l’intenzione era quella di fermarci qui, ma ci stanno già venendo molte altre idee per pezzi nuovi e quindi non so se ci riusciremo… (ride)<br

B: Myke, ti avevamo già intervistato nel 2010, quando la collaborazione con Rancore era ancora in fase embrionale, e spiegavi che tutto il concetto dietro a questo progetto era basato sul fatto che il dj deve usare il giradischi come un vero e proprio strumento musicale, interagendo da musicista con altri musicisti. Come si sta evolvendo questo percorso?

D.M.: Ai tempi avevamo registrato solo Lo spazzacamino, un brano uscito su Hocus Pocus: quel disco per me è stato una sorta di studio, una ricerca per capire in che direzione volevo evolvermi. Ho capito immediatamente che se volevo andare in una determinata direzione, ad accompagnarmi doveva esserci Rancore per le caratteristiche assolutamente uniche che aveva come rapper. Da allora abbiamo macinato tantissima strada, e ci siamo presi i nostri tempi: per me collaborare non vuol dire fare un semplice featuring, ma lavorare lungamente a stretto contatto, con continuità, sviluppando un suono nuovo che sia una sintesi tra i nostri due approcci. È stato un percorso in salita e ancora non siamo arrivati a un punto in cui finalmente si può camminare in piano, ma siamo molto soddisfatti.<br

B: L’impressione è che anche il suono si sia molto evoluto: si partiva da un dj, un rapper e un chitarrista, e ora c’è davvero qualsiasi cosa…

D.M.: Sì, è molto eclettico, ma visto che il disco si intitola Silenzio paradossalmente queste produzioni le ho pensate “a togliere”, per così dire: ho cercato di trasmettere il più possibile usando il meno possibile. Senza voler essere megalomane, volevo che fossero una sorta di colonna sonora che raccontasse una storia. Nel momento in cui Rancore parla degli spiriti, mi immagino un’ambientazione di un certo tipo e quindi il suono procede di conseguenza, come nella scena di un film. È un flusso di emozioni che interagiscono tra di loro, e in questo ci siamo sempre venuti incontro: se nasceva prima l’accompagnamento musicale, lui scriveva un testo attinente. Se invece nasceva prima il testo, ero io a creargli un contesto adatto a quello che diceva. Insomma, per me è davvero una soundtrack e non una semplice base. Anche perché, là dove l’hip hop funziona, i beat come li pensavamo negli anni ’90 non si usano più: i producer fanno veri e propri arrangiamenti musicali studiati per il rap.<br

B: Parlando invece di testi, Rancore, in questo album ci sono anche un paio di pezzi molto cantautorali, che raccontano degli spaccati di società contemporanea. Tu hai tradizionalmente uno stile molto astratto è immaginifico: è stato difficile raccontare cose così concrete?

R: Sicuramente è difficile, anche perché secondo me sono le cose apparentemente più semplici ad essere le più complicate, come parlare del microcosmo per rappresentare il macrocosmo. Comunque, in generale, il mio stile sembra astratto, ma io in realtà cerco di trattare ogni argomento come se fosse real rap: nel momento in cui per te non esiste niente e hai negato tutto, anche descrivere un sogno è real rap. Perché dovrei escludere un sogno dalle ipotetiche versioni della realtà? Magari in un’altra dimensione quel sogno esiste davvero, e io infatti lo descrivo come se esistesse.

D.M.: In fondo sognare è un’esistenza parallela che tutti noi viviamo. A conti fatti, una persona di ottant’anni ha passato un terzo della sua vita sognando.

R: Lo stesso discorso vale per la fantasia, l’immaginazione, gli abissi della mente. Il nostro è un disco molto mentale, e anche quando parlo di cose molto semplici tendo a ingarbugliarle e a creare diversivi. Come in Capolinea, che per me è una specie di indovinello.
B: E qual è la soluzione?

R: Quella deve trovarla l’ascoltatore: io ho la mia, ed è anche molto chiara, ma se la svelo tutti prenderanno per buona quella anziché cercare di individuare la propria. Il disco si chiama Silenzio proprio perché ci dovete parlare sopra! (ride)<br

B: Anche tu sei del partito di quelli a cui non piace spiegare il significato dei propri pezzi?

R: Non proprio. Nel senso che credo che i pezzi non abbiano un significato solo.

D.M.: Se li spieghi, togli tutta la magia. È come spogliare nuda una persona: crei imbarazzo, non verità. Ti dico con molta umiltà che la gente spesso sopravvaluta i miei ragionamenti nel creare un arrangiamento, pensando che ho usato questo o quell’espediente per chissà quale motivo nascosto: se svelassi davvero cosa c’era dietro, resterebbe solo un abisso di gran banalità! (ride)

R: Esatto: meglio lasciare il dubbio e dire che tutto quello che dico è vero, che si tratti di sogno, di realtà o di immaginazione. Silenzio è un album è completamente sentito, sia nelle liriche che nei suoni. Ovviamente, però, se qualcuno mi chiedesse il significato ad una singola frase lo spiegherei senza problemi, perché effettivamente ogni frase significa qualcosa di molto specifico; è impossibile, però, spiegare cosa vuol dire un intero pezzo. Nel complesso troppe spiegazioni sono controproducenti, soprattutto quando il disco si chiama Silenzio.

D.M.: Per la gioia di chi ci fa le domande!<br

B: Allora datemi una spiegazione a questa frase: cosa significa per voi “Fai il tuo mestiere, ma non scadere nella follia” (inclusa nel brano La follia, ndr)?

R: Vuol dire che bisogna cercare sempre di mettersi in dubbio, di autocriticarsi, di mettersi in gioco.

D.M.: Io per primo faccio sempre questo errore di farmi prendere troppo dalle situazioni. Scado nella follia, pesantemente. Cerchiamo di ridimensionarci: l’unica cosa davvero importante a cui bisogna rimanere attaccati è la vita, il resto lascia un po’ il tempo che trova.

R: Capita sempre anche a me: cerchi continuamente di tirar fuori le parole, queste cazzo di parole che non escono mai come vorresti, e ti senti in trappola. Mi chiedo spesso questo: mi sono sfogato scrivendo Silenzio, oppure se non lo avessi scritto non avrei mai provato quelle sensazioni che ho descritto? La musica mi ha aiutato ad essere più sano, o mi ha fatto definitivamente impazzire? Non sarei mai arrivato a quella profondità di pensiero, se non avessi dovuto ragionare su quello che volevo dire nel disco.

D.M.: Esistono persone che hanno condizioni di vita estreme e quindi effettivamente vengono salvate dalla musica, ma in generale la musica non ti salva mai. Ti dà tanto, ma è anche molto esigente. Io personalmente spesso ho parecchi giramenti di coglioni proprio a causa della musica, che a volte sono anche più delle soddisfazioni… (ride) Ma perlomeno ti dà tanta energia.<br

B: Quindi, se ho capito bene, il vostro è un ragionamento teorico sulla musica in generale, e non sulla produzione di un certo tipo di musica, o su un certo tipo di rap…

D.M.: Assolutamente no, chiunque è libero di fare il tipo di musica (o di rap) che preferisce. È una questione di approccio e mentalità generale. Chi fa musica spesso si ritrova a chiedersi se sono impazziti tutti gli altri, o se è impazzito lui… Dall’esterno sembra che a molti nostri colleghi le cose vengano facili e spontanee, mentre noi, invece, se non ci mettiamo uno sforzo particolare non ce la facciamo, ad arrivare a un risultato soddisfacente. O ancora: molti colleghi non hanno problemi ad essere apprezzati per cose semplici, a volte perfino troppo semplici. Da noi, invece, la gente si aspetta sempre qualcosa di più, non si accontenta, e quindi noi fatichiamo molto per arrivare all’obbiettivo. Da una parte è lusinghiero, dall’altra è logorante: siamo pur sempre esseri umani. Ecco perché nel disco c’è sempre una sorta di nervosismo di fondo; anche in altri pezzi, tipo Anzi, siamo già arrabbiati.

R: Anche perché, come tutti, abbiamo problemi molto quotidiani: quando fai musica, speri quantomeno di ottenere quel minimo di riscontro (anche economico e pratico) che ti permetta di continuare a farla. Spesso e volentieri, invece, non è così.

D.M.: Per nostra fortuna quest’album è uscito con la Doner Music, che ha visto in noi la possibilità di pubblicare musica di qualità. Fish è sempre stato una persona estremamente lungimirante, e siamo molto contenti di avere avuto l’occasione di lavorare con lui.<br

B: Cosa vi ha spinto a parlare così tanto (e con questo tipo di chiave di lettura) di rap, in questo disco?

D.M.: Il fastidio nei confronti di tante cose. E poi, naturalmente, anche il fatto che il rap è effettivamente quello che abbiamo fatto continuamente per un anno per realizzare il disco. In questo album abbiamo cercato di mettere soprattutto immagini della nostra quotidianità, ma ribaltate: cosa sarebbe Gesù Cristo senza i Ladroni? È il loro punto di vista che ci interessa, la faccia oscura della luna.

R: La follia, di cui parlavamo prima, è probabilmente il pezzo centrale del disco, perché siamo talmente assorbiti da quello che facciamo che rischiamo di impazzire, così come tutti i dj e gli mc del mondo. È una critica che facciamo non tanto agli altri, ma soprattutto a noi stessi: a furia di rimanere rinchiusi nella propria micro-nicchia, si finisce per perdere di vista la realtà.<br

B: Ecco: parliamo (molto brevemente, però, perché dell’argomento ormai non se ne può più) delle discussioni dell’ultimo periodo rispetto al rap italiano…

D.M.: Tutti sono stati in qualche modo costretti a dire la loro perché sembrava impossibile non prendere posizione, manco fossero le elezioni presidenziali. Se proprio volete sapere come la penso, credo che abbiano torto entrambe le parti, in qualche modo. Quelli della vecchia scuola, a cui comunque porto rispetto e che conosco personalmente, non mi sento di commentarli, perché certe loro contraddizioni sono talmente chiare e palesi che non ce n’è bisogno. A chi difende il rap degli ultimi anni chiedo: se i rapper della nuova scuola rappresentano questa grandissima innovazione, com’è che spesso sono così mosci? Se dici che quegli artisti sono i migliori, ma poi ti presenti con la minestra riscaldata, c’è qualcosa che non va. Il nostro punto di vista è che in questa storia si sono risposti tutti da soli: calerei un velo pietoso, non pulito, ma sporco di fango.<br

B: Per curiosità, voi siete della scuola di pensiero secondo cui l’hip hop ha finalmente svoltato ed è qui per restare, oppure siete d’accordo con chi dice che il mercato è saturo, la bolla sta per sgonfiarsi e tra poco tutti passeranno, che so, alla dubstep?

D.M.: È saturo anche il mercato della dubstep, credimi! (ride) È un genere nato ormai nel 2004 a Brixton, unendo bass e downbeat: non è proprio una novità. Tornando all’hip hop, io penso che tra poco passerà di nuovo di moda, ma noi dobbiamo preoccuparci soprattutto di quello che resterà dopo; proprio perché l’hip hop è una cultura e un genere musicale, e non una moda.<br

B: Continuando a parlare di rap, in alcuni brani (mi viene in mente L’Eterno ritorno, ma anche altri) sembra che vi riferiate a persone realmente esistenti e addirittura li identifichiate abbastanza chiaramente, come quando menzionate alcuni “rapper che dovrebbero togliere la maschera”… È effettivamente così?

R: Ne L’eterno ritorno non ci sono assolutamente riferimenti a persone vere, ma piuttosto a un percorso che a un certo punto ti porta a chiudere i quaderni e i libri di matematica per fare l’artista, seguendo la stessa china che sta prendendo un’intera generazione.

D.M.: Quanto alla questione dei rapper con la maschera, era una metafora. L’unico rapper italiano con la maschera (Salmo, ndr) è uno dei pochissimi che rispettiamo musicalmente, tra quelli emersi negli ultimi anni.<br

B: Uno dei pezzi che sicuramente ha colpito di più è Anzi, siamo già arrabbiati. Come vi è venuta l’idea, sia per il pezzo che per il video?

D.M.: L’idea arriva semplicemente da Altrimenti ci arrabbiamo, che è una di quelle opere considerate intoccabili dalla gente: siccome a me l’intoccabile dà ai nervi, ho deciso di metterci le mani! (ride) Il coro dei pompieri è una melodia che ti entra in testa quando sei piccolo e non se ne va più, e avevo sempre pensato che prima o poi l’avrei utilizzato per una canzone. Ho fatto vedere il film a Rancore, che essendo di un’altra generazione l’ha senz’altro vissuto in maniera diversa da me, ma ha percepito anche lui l’essenza dell’italianità di quei tempi.

R: E infatti, anche le rime del testo sono tutte riferite all’Italia.

D.M.: A noi piacerebbe portare in giro un hip hop finalmente italiano, riconoscibile ed esportabile come tale. Non basta rappare nella nostra lingua, bisogna anche fare respirare il nostro background: la commedia, le colonne sonore epiche di Morricone, il cantautorato di Tenco… Il nostro sogno è quello di portare una vera canzone di rap italiano all’estero, e non lo scimmiottamento di qualcosa che già esiste altrove.

R: Rap italiano vero, non rap americano tradotto in italiano.<br

B: A proposito del vostro stile personale: Rancore, tu sei molto bravo negli storytelling, un espediente un po’ in disuso dalle nostre parti. Di questi tempi è più facile trovare un pezzo che non parla di niente, piuttosto che un pezzo che racconta qualcosa…

R: Non si fa più perché con lo storytelling si rischia grosso. Oggi ci si concentra solo sull’aspetto formale del fare rap, mentre per raccontare una storia devi saper catturare i piccoli gesti, gli aneddoti, i particolari che nessuno nota: ci vuole molta concentrazione e parecchio spirito di osservazione. Comunque credo che ogni forma di espressione sia difficile, se fatta bene. Anche l’autocelebrazione è difficilissima: provateci voi a fare un pezzo ego-trippin inattaccabile, che il tuo avversario non riesce a smontarti in nessun modo. Nello storytelling la difficoltà sta nel metterti nei panni degli altri e nell’avere la giusta sensibilità: quando parli di altre persone o racconti fatti che magari non hai vissuto personalmente, ti prendi una grossa responsabilità.<br

B: Cambiando del tutto argomento, Myke, quest’anno oltre a lavorare con Rancore hai anche prodotto il disco del cantautore Diego Mancino (intitolato È necessario e uscito per YUMA/Universal music, ndr), lontano anni luce dai generi musicali che bazzichi di solito. Che tipo di esperienza è stata, per te?

D.M.: Appagante, divertente e anche molto istruttiva. Avevo già fatto delle piccole cose in ambito cantautorale, come Ti ucciderò all’alba con Max Zanotti (inclusa nell’album di dj Myke Hocus Pocus, ndr), e approfondire mi è piaciuto molto: ho dovuto compiere parecchi passi in avanti, rispetto a quello che faccio di solito. È un modo di lavorare completamente diverso: Diego è il classico cantautore placido, che compone al pianoforte con la sigaretta in mano mentre io, da buon produttore, passeggio avanti e indietro per lo studio nevrotico e iperattivo… (ride) Fermo restando che anche Rancore potrebbe essere considerato un cantautore, anche se in un’altra forma. Credo che i testi profondi abbiano bisogno di altrettanta profondità musicale. È un po’ come nell’alta cucina: oltre a cimentarti in ricette gourmet devi anche sapere impiattare e presentare il cibo in un certo modo, perché ti venga voglia di mangiarlo anche con gli occhi.<br

B: Rancore, mi spiace ma adesso tocca a te. L’ultima volta che ti ho intervistato cavarti due informazioni sulla tua vita e sulla tua storia è stato praticamente impossibile, perciò ho deciso che a ogni nuova intervista ci riproverò. Come procede il tuo processo di avvicinamento alle domande personali?

R: Non benissimo, in effetti! (ride) Forse un po’ meglio dell’altra volta, anche perché Silenzio è un disco un po’ più personale. Come al solito, preferirei che la gente non indagasse su di me e prendesse per vere le cose che dico all’interno delle canzoni. Per il resto, purtroppo io faccio una vita piuttosto noiosa, non è che ci sia molto da dire…

D.M.: Guarda che, come al solito, la gente vuole sapere se sei fidanzato.

R: E io rispondo come l’altra volta: se l’anno scorso avevo nove ragazze, ora ne ho quattro. Sono cresciuto e ho imparato a limitarmi, perché più donne equivalgono a più problemi.

D.M.: Certo che già ci chiamano coppia di fatto, se poi cominci pure a mollare le ragazze va a finire che la gente ci crede sul serio, che siamo fidanzati! Sappiate che io non litigo mai con nessuna ragazza, quindi le nostre fan sono tuttora invitate a rivolgersi a me, la parte oscura della luna. Lui lasciatelo perdere.

R: Okay, confesso: in realtà ne ho mollate cinque per avere un po’ di posto libero per quelle nuove, visto che ora parte il tour. Scherzi a parte, se qualcuno volesse davvero sapere qualcosa della nostra esistenza quotidiana, basta ascoltare il disco: è tutto lì dentro.

D.M.: C’è tutto l’occorrente per capire che facciamo una vita di merda, da reclusi! (sghignazzano entrambi)<br

B: Progetti futuri?

R: Del tour abbiamo già parlato prima, trovate tutte le date su Facebook.

D.M.: E poi, finalmente possiamo annunciare in maniera ufficiale che è in arrivo la stampa di Acustico ed Elettrico, che avevamo promesso già qualche tempo fa. Non abbiamo ancora una data, ma ormai ci siamo: ci sono arrivate tantissime richieste, ormai non possiamo più tirarci indietro.

R: Piuttosto lo facciamo noi, artigianalmente e in nero! (ride)

D.M.Quanto all’album dei Men in Scratch di cui parlavamo l’ultima volta, è stato posticipato causa impegni per i progetti targati Rancore & dj Myke, ma proprio ieri con Aladyn stavamo pianificando la nuova veste MIS: EP nuovo, sito con veste grafica rinnovata, nuovo live set… Presto annunceremo tramite una video-routine che io e dj Aladyn siamo diventati i nuovi testimonial di una grossa casa di produzione di  materiale per dj.<br

B: Fantastico, allora l’intervista è finita. C’è qualcosa che non vi ho chiesto e che ci tenevate a dire?

D.M.: Non ci hai chiesto qual è il miglior sito hip hop: Hotmc. (giuro, l’ha detto sul serio, c’è una registrazione che lo prova. E io, per dovere di cronaca, ma ovviamente un po’ gongolando, riporto fedelmente la sua risposta, ndr)

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