Dj Fede: l'intervista

by • 30/10/2009 • IntervisteComments (0)528

Se dovessimo enumerare le ragioni per cui vale la pena seguire la carriera di dj Fede, ve ne forniremmo almeno 18.000. Tante quanti i dischi che ha selezionato, collezionato, trasmesso e campionato da quando ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel djing. A quasi vent'anni dal suo debutto, lo abbiamo incontrato per parlare del suo attuale progetto (l'album Original Flavour), ma anche di quelli passati e futuri.

Blumi: Hai iniziato come fonico e aiuto dj nel 1989, quando avevi appena quattordici anni: un fatto abbastanza singolare. Cosa ti ha spinto in quella direzione e quali erano i tuoi gusti musicali, ai tempi?

Dj Fede: Mio padre era uno degli editori di un gruppo radiofonico, quindi quando ero ancora alle medie passavo i miei pomeriggi in radio: era il mio doposcuola. Da quando avevo quattordici anni, appena iniziate le superiori, ho cominciato a lavorarci; posso tranquillamente dire che il mio approccio alla materia è stato da privilegiato. Passavo un po’ tutti i generi musicali: commerciale, anni 70… Ma, dopo pochi mesi, l’esplosione dell’acid jazz mi ha travolto e ho cominciato ad interessarmi a quello. Il problema era che nel 1990 Internet non esisteva e trovare i dischi era dura, quindi ho cominciato a frequentare negozi di Londra come Palldin Records, Mr Bomgo e Altas, che purtroppo non esistono più. Di lì a poco mi sono allontanato un po' dalle discoteche, visto che per fortuna stavano nascendo i primi disco bar, una novità assoluta per quei tempi: io suonavo acid jazz e rare grooves erano la dimensione ideale per proporre certa musica. Al rap ci sono arrivato a metà degli anni novanta, quando l’acid jazz, il genere che seguivo, si è mischiato con il rap attraverso progetti come US3, Guru's Jazzmatazz o Urban Species. È nata una passione che non ho mai più abbandonato. La cosa divertente è che quando a quei tempi avevo a che fare con chi ascoltava rap, capitava spesso che mi dicessero “questo è Tizio”, intendendo il nome dell'mc che cantava il brano; e io, che non sapevo chi era l'mc, rispondevo “Ma no, questo è Caio!” intendendo il brano che era stato campionato per realizzare quel disco. Questo secondo me è indicativo del mio approccio con la musica hip hop!

B: Perché il titolo Original Flavour?

D.F:
Original Flavour è il nome delle mie produzioni ed è diventato anche il titolo del mio quarto album, perché è quello che a livello musicale mi rappresenta di più. Sono veramente soddisfatto di tutti i beat di questo disco: mi auguro che la gente riesca a cogliere il lavoro di ricerca e di ricostruzione che c’è dietro al mio modo di lavorare.

B: In un periodo in cui quasi nessuno stampa più dischi, tu hai scelto di procedere comunque alla vecchia maniera, realizzando addirittura anche un singolo in vinile. Perché?

D.F: Io vengo da una generazione davvero preistorica, tecnologicamente parlando: quando ho iniziato non c’erano nemmeno i cd, ma soltanto vinili e cassette. Non voglio fare la parte di quello troppo legato al passato, anche se un po’ lo sono: capisco che le cose cambiano e mi adatto alle evoluzioni che ci riserva il progresso, però non accetto di non avere il mio disco stampato su un supporto. Per me è inconcepibile. Non realizzerò mai nulla solo per il free download, non esiste, non mi passa nemmeno lontanamente per la testa! Certo, come strategia promozionale posso mettere dei brani in ascolto o in download, ma il supporto ci deve essere. Ho realizzato più di dieci compilation, quattro album e vari singoli: ho sempre trovato gente disposta ad investire su di me e hanno continuato a farlo. Quando si ha un prodotto veramente interessante per le mani, i margini ci sono ancora. Proprio in questi giorni esce in edizione limitata il 45 giri di Torino Violenta, un brano  super-funk che mi ha dato molta visibilità. Tutti i canali televisivi musicali hanno passato abbondantemente il video e, tra l'altro, ha anche consacrato la mia presenza sul mercato giapponese, dove ero già conosciuto grazie alle compilation Deep Funk Theory Vol. 1 & 2 e Cosmic Jazz Vol. 1 & 2. Ci tenevo molto a dargli la sua giusta dimensione: quella del 45 giri! Alla fine di feticisti del vinile, come me, ce ne sono sempre.

B: Con che criterio hai scelto i featuring?

D.F: I featuring li scelgo con due metodi diversi. Il primo è legato agli amici che lavorano con me (ovviamente, se la loro musica mi piace) e il secondo è più legato al gusto personale: chiamo gli mc che mi colpiscono, sia per lo stile che hanno che per quello che dicono. Nel corso degli anni, organizzando concerti a Torino, ho lavorato con tutti: quello è sempre il primo modo per conoscersi. Entrando nello specifico, Tyre & TommySmoka e Libo sono amici, lavorano con me e mi piace il loro rap, mentre altri, come Guè Pequeno e Jake La Furia, li ho voluti perché a mio avviso sono i migliori rapper in circolazione. Ci sono anche Tormento e Bassi, personaggi bravissimi che frequento da 15 anni e con cui si è creato un buon rapporto.


B: C'è qualcuno che avresti voluto avere sul disco e con cui non sei riuscito a collaborare?

D.F: Mi piacerebbe lavorare con i Colle Der Fomento, spero che prima o poi capiti l’occasione: sono gli unici che mi vengono in mente!

B: Chi ha scelto le tematiche dei brani? Gli mc o hai “suggerito” anche tu qualche spunto di riflessione?

D.F:
Le tematiche le scelgono i rapper. Se decido di collaborare con una persona, vuol dire che stimo il suo lavoro, quindi non ho bisogno di dire nulla; davvero raramente ho contestato qualche cosa ad un mc. Devo però dire che scelgo solo sample con accordi minori, quindi con un mood abbastanza triste, perché mi piacciono così. Questo porta istintivamente il rapper a scrivere cose poco allegre: non è una scelta voluta, solo una conseguenza logica.

B: Come procede il progetto de La Suite Records? Di tutte quelle sorte nella prima metà degli anni duemila, è una delle poche etichette specializzate ancora attive…

D.F: La Suite Records è viva e vegeta. È appena uscito il mio disco e anche quello degli ATPC:  non molliamo, siamo troppo professionali e determinati per non proseguire per la nostra strada. Abbiamo prodotto degli ottimi dischi: OneMic, Principe, Ensi, Palla & Lana… Ora abbiamo rallentato perché il mercato impone più riflessione e strategie diverse, il che vuol dire che dobbiamo centellinare le uscite. Rula, che conosco da quindici anni, dopo aver aperto il primo negozio Atipici ha deciso di fare il salto ed investire nell’etichetta, e mi ha proposto di collaborare. Io, dopo quattordici anni, ho scelto di mollare la radio ed entrare a far parte del progetto: dopo sei anni di attività posso dire che, rispetto al mercato con cui ci dobbiamo confrontare, abbiamo ottenuto molto.

B: Come è nata l'esigenza di aprire la vostra label?

D.F: L’idea dell’etichetta nasce dall’esigenza di avere una struttura su misura. Io ho collaborato con piccole realtà indipendenti, gli ATPC arrivavano da un’esperienza di due dischi con una major: per noi era ora di fare un’etichetta pr
ettamente rap. Le mie compilation jazz o funk, ad esempio, non sono mai uscite con il marchio La Suite Records, proprio per non uscire mai dal seminato e dare un’identità ben precisa al progetto.

B: Torino è una città relativamente piccola, ma la sua scena è da sempre una delle più prolifiche. Secondo te cosa la rende così attiva?


D.F: La scena torinese è molto prolifica e questo vale per tutti i generi musicali: artisti come Atpc, OneMic e Lyricalz convivono con realtà come Subsonica, Africa Unite e Linea 77. Credo che la città, essendo di matrice operaia, possa essere da stimolo sia a livello sociale che economico a chi, questa realtà, la vive quotidianamente. Del resto, spesso capita di avere voglia di dire qualcosa, quando si è spinti da un sentimento rivalsa o di protesta.

B: Allo stesso tempo, per chi non abita in zona, quella di Torino è sempre sembrata una scena divisa nettamente in due (da una parte il Regio e i “b-boy fieri”, dall'altra gli Atpc più aperti alle novità)… Come si conciliavano le due fazioni?

D.F: La disanima è esatta: ognuno ha sempre fatto le proprie cose, ognuno a modo proprio. Nonostante la radice comune, l’hip hop, si possono avere modi diversi di vedere e vivere le cose. Noi non ci siamo mai fermati e siamo risusciti a trasformare la nostra passione nel nostro lavoro, cosa che raramente riesci a fare se sei troppo purista. Ad essere onesto non ho mai fatto granché caso a come si sono mossi gli altri, ho sempre avuto troppo da fare per seguirli con attenzione. Comunque anche tra noi ci sono delle differenze e delle divergenze: ogni testa ha una prospettiva che è diversa dall’altra. Per esempio, Rula e Sly sono dei b-boy, mentre io non lo sono: io amo la black music in generale. Adoro la cultura hip hop, ma la mia è una visione più ampia della musica: produco compilation di 45 giri funk come dischi rap, con lo stresso spirito. Il rap ricopre il 30% dei miei ascolti quotidiani, soprattutto visto che quello di oggi si è un po’ allontanato dalle sue stesse radici, che sono poi il motivo per cui mi ci ero avvicinato.

B: Ma questa divisione effettivamente c'era o è un'impressione dall'esterno?

D.F: Direi che c’è sempre stata una divisione, ma quel tipo di divisione che è fisiologica tra persone diverse. Io ho gestito per sei anni, dalla fine del 2000 al 2006, un club nel centro della città, il The Frog Club, e molti ragazzi del Regio erano frequentatori delle nostre serate; con molti c’è anche stato un buon rapporto. La questione, forse, era più della serie “A noi piacciono anche Mase e P. Diddy, e non solo Rakim e Premier”. Almeno, così credo.

B: La tua collezione di vinili jazz è ormai leggendaria. Come hai iniziato, quanti dischi hai accumulato e quali sono le punte di diamante della tua collezione?

D.F: Se devo dire la verità la parte funk su 45 giri è la più “preziosa”: di dischi jazz ne ho tanti, ma un vero collezionista di jazz mi manderebbe a casa. Per quanto riguarda il funk, invece, ho veramente delle cose introvabili. La mia collezione di dischi, tra jazz, funk, soul, disco e rap, ammonta circa a 18.000 pezzi. Da quando ho il Serato i dischi non si muovono più di casa, e questa è una cosa che mi dà molta soddisfazione: mi ha sempre dato noia portare i miei pezzi rari in giro. Ora lo faccio solo in occasioni particolari. Per esempio, sono andato per due anni di seguito a suonare a NY in un club di Manhattan: li la situazione era legata ai dj che suonavano solo su 45 giri, quindi sono partito con la mia borsa di perle rare. Lo stesso è successo anche a Londra, a Roma, a Genova, ma capita anche quando organizzo eventi a Torino, legati al collezionismo più che al ballo. Comunque, tutto è cominciato dai primi viaggi a Londra per cercare l’acid jazz. Se devo nominare i pezzi di cui sono veramente orgoglioso, per il deep dunk citerei il 45 giri dei Latin Breed, I Turn You On; per il northern soul Ann Heywood, Crooked Little Finger; per il funk, D’Angelo di D’angelo, una band funk basiliana; per il soul, senza dubbio il 45 giri di Gil Scott-Heron, Lady Day & John Coltrane; per il jazz, gli album Attica Blues di Archie Aheep e Midnight Mood di Mark Murphy (entrambi autografati dai rispettivi artisti, quindi la valutazione è più affettiva che economica… anche se Midnight Mood autografato su ebay non lo si trova a meno di 600 Euro!).

B: Quindi, alla classica diatriba tra dj “Serato sì/Serato no”, rispondi con il sì?

D.F: Serato sì, tutta la vita! Il motivo principale è legato al non muovere i dischi da casa, ma c’è anche il fattore comodità: basta borse pesanti! Inoltre posso portare con me 10.000 brani, che ovviamente non sarò mai in grado di suonare tutti; ma se mi viene la voglia improvvisa di mettere un pezzo, con il Serato lo posso fare e questo è veramente fantastico. Ci tengo ad aggiungere una cosa: Serato sì se chi lo usa compra i dischi, non certo Serato sì per far suonare gente che non sa nemmeno dove si comprano i dischi e che non ha nessuna competenza musicale. Il Serato deve essere uno strumento per facilitare il lavoro, non per azzerare la competenza. È anche vero che alla lunga chi non ha competenza non va lontano, quindi non è un grosso problema, però ci tenevo a precisarlo.

B: Ci parli un po' dei tuoi progetti in ambito jazz?

D.F: Per il jazz ho una passione più accesa rispetto agli altri generi, perché per me è totalmente diverso rispetto al resto della musica che ascolto. Il jazz, a differenza degli altri generi, lo compro anche su cd. La mia serata a base di jazz ha lo stesso nome della compilation e del programma radiofonico che faccio tutte le settimane su Radio Centro 95, Cosmic Jazz: sono molto contento perché ho ospitato dj del calibro di Big Bang, Gerardo Frisina, Stefano Ghiottoni, Rocco Pandiani, Patrick Froge, 2 Banks Of 4, Dean Rudland e molti altri. Tutte queste collaborazioni hanno creato degli scambi culturali, musicalmente parlando, molto interessanti, che mi hanno dato modo di crescere artisticamente. Per quanto riguarda le compilation, Cosmic Jazz Vol.1 & 2 sono due cd selezionati da me, all’interno dei quali ci sono brani di jazz italiano dagli anni '60 ad oggi. Lo spettro è ampio: jazz modale, tonale, bossa, samba… un po’ di tutto, fino ad arrivare al nu jazz. Ho fatto un lavoro intenso di diggin’ in the crates nei cataloghi della Deja Vu Records e della Arision Records. Devo ringraziare Paolo Scotti e Simone Serritella, che mi hanno aiutato ad ottenere le licenze necessarie per la realizzazione dei primi due capitoli. Ho appena concluso la selezione del terzo volume, che uscirà a gennaio del 2010. A mio avviso è quello più bello: ho scelto i brani durante il mio ultimo viaggio a NY, infatti c’è un sottotitolo che non svelo, preso in prestito da un brano che ho scoperto durante il viaggio e che ovviamente ho inserito nel nuovo cd. Saranno presenti Santucci & Scoppa, Marco Di Marco, Gruppo Jazz Marca, Big Bang e i mitici 4 Hero: per me avere questi jazzisti e un brano dei 4 Hero in una mia compilation è veramente un onore a cui non so dare una dimensione. Questo tipo di progetto &egrav
e; volto principalmente al mercato estero: le compilation sono disponibili in tutto il mondo attraverso Self, Juno, Amazon, Dusty Groove e Disk Uniuon, che copre il mercato più ricettivo, quello giapponese. Sono molto contento dei risultati che ho ottenuto e degli apprezzamenti che mi sono stati rivolti.

B: Sei uno dei migliori produttori in circolazione in Italia, hai lavorato anche molto all'estero, le tue serate come dj offrono selezioni ricchissime e impeccabili: eppure, quando si tratta di nominare i producer più validi della penisola, capita che molti si dimentichino di includerti nell'elenco. Come ti fa sentire?

D.F: Non so se sono uno dei migliori produttori: spero di essere nei primi dieci, sarei già contento! Diciamo che dai feedback delle vendite, dai props che ricevo e dal costante aumento di richieste di beat da parte degli mc, penso di essere sulla strada giusta. C’è da considerare che faccio un tipo di hip hop decisamente fuori moda: i mie beat non suonano freschi come quelli di Fish e di DonJoe, che sono due tra i migliori produttori in Italia. I ragazzi giovani vogliono quel tipo di beat perché sono veramente potenti ed efficaci, mentre i miei nascono per ridare vita, in una veste diversa, a una melodia che ho sentito in un disco soul o funk e che mi ha regalato un'emozione. Questo tipo di percorso interessa a una piccolissima minoranza di chi fa hip hop nel 2009: il mio mercato è veramente ristretto, ciononostante non ho nessuna intenzione di cambiare metodo produttivo aggiungendo synth o cose simili. Chi sceglie una mia strumentale sa cosa sta cercando. Certo, mi è capitato anche di sentirmi chiedere “Hai dei beat un po’ più moderni?”: ecco, quelli non vogliono i miei beat, ma solo sfruttare quel poco di nome che mi sono guadagnato per far bello il loro disco.

B: Esiste un tuo progetto per cui vorresti essere conosciutissimo e che invece è rimasto nell'ombra?

D.F: Direi di no: le cose che ho fatto hanno avuto il giusto spazio. Sarei deluso, però, se Original Flavour non avesse il giusto risalto. I beat sono i migliori che abbia mai fatto e al microfono ci sono mc come Ghemon, Guè Pequeno, Tormento, Maxi B, Ted Bundy, Jake La Furia, Jack The Smoker, Libo, Tyre & TommySmoka, Palla & Lana, Bassi Maestro, Vox P, Stokka & MadBuddy e Ensi: se la gente non lo ascoltasse, sarebbe veramente un peccato! Ora come ora, comunque, ho molti altri progetti in cantiere che spero mi portino dei buoni successi. A dicembre uscirà una compilation sulla storia del rap italiano, che conterrà tutti i classici: il  titolo è Hip Hop History X. La selezione è mia, mentre le note interne sono scritte da Tormento. A gennaio sarà la volta di Cosmic Jazz Vol.3, mentre a marzo uscirà Deep Funk Theory Vol.3, una selezione di 45 giri funk molto rari. Prima dell’estate arriverà il mio nuovo album, Original Undeground Flavour, al quale parteciperanno nuovi talenti del rap italiano, tra cui Tyre, TommySmoka, BrokenSpeakers, Fred De Palma, 8Hz, Kc, Flesha, P easy, Ago e molti altri. A settembre 2010, invece, sarà la volta di Vibe Session Vol.6.

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