Delgado: l’intervista

by • 17/11/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Delgado: l’intervista36

Quello di Delgado è un disco estremamente personale, che a partire dal titolo – Parla Di Me – trasuda un approccio autobiografico necessario per chi ha tanto da raccontare. La vita del rapper romano non è stata infatti delle più semplici, ma la sua attitudine gli ha permesso di tramutare ogni esperienza in forza per affrontare il futuro. Da una roulotte allo studio di Bassi Maestro: Delgado ci ha raccontato qualcosa di sè e della nascita del disco, il resto lo trovate nell’album. Buona lettura!

 

Riccardo: Iniziamo parlando della lavorazione del disco: si tratta di un lavoro sostanzialmente atipico, visto che hai curato sia la produzione che le liriche. Il master inoltre è stato curato da una vera e propria leggenda vivente, Bassi Maestro. C’è stato qualche momento di confronto con lui? Ti sei ritrovato – magari anche inconsciamente – ad assorbire qualcosa da questa icona?

Delgado: Sai, Bassi come artista non è una persona che si espone molto – se recuperi qualche sua intervista, noterai che a domande legate ad altri artisti tende a dare poco spazio. Anche con me non è andata diversamente; in alcuni frangenti però mi ha lasciato intendere di aver apprezzato il disco, sia dal punto di vista lirico che del sound. Ha riconosciuto lo stampo prettamente west coast, beat molto suonati, l’identità del disco gli è stata subito chiara. Poi anche il solo fatto di aver lavorato con lui è un grandissimo risultato, da bambino ascoltavo i suoi pezzi in cuffia e non avrei mai potuto immaginare di finire in studio con lui 10 anni dopo. A fare il mio master poi! È stata un’esperienza incredibilmente gratificante, qualcosa che in futuro racconterò sicuramente ai miei figli (sorride, ndr).

 

R.: Parliamo dei primi singoli invece, Droga e Un gypsy a Hollywood: c’è una forte connessione tra i due brani, com’è nato questo immaginario? E non parlo solo dal punto di vista lirico e sonoro, anche l’impianto visivo è strettamente collegato, si rifà tutto ad un certo tipo di attitudine.

D.: Beh fondamentalmente quello è il mio background. Vengo da una formazione molto trasversale, per me il rap ha diverse sfaccettature; quella parte legata alla sensualità arriva da quando ascoltavo l’r’n’b, quella complicità tra l’artista e il soggetto della canzone – nasce così. Sai, purtroppo in Italia c’è la solita incoerenza di fondo: all’ascoltatore sta bene sentire “bitch” dall’americano, però se un italiano fa una roba simile parte subito la crociata – “oh, quello ha detto troia in un pezzo!”. Qualcuno dei ragazzi che ha collaborato con me al disco me lo ha fatto notare, chiedendomi se non fosse un po’ esagerato dirlo nel ritornello. Ritengo però che i più grandi siano stati i più pazzi: me ne sbatto di cosa pensa la gente, io so dare il peso alla parola troia. Non è che mi rivolgo così a tutte le ragazze che incontro, si tratta di uno slang legato ad un certo immaginario, non al significato letterale del termine. Gypsy invece è stato un pezzo molto significativo per me, è un pezzo che volevo fare da molto ma non ho mai trovato l’opportunità e soprattutto non avevo la maturità necessaria. Ho scelto di affrontare questo tema nel mio primo disco solista perché ho sempre l’ho sempre immaginato come il disco che, riascoltato magari dieci anni dopo, mi facesse dire “cazzo quanto spaccava e spacca ancora!”. Volevo quindi dare un imprinting fortemente personale al disco, con tutte le mie sfaccettature e quelle della vita. Posso quindi fare un pezzo riflessivo come Gypsy per poi farti capire che c’è anche il momento di divertirsi, di lasciare i problemi fuori dal locale – e lì arriva droga.

R.: Avendo seguito abbastanza da vicino lo sviluppo del disco, ricordo di aver ascoltato diverse tracce molto tempo fa, alcune davvero interessanti e particolari. Già da allora, però, con il tuo staff avevate deciso che i singoli d’esordio sarebbero stati questi: come mai questa decisione? C’è una strategia ben precisa dietro?

D.: Perché volevo far capire di essere figlio di una tipologia di rap completamente diversa da quella che ha caratterizzato il mio percorso artistico fin’ora. I lavori con i Caduta Libera sono tutti di matrice prettamente hardcore, però io dentro di me ho sempre sentito l’esigenza di lasciar trasparire anche altro. Sin dagli inizi ho avuto delle sfaccettature raggae, soul, blues; nel tempo sono andate scemando all’interno dei miei pezzi, ma non mi hanno mai abbandonato. Il discorso era legato al target del gruppo, purtroppo incompatibile con queste “contaminazioni”, ma già dall’ultimo lavoro del collettivo si sente che stavo iniziando un percorso lontano dalla formula dei Caduta Libera. Ho altro da dire, ho altro da raccontare: volevo che le persone lo capissero, capissero che la mia musica abbraccia tanti stili diversi di rap. Per questo ho scelto quei brani come primi singoli.

 

R.: A proposito di raccontare: raccontami un po’, com’è essere gypsy a Roma? Non nel senso estremamente personale della domanda, quanto piuttosto come ci si sente calati in questo “ruolo” in una città come la capitale.

D.: In verità me la vivo tranquilla, però se tu vedi discriminazione in ogni cosa che fanno e dicono le persone, sicuramente la vivi male. Se invece la prendi come una forza, come una caratteristica unica che altri non hanno, inizi ad avere un’ottica differente. Si tratta di un discorso difficile, che poi può crearti problemi di vita, al di fuori della musica. Io parlo di gypsy, ma magari ragazzi afroitaliani, di seconda generazione, subiscono queste discriminazioni fino a sentirsi completamente esclusi di un contesto sociale. In realtà fino al periodo delle scuole medie ho sempre tenuto un po’ nascosta questa cosa, giustificavo i miei lineamenti dicendo di essere per metà marocchino. Fondamentalmente era come se mi vergognassi, c’era molto pregiudizio in giro. Per questo so di avere molto da raccontare, più di tante altre persone. Sai, i rapper al giorno d’oggi vantano questa street credibility, che hanno un vissuto alle spalle molto forte – forse era stato Marracash a dire che si inventano storie di droghe e spaccio ormai. Io purtroppo ho esperienze alle spalle, che non sto qui a raccontare, esperienze forti vissute non a 20 anni, ma a 8. A quell’età io ero già per strada. Ho vissuto per un periodo in una casa, poi per diversi anni in una roulotte: ne parlo tranquillamente, è la mia vita, non me ne vergogno. Poi per altri motivi sono tornato dentro casa, fino ad oggi che ne ho una; però tutto quel periodo lì mi ha dato una grande consapevolezza, quella che mi ha reso ciò che sono. Mi ha rafforzato, mi ha aiutato a reagire a ciò di cui parlavamo prima. Perciò ora me la vivo bene, fortunatamente ho capito che le cose importanti sono chi se tu e ciò che fai, non l’etichetta sociale che ti affibbiano semplicemente perché sei nato.

 

R.: Abbiamo già accennato al tuo ricco background, che abbraccia l’hip hop in tutte le sue sfumature. A livello di sonorità però, quali sono stati gli artisti che più ti hanno influenzato nella creazione di Parla Di Me? Ascoltando il disco ad esempio, non ho potuto non notare qualche sprazzo del lato più soul di Tormento, quello più recente. Immagino però che non manchino ispirazioni d’oltreoceano, vista la tua formazione…

D.: Soprattutto lavorando a questo disco ti direi un 50 e 50, un artista italiano ed uno statunitense. Tormento è stato indubbiamente una grande fonte d’ispirazione, lui lo sa anche perché abbiamo già lavorato insieme e non ho mai mancato di farglielo notare. Tra gli americani sicuramente Nate Dogg, tutta quella produzione west che riesce a combinare l’assenza di filtri lirici con un appeal che rende il prodotto finale incredibilmente leggero. A volte aveva degli sfondoni allucinanti, ma ne parlava con quel flow e quella tendenza al cantato che gli permetteva di essere passato anche nei club. Tra gli italiani poi sicuramente nominerei Mondo Marcio.

 

R.: Sì in effetti l’influenza di Marcio non passa inosservata, anche quella dell’ultimo disco, in cui ha abbracciato qualche vena stilistica magari ancora inesplorata per lui. Una scelta coraggiosa e matura per un artista dalla sua carriera, magari con risultati altalenanti, però a pensare quanto sia cambiato da Solo un uomo a quest’ultimo disco…

D.: Anche se per me in realtà Solo un uomo è proprio il suo lavoro migliore. Senza nulla togliere agli altri dischi, ad esempio quello con Mina, l’aver lavorato con un’artista di quel calibro è stato un risultato clamoroso. Però Solo un uomo mi ha toccato, mi ha fatto realizzare il vero valore di molte cose, del sacrificio in primis. Un ragazzo che ha avuto molto poco ma che da solo si è preso tanto, un vero hustler. Ci tengo poi a nominare un altro artista, una persona che ha fatto molto sia per me che per la mia città, un artista di cui ogni artista romano non dovrebbe mai smettere di parlare: Primo. Lui è un’altra di quelle poche persone che ha avuto un atteggiamento spavaldo, forte, però restando sempre umile nel suo modo di essere. Rivedo tanto del mio stile nella sua musica, dai ritornelli cantati ad altri elementi, ma era il suo modo di essere ciò che più ammiravo. Ha fatto tanto per Roma, per tanti artisti romani, anche per artisti che nessuno si sarebbe aspettato. Mi viene in mente un nome come quello di Nayt, o altri ragazzi magari non legati al suo stesso tipo di percorso artistico, però ha segnato loro così come me e tanti altri. Forse da lui ho preso quella componente un po’ rock, quell’attitudine.

 

R.: Parlando proprio di leggende di Roma, tu hai lavorato con una di loro per il remix di Un gypsy a Hollywood. Sto parlando di Ice One, con il quale inoltre condividi una sorta di legame particolare, visto che anche lui ha radici sinti. Com’è stato quindi lavorare con lui?

D.: Avevamo già collaborato in precedenza nel disco dei Caduta Libera, aveva infatti firmato degli scratch sul progetto, quindi da lì siamo rimasti in contatto, si è creato un rapporto e un feeling anche e soprattutto a livello personale. Quando c’è questo tipo di relazione poi, le cose tendono a nascere un po’ da sole: lui aspettava da un po’ l’uscita di quel pezzo, glie l’avevo anticipato molto prima. Un giorno, dopo l’uscita ufficiale del pezzo, mi chiamò per propormi la sua idea proprio per il remix di Un gypsy ad Hollywood, chiedendomi se mi andasse di farlo. Ovviamente non me lo feci ripetere due volte: stimo Ice One come artista praticamente da sempre, inoltre mi piaceva l’idea che il remix rappresentasse questa nostra vicinanza culturale, in un brano legato proprio a quella tematica. Il remix inoltre fa un po’ da “ponte” tra vecchia e nuova scuola, andando controtendenza rispetto alla futile diatriba tra le due, tra il boom-bap e le atmosfere club. Abbiamo infatti inserito l’autotune in un pezzo boom-bap: il succo era dimostrare che si tratta di rap, che si parla di quello, che anche se l’evoluzione ha preso il largo, i contenuti non si sono persi.

R.: Poi immagino che ricevere la “benedizione” di Ice One su un pezzo simile, visto il tema affrontato, sia una sorta di attestato di qualità, come a dire “beh, se anche per lui è ok, allora ho fatto centro, l’obiettivo è stato raggiunto”. Il suo parere sarebbe stato particolarmente rilevante, vista la natura lirica del brano, sbaglio? Avevi paura del suo giudizio in quest’ottica?

D.: Paura no, però sicuramente si trattava di un parere importantissimo. La sua approvazione è stata sicuramente una grandissima soddisfazione. Ice One è un’icona, una colonna portante di Roma, sapere che lui apprezza il tuo lavoro e il tuo modo di pensare, riuscire in questo modo a legare il suo nome al mio disco – vista la decisione di produrlo interamente da solo – è stata una figata, rende Seby (Ice One, ndr) a tutti gli effetti una firma su Parla di me.

 

R.: Torniamo un attimo indietro e riprendiamo il discorso legato all’immaginario, soprattutto dal punto di vista visivo. Quello di Delgado è un look che strizza l’occhio alla golden age, quel gangsta-elegante che negli anni d’oro del rap vedeva Biggie o Tupac passare da snapback e bandana ad un abito Versace. Si tratta di un’impronta estetica che negli anni si è persa completamente, il concetto attuale di “elegante” per la scena odierna si limita a roba molto più urban, quasi inaccessibile semplicemente perché costosissima – soprattutto per quanto riguarda la scena italiana. Anche in questo caso sei andato controcorrente: come mai questa decisione?

D.: Perché anche in questo caso si tratta di qualcosa di mio, di un gusto personale che mi appartiene da tempo, sin da bambino. Nella mia cerchia, crescendo, abbiamo sempre avuto il pallino di vestirci da fichi; col tempo ovviamente maturi e acquisisci (mi verrebbe da dire spesso, ma non sempre, ndr) un gusto più fine. Indubbiamente anche in questo caso c’entrano le influenze di ci parlavamo prima, prendi ad esempio R. Kelly: r’n’b, sempre elegantissimo, ma poteva passare in totale nochalance al tutone largo e allo snapback, rimanendo sempre figo e fresco. Il mio obiettivo era presentarmi in una veste che al momento non è quella che va per la maggiore, soprattutto poiché mi appartiene personalmente. In Italia siamo rimasti indietro, i nomi che vanno nel mainstream hanno un pubblico che per questioni anagrafiche non può apprezzare uno stile simile, mentre nell’underground ci sono radici culturali che lo mettono agli antipodi rispetto a ciò che si può indossare. In passato lo facevo di proposito, andavo alle serate nei centri sociali con questo look e mi divertivo ad osservare le facce stupite della gente, che mi guardava come se fossi un errore in quell’ambiente. Lo facevo anche per provocare: si professavano i primi sostenitori dei valori dell’uguaglianza, fieri oppositori delle discriminazioni, però ad un km di distanza mi guardavano storto, senza neanche sapere se il mio fosse un abito firmato o una roba da discount. È semplicemente il mio modo di esprimermi, non me ne frega un cazzo.

 

R.: Ultima domanda, passiamo a qualcosa di più pratico e sostanzioso: stai già pensando a come portare questo disco in live? Hai in mente qualche soluzione particolare per le prossime date?

D.: Riguardo le date annunceremo tutto presto, per ora non posso rivelare nulla. Ho un immaginario molto ricco per il live, non vorrei salire sul palco e limitarmi a fare ciò che fanno tanti altri artisti. Senza nulla togliere al classico live con microfono e strumentale, se uno è bravo quella roba spacca, però vorrei ampliare gli orizzonti. Mi piacerebbe portare dei musicisti sul palco, ballerini, coriste… Insomma, vorrei renderlo un vero e proprio spettacolo. Ovviamente il discorso budget incide pesantemente nella pianificazione di uno show del genere, ci si deve sempre adattare sotto certi punti di vista; fosse per me, darei vita ad un’ora di spettacolo che neanche le feste più estreme in Brasile (ride, ndr)! Mi piacerebbe riportare quell’ottica di party che si è un po’ persa, ormai sembra tutto limitarsi al live; ma cazzo dopo c’è il dj set, il dj non sta lì per bellezza! Rimanete, beviamo, balliamo, chiacchieriamo, divertiamoci insomma!

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