Deleterio aka D.E.L.: l’intervista

by • 24/03/2014 • Copertina, IntervisteComments (0)904

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Come tutti ormai sapete, da qualche mese è entrata in piena attività l’etichetta/collettivo Roccia Music, capitanata da Marracash. Anche se l’età media degli mc è molto bassa, sul fronte dei producer e dj può contare su diversi veterani, che guarda caso sono anche eccellenze assolute: ad esempio Shablo, Tayone e Deleterio. Proprio quest’ultimo ha appena pubblicato un album, Dadaismo, con featuring del calibro di Marra, Gué, Fabri Fibra, Nitro, Clementino e molti altri. Si tratta del suo primo progetto solista; un progetto decisamente atteso, visto che si tratta di uno dei beatmaker più atipici e singolari del panorama. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui sul disco, sul suo sound e sulla sua carriera fino ad oggi.

Blumi: Di te, a livello personale, si sa poco: sei sempre stato uno dei produttori più schivi della scena italiana. Ci racconti qualcosina?

Deleterio: A quattordici anni mi sono innamorato dell’hip hop, soprattutto di quello americano. Poi pian piano ho cominciato ad avvicinarmi anche a quello italiano: il primo disco che ho comprato è stato La Rapadopa. Essendo cresciuto con Gué e Jake, è stato automatico per me cominciare a registrare per gioco i primi pezzi. E pian piano questa passione è diventata un lavoro.

B: Prima di incontrarti ho riletto un’intervista che ti avevamo fatto nel 2005, quasi dieci anni fa, in occasione del tuo primo progetto con Gué, Hashishinz sound vol. 1. Già allora precorrevi i tempi: in un periodo in cui nessuno si cagava la musica elettronica, andavi a Parigi e ti sporcavi le mani con la drum’n’bass…

D: Esatto, il mio primo EP l’ho registrato nel 2000 con un mc guadalupense: erano quattro pezzi elettronici. Mi è sempre piaciuto molto sperimentare: da bambino mio padre mi faceva ascoltare solo jazz e soul, da Miles Davis a Ray Charles, mentre crescendo mi sono avvicinato molto all’hip hop e anche all’elettronica, grazie a questi ragazzi francesi con cui collaboravo. Due influenze che si riflettevano anche nei beat di Hashishinz sound: campioni soul misti a synth…

B: Negli anni ti sei mantenuto fedele a quella linea o stai cercando di evolverti verso qualcos’altro?

D: Quel tipo di atmosfera si è mantenuto costante perché rispecchia il mio gusto. Poi, ovviamente, ascoltando musica nuova si viene influenzati da altri sound. In ogni caso, di solito quando entro in studio faccio tutto d’istinto: da qui anche il nome dell’album, Dadaismo, che significa proprio creare di getto, seguire l’intuito e fregarsene dei canoni vigenti, quelli che ti spingono ad usare sempre quel tipo di synth, quel tipo di cassa o quel particolare effetto in modo che il tuo brano possa essere etichettato come hip hop, dubstep, trap…

B: Tu, tra l’altro, sei uno dei producer dal suono più caratteristico in Italia, soprattutto nel mainstream: è facile identificare le tue produzioni, prima ancora di leggere il tuo nome nei crediti del disco. La cosa non diventa mai uno svantaggio? Ovvero: ti capita mai che un rapper si presenti da te perché vuole un beat “alla Del” e magari non ti lascia libero di spaziare fuori dal tuo abituale suono?

D: Capita molto spesso che i rapper vengano a chiedermi se posso fare un beat simile a un’altra produzione che ho già fatto in passato e che è piaciuta molto. Io, però, non amo molto ripetermi, perciò cerco di accontentarli, ma andando a parare dove voglio io. La fortuna è che, anche quando non seguo alla lettera le loro richieste e mando un beat diverso, alla fine sono soddisfatti lo stesso! (ride) Con gli anni ho imparato a finalizzare le canzoni in modo che soddisfino sia me che l’artista per cui sto producendo.

B: Immagino che quindi, quando si è trattato di produrre per il tuo album e non per quello di qualcun altro, il tipo di ragionamento che hai fatto sia stato diverso…

D: Sicuramente! Quando lavori per un altro devi cercare di assecondare i suoi desideri, mentre in questo caso ho fatto tutto come volevo io: mi sono davvero sbizzarrito. Nessun altro ha avuto voce in capitolo. Anzi, se per caso qualche mc mi faceva un appunto, gli rispondevo “Senti, mi spiace ma è il mio disco, si fa a modo mio!”. (ride)

B: A proposito degli artisti: prendila come una provocazione e non come un giudizio, ma a volte all’ascoltatore sembra che negli album italiani gli ospiti siano sempre più o meno gli stessi: una quindicina di nomi che si alternano nei dischi di tutti. Secondo te perché succede? Perché diventa quasi obbligatorio che ci siano loro o perché sono effettivamente i più validi?

D: Io personalmente ho chiamato quelli con cui ho collaborato più spesso negli anni, e li considero tutti degli amici, oltretutto. Certo, è vero che in Italia ci si conosce tutti, quindi prima o poi finisci per collaborare con tutti. Quelli sul mio disco sono anche più di quindici, probabilmente… Forse si fa prima a dire chi non c’è piuttosto che chi c’è! (ride)

B: Ecco, infatti: c’è qualcuno con cui ti sarebbe piaciuto collaborare e che magari non sei riuscito a inserire in tracklist?

D: Qualcuno c’è, ma non voglio fare nomi. In ogni caso si è trattato soprattutto di un problema di tempistiche: ci ho messo quasi due anni a finire l’album, non potevo continuare a lavorarci in eterno. A un certo punto dovevo chiuderlo… Stare dietro alle esigenze di tutti non è facile, soprattutto quando i rapper che sono presenti nel tuo disco hanno a loro volta dei progetti in ballo.

B: Mi hanno colpito molto soprattutto Portami con te e Sui tetti della città, i brani con Mecna e Ghemon, due mc che non riuscivo proprio ad immaginarmi sulle tue produzioni: il risultato finale, però, è ottimo!

D: Mi sono sempre piaciuti come artisti e, dopo averli conosciuti, anche come esseri umani: volendo lavorare solo con persone che stimo sia sul piano musicale che su quello personale, l’idea di coinvolgerli è stata abbastanza automatica. Anche perché, come dici tu, loro due sulle mie basi risultano una novità assoluta. Il beat di Mecna è una specie di electro-reggae, lui non si è mai sentito su un tappeto del genere… La strumentale di Ghemon invece è più classica, ma credo sia venuto fuori un bellissimo pezzo, grazie anche al featuring di Adriana Hamilton.

B: A proposito di Adriana Hamilton (cantante soul italo/inglese con all’attivo numerose collaborazioni anche in ambito reggae e elettronico, ndr), lei è un talento eccezionale e le tue produzioni l’hanno valorizzata molto. Ti è mai venuto in mente di allontanarti per un attimo dal rap e lavorare a un album con un/una cantante?

D: Con Adriana ci stiamo provando, in effetti. Siamo già in studio per lavorare a un progetto stile Lorde, con un’impronta che spazia dall’elettronica al soul. Ovviamente in Italia è difficile proporre qualcosa del genere, non sappiamo esattamente che destino avrà, ma noi tenteremo.

B: Dadaismo esce sotto Universal, ma anche sotto Roccia Music…

D: Esatto. Con loro mi trovo benissimo, sia a livello umano che a livello lavorativo. Ho iniziato a lavorare al disco prima ancora che Roccia Music nascesse: per ora è più un management che un’etichetta vera e propria, ma appena il progetto dell’album si è concretizzato è stato automatico, per me, decidere di pubblicarlo con loro. Strada facendo si è aggiunta anche Universal, che inizialmente doveva curare solo la distribuzione; poi però ci ha fatto una buona proposta anche discografica, e così eccoci qui.

B: Progetti futuri?

D: Promuovere l’album e lavorare ai progetti degli altri artisti Roccia Music, in particolare al disco di Marracash, che dovrebbe essere fuori a inizio estate.

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