Debbit: l’intervista

by • 22/06/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Debbit: l’intervista285

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Della ricchezza e della poliedricità della scena romana abbiamo parlato già tante volte: in molte altre città succede che gli mc si appiattiscano su un unico modello di rap, quello che va per la maggiore in quel momento, ma sembra che la capitale non abbia spesso di questi problemi. E Debbit dimostra perfettamente questa teoria, perché esce con Piano D, un disco fresco, curato, godibile anche per il pubblico mainstream, ma comunque trovando una sua chiave per differenziarsi. Forse il segreto è il fatto che ci ha lavorato sopra per ben quattro anni, come confessa lui stesso, perché la gran parte del suo tempo era assorbita dalla partecipazione ad Mtv Spit. Abbiamo scambiato due parole con lui per parlare di passato, presente e futuro. 

Blumi: Nella primissima traccia del disco, HHD, lanci immediatamente un messaggio molto chiaro: “Io non invento storie di ghetto”…

Debbit: Sono nato e cresciuto a Roma, anche se ho origini calabresi, e quindi determinati contesti e situazioni li ho vissuti in prima persona. Conoscendo bene la gente che ci si trova in mezzo ogni giorno, non mi piace chi – magari osservandole da lontano – si fa un vanto di cose negative, cose per cui i diretti interessati soffrono e si ritrovano esclusi da qualsiasi possibilità di avere una vita migliore. Per me è inconcepibile, non sta né in cielo né in terra. Non bisogna scherzare su queste cose o prenderle alla leggera. Anche perché la situazione è proprio ribaltata, rispetto a come la raccontano certi rapper: dalle mie parti la gente che fa determinate cose non solo non fa musica, ma non si sognerebbe mai di dire ad alta voce quello che fa. E viceversa, io ho scelto di fare musica proprio per evadere da quel contesto. In ogni caso ho una concezione artistica della faccenda: ciascuno è libero di trasmettere il messaggio che vuole nelle proprie canzoni, che devono essere considerate una libera espressione proprio come lo è un quadro, una scultura, un romanzo. Però io sono cresciuto in questo modo, e quindi mi esprimo in questo modo.

B: Questo è il tuo primo album ufficiale, che però esce dopo parecchi anni di attività…

D: Non è il mio primo disco effettivo, nel senso che precedentemente c’è stato Don’t worry be Debbit, un album autoprodotto e senza una vera e propria distribuzione. Detto questo, Piano D esce dopo quasi quattro anni dall’inizio della collaborazione con La Grande Onda perché in mezzo ci sono state le mie partecipazioni ad Mtv Spit, che ha in qualche modo risucchiato tutto il tempo a mia disposizione e le mie energie; inoltre ha in qualche modo obbligato sia me che l’etichetta a buttare fuori qualcosa di immediatamente fruibile dopo la fine del programma, per sfruttare il picco di hype. Così, dopo le due edizioni a cui ho partecipato, abbiamo pubblicato due EP, dove però sono finiti molti pezzi estrapolati dal disco a cui stavo lavorando già da anni (Piano D, appunto). Insomma, per me è come se anche loro facessero parte del mio album: se provi ad ascoltarli tutti insieme sentirai che c’è un filone comune, musicalmente sono fatti della stessa pasta.

B: Tutti i rapper che conoscono fremono per fare uscire i propri dischi il prima possibile, tu ci hai lavorato su addirittura quattro anni. È stato difficile, e/o ti sei pentito di questa scelta?

D: Dipende da che punto di vista la vedi. Personalmente posso dire che la fretta di uscire, spesso dettata dalle leggi del mercato, non fa sempre bene all’arte… E essendo io una persona che dà priorità al lato artistico della cosa, penso che ci voglia un tempo dovuto per tutto. Con questo non ti sto dicendo che ho aspettato col sorriso: fremevo anch’io per pubblicare l’album, però capisco le tempistiche e le esigenze necessarie e quindi l’ho presa nella maniera migliore.

B: Sei riuscito comunque a mantenere delle sonorità abbastanza fresche: non si sente tanto il fatto che alcuni pezzi sono stati pensati molto tempo fa…

D: Il fatto di pubblicare gli EP nel mentre ha in qualche modo “ringiovanito” il disco. Per esempio, il primo anno scrivi sette pezzi per il disco e poi cinque li inserisci nell’EP che devi far uscire per forza in tempi brevi. L’anno dopo le mode cambiano, le sonorità pure, provi a fare qualcosa di diverso, ma anche in questo caso molti dei pezzi nuovi che hai scritto finiscono nel nuovo EP… Insomma, alla fine continui ad aggiungere brani e ad aggiornare quelli che già esistevano, perché l’obbiettivo principale è quello di essere sempre fresco.

B: Una caratteristica molto marcata del tuo stile è il flow, che è molto personale. Lo consideri un aspetto centrale del tuo approccio al rap?

D: Ho sempre prediletto l’aspetto musicale della faccenda, piuttosto che quello concettuale. Da bambino, quando ho iniziato a interessarmi di hip hop, ero affascinato soprattutto dalla ritmica, dalla metrica, dagli extrabeat. Adoravo cose un po’ fuori dagli schemi, tipo Bone Thugs’n Harmony o Eminem, mentre quelle più classiche le trovavo troppo convenzionali e standard. Essendo un fanatico della tecnica, mi sono allenato soprattutto da quel punto di vista. In ogni caso, però, secondo me tutti devono avere la libertà di esprimersi come meglio credono. Per me il rap è come un videogame di lotta, tipo Mortal Kombat, in cui ogni personaggio ha il suo stile diverso e la sua attitudine. Non mi piacciono gli mc in fotocopia, e personalmente ci tengo a distinguermi.

B: E il fatto di canticchiare i ritornelli fa sempre parte del volerti distinguere (anche se in questo periodo, in effetti, è molto di moda)?

D: Da anni sto lavorando molto sulla musicalità del mio freestyle (faccio freestyle ogni giorno per allenarmi, fin da quando ho iniziato): tutti si concentrano sullo sparare cartelle, io ho deciso di evolvermi anche in un’altra direzione. Mi capita anche di fare vere e proprie canzoni in freestyle, con un’intera struttura da canzone – strofa, ritornelli, bridge. Anche quando scrivo i miei pezzi, ormai, mi viene automatico associare una melodia al flow. Da qui questi esperimenti di ritornello.

B: Curiosità: praticamente tutti i featuring e i beatmaker sono di nomi che appartengono alla tua stessa generazione. È una scelta o un caso?

D: Una scelta, ma è stato più un discorso di coerenza musicale e contaminazione, senza però voler strafare con le collaborazioni: forse sono un po’ megalomane, ma tendo a voler dare spazio soprattutto a me stesso nei miei progetti, e non tanto ai featuring! (ride)

B: Tornando per un attimo a Mtv Spit, negli ultimi anni i talent musicali in tv sono stati al centro della bufera, perché accusati di sfornare decine di artisti all’anno e poi bruciarne le carriere in un lampo, soprattutto nel caso di quelli che non vincono. Vale lo stesso discorso anche per Spit, secondo te?

D: Non credo che funzioni esattamente così per Spit. Pensa a Nitro, ad esempio, che non ha vinto ma ha fatto più successo della maggior parte degli altri vincitori… Lui è quello che ha massimizzato di più le potenzialità del programma. E tanti altri concorrenti sono riusciti a farsi notare proprio grazie a quella vetrina.

B: Last but not least: progetti futuri?

D: È la prima volta che, appena pubblicato un album, ho voglia di mettermi subito al lavoro su un altro progetto! Sono già all’opera a dire il vero: sono in contatto con vari colleghi con cui sto preparando esclusive che usciranno a breve, e soprattutto sto lavorando con un team di ragazzi che si occupano di animazione: il mio prossimo video sarà molto speciale.

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