De Luxe

by • 13/11/2008 • RecensioniComments (0)457

Riascoltando con orecchio quanto piu' distaccato possibile questo disco, non si puo' fare a meno di notare una cosa: “De Luxe” con i suoi (parecchi) pregi e i suoi (innegabili) difetti rappresenta una nitidissima fotografia di quello che era nel lontano 1997 il rap italiano.
La critica che, storicamente, e' stata fatta ai Lyricalz (come a molta dell'Area Cronica, che con “De Luxe” vede il primo prodotto ufficiale come etichetta) e' quella di essere cloni e repliche di rappers americani.

Lungi da me prendere le loro difese: l'ispirazione e'  palese , Fede stesso ha dichiarato, qualche tempo fa, che gli importava di “copiare i rapper americani che gli piacevano” e ascoltando attentamente non e' difficile cogliere intere barre USA “tradotte” nella lingua di Dante.

E' un problema questo? Non se fatto con lo stile dei due gemelli lirici, che dimostrano di aver “studiato” alla perfezione i loro modelli d' oltreoceano (Mobb Deep anyone?) e riescono per lo piu' a riproporre e rielaborare rime e concetti in modo da renderli propri, anche in pezzi come “Vivremo alla Grande” o “De Luxe”, veri e propri “manifesti” dello stile lirico (e dell'intera Area Cronica). Quando la formula non funziona alla perfezione si hanno purtroppo pero' cadute di stile quasi imbarazzanti come “La piu' speciale delle sere” (dove l'ispirazione a “temperature's rising” e'  fin troppo palese).Altro difetto del disco assolutamente tipico del 90% dei prodotti italiani di quel periodo e' una certa divisione fra pezzi “leggeri” e pezzi “impegnati”, categoria in cui troviamo pezzi per lo piu' introspettivi, cupi e malinconici (e in cui si trovera' il seme della futura maturazione dei due rappers, Fede in particolare). Nel caso dei Lirici questa cesura e' meno grave che in altri episodi: l'alternarsi fra lo stile piu' “lirico” (scusate il gioco di parole) di Fede e quello decisamente piu'  prosaico di Dafetti rendono godibili anche i brani “seri”, anche se e'  indubbiamente in altre acque che i due sguazzano con maggiore famigliarita'.

I brani migliori infatti sono quelli piu' leggeri, dove il desiderio di realizzarsi (con uno sguardo fisso verso l'america), di autocelebrarsi e di godersela assieme ai propri soci fanno scorrere alla grande le rime dei padroni di casa e degli ospiti.A livello di basi troviamo un Bassi totalmente “classico” nel suono Newyorchese di meta' anni '90 e un Fish ancora ispirato e non totalmente elettrico e sperimentale.
Da segnalare, in particolare “Di Zona”, secondo il parere di chi vi scrive uno dei pezzi migliori mai scritti in Italia, grande base, grande atmosfera e grandi strofe, neanche la presenza di Sab Sista riesce a rovinarlo.

Come scrivevo a inizio recensione, questo disco e' una bella fotografia della scena di 10 anni fa: ingenua, immatura, ma sicuramente sincera e appassionata.
Prendete quello che c'era di buono e godetevi il viaggio dei lirici.

 

 

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