Dario Serafino: l'intervista

by • 28/07/2007 • IntervisteComments (0)1029

Hotmc incontra Dario Serafino, polivalente musicista soul italiano che recentemente si è imposto all'attenzione della scena italiana grazie al progetto The ItalianSoul, in collaborazione con l'amico Alessio Beltrami, e per il suo primo album omonimo.

Blumi: Rispetto all’età media di chi pubblica un album d’esordio, tu sei un po’ più maturo. Come mai hai aspettato fino ad oggi a fare uscire il tuo primo album, visto che comunque fai musica da moltissimo tempo?

Dario Serafino: Diciamo che il mio è stato un percorso abbastanza travagliato. Se non provieni da una famiglia abbiente e sei abituato a lavorare per mantenerti, è difficile dedicare il tempo necessario alla musica. Ho investito tutti i miei già pochi momenti liberi nella musica, ma per arrivare al risultato che volevo ottenere con questo disco c’è voluto molto tempo: sono sei anni che lavoro a pezzi miei, ho cercato di procedere senza fretta. Inoltre, il sistema discografico italiano non favorisce gli esordienti, soprattutto quando si occupano di un genere come il nu-soul: negli anni ho avuto molti riscontri positivi da etichette grandi e piccole, ma nessun addetto ai lavori sapeva in che segmento di mercato collocare il mio album, così tutte le prospettive di contratto sono sfumate. E, ovviamente, fare tutto da solo è stata un’ulteriore fonte di ritardi…

B: Normalmente in Italia chi inizia a fare nu-soul passa prima per l’hip hop. Tu come hai iniziato ad appassionarti al soul?

DS: Io ho fatto una sorta di percorso inverso, in realtà. La black music è entrata nella mia vita fin da quando ero piccolissimo, grazie alle mie sorelle, grandi appassionate di funk e rythm’n’blues. Solo in un secondo momento, attorno alla fine degli anni ’80, sono arrivato a conoscere l’hip hop, assorbendone la cultura e le ritmiche. Col tempo l’hip hop è diventato una parte fondamentale della mia musica, anche perché il mio modo di comporla è fondamentalmente hip hop. In un secondo momento ho cominciato a interessarmi anche di jazz e, mescolando le mie esperienze in campo di hip hop, jazz e funk sono approdato al nu-soul.

B: Sui crediti dell’album è indicato che hai suonato personalmente praticamente tutti gli strumenti del disco. Da dove viene questa formazione così polivalente e come mai hai scelto di suonare tutto tu?

DS:
A questo album hanno partecipato un pianista, due bassisti e un batterista “di supporto”, che mi ha aiutato a programmare le percussioni; tutto il resto, invece, l’ho fatto io. Ho scelto di occuparmene da solo perché credevo fermamente in questo progetto e, per forza di cose, coinvolgere altre persone mi avrebbe costretto ad adattarmi ai loro tempi e alle loro esigenze. Inoltre, in Italia non esiste la cultura del nu-soul e per un musicista è spesso difficile capire il tipo di suono che vorrei dare ai miei brani: volendo evitare di arrivare a compromessi melodici, ho deciso di fare tutto da me. Certo, è stato molto complicato. Io non ho mai studiato musica, perciò suono tutto in maniera molto istintiva: me la cavo abbastanza con piano, chitarra e basso, mentre per tutto il resto mi avvalgo di alcuni synth. Sono un maestro nell’arte di arrangiarmi, insomma! (ride)

B: In effetti, il soul è una musica che spesso dichiara con orgoglio di essere autodidatta e ignorante. Sei d’accordo con questa considerazione?

DS: Per quanto mi riguarda, l’importante è l’obbiettivo a cui arrivi. In America spesso i cantanti soul cominciano a studiare soltanto dopo aver prodotto i primi brani, oppure hanno una precedente formazione jazz e gospel che permette loro di avere già un’infarinatura in materia. L’essenziale, secondo me, è avere in mente un disegno più preciso possibile di quello che vorresti fare: quando scrivo un pezzo, io m’immagino già l’intero arrangiamento. E a quel punto non hai bisogno di avere una conoscenza musicale dettagliata, ma piuttosto la capacità manuale di tradurre le tue idee in realtà. Inoltre, ignorare la teoria musicale spesso ti permette di uscire da alcuni schemi. Molti musicisti professionisti rimangono colpiti dai miei arrangiamenti: le regole che vengono inculcate durante lo studio dell’armonia ti abituano a rimanere sempre sul sentiero battuto, mentre io, non avendo questo retaggio, posso permettermi di sperimentare senza sensi di colpa.

B: Nel disco si percepiscono influenze musicali molteplici, da Stevie Wonder al nu-soul di D’Angelo passando per spunti che esulano dalla black music. È un tributo voluto oppure è una cosa nata spontaneamente?

DS: È stata una cosa del tutto spontanea, dovuta all’influenza che ha su di me la musica che ascolto e da cui ho imparato a comporre.

B: Le tematiche del disco si focalizzano sull’amore. Lo hai fatto per seguire la tradizione dei dischi soul?

DS:
In realtà, anche in questo caso è stata una cosa istintiva: sentivo l’esigenza di parlare di quello, tutto lì. L’amore è il sentimento più forte che una persona possa provare e da sempre buona parte dell’arte ruota attorno all’amore. Questo, però, non vuol dire che io non abbia voglia di parlare anche di altro: già nell’ambito di quest’album avevo provato a scrivere di tematiche più sociali, ma poi ho deciso di aspettare. In futuro mi piacerebbe moltissimo variare gli argomenti e occuparmi di questioni diverse, anche perché tradizionalmente il nu-soul è un po’ carente, per quanto riguarda i testi di protesta…

B: Nel tuo album colpisce piacevolmente la cover di Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli, veramente molto riuscita. Come ti è venuta l’idea di rifare quel pezzo?

DS:
Fin da quando ho cominciato a fare musica desideravo fare una cover di un brano italiano, perché da sempre ho la mania di canticchiare i brani variando la melodia e riarrangiandoli in qualche modo. Lavorando all’album ho cominciato a fare qualche esperimento in questo senso: la musica italiana secondo me ha un grandissimo valore, il problema sta semplicemente in un arrangiamento che spesso è stereotipato e inutile. Ho scelto proprio quella canzone per una questione di circostanze: ho incontrato Caterina Caselli diversi anni fa, perché la Sugar Records, la casa discografica di cui è presidente, aveva degli interessi nei miei confronti. Lei mi ha consegnato una lista di brani e mi ha proposto, a titolo di provino, di reinterpretarne uno: ho deciso per Insieme a te non ci sto più, rifatta a modo mio, ovviamente. A quel punto Caterina ha obbiettato che forse la gente non avrebbe capito le variazioni che avevo inserito, ma io non me la sono sentita di cambiare il mio modo di cantare per andare incontro a quel tipo di esigenza: con la Sugar è finito tutto in una bolla di sapone, ma quella cover mi piaceva troppo per sprecarla, così a quattro anni di distanza ho deciso di includerla nel mio album.

B: Parlaci del progetto The ItalianSoul, di cui sei fondatore…

DS: The ItalianSoul nasce nel 2005, quando muovevo i miei primi passi nel mondo della discografia: come raccontavo prima, gli addetti ai lavori non riuscivano a collocare la mia musica in una categoria precisa e questo creava moltissime diffico
ltà. Per risolvere il problema, ho deciso di inventarmi un marchio che racchiudesse l’essenza del mio percorso. Più o meno nello stesso periodo ho conosciuto Alessio Beltrami in uno studio che frequentavamo entrambi: abbiamo subito trovato delle affinità tra i nostri rispettivi modi di lavorare, così gli ho proposto di entrare a far parte di ItalianSoul. Abbiamo deciso di pubblicare i nostri dischi sotto questo marchio, tanto per cominciare: nell’estate del 2005 ci siamo chiusi a casa mia, ciascuno in una stanza, e lavoravamo ciascuno per conto proprio, scambiandoci poi alcuni compiti: con lui ho terminato la maggior parte delle liriche, mentre io ho curato alcuni arrangiamenti del suo EP. A fine estate avevamo terminato e abbiamo capito che ItalianSoul avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella nostra musica. Abbiamo incluso nel progetto anche i grafici, i fotografi e i musicisti che avevano lavorato con noi. Nei ritagli di tempo, inoltre, tutti assieme abbiamo lavorato anche ad un progetto di matrice new jazz che abbiamo chiamato The Evolution: ItalianSoul. Questo disco uscirà sicuramente in digitale, vedremo più avanti come farlo proseguire. La nostra più grande ambizione è quella di crescere sotto qualsiasi punto di vista: abbiamo degli obbiettivi, ma non ci poniamo dei limiti.

B: Il soul in Italia è ancora un genere sottorappresentato. Qualche tempo fa hai partecipato a una reunion radiofonica con la maggioranza dei suoi esponenti italiani, promossa da Irene Lamedica durante una puntata di Soulsista: che impressione hai tratto della scena soul italiana?

DS: Secondo me la qualità delle produzioni sta migliorando. Oddio, c’è qualcuno che non ha certo bisogno di migliorare ulteriormente: Al Castellana, ad esempio, è già a un livello tale per cui potrebbe tranquillamente competere con gli artisti americani. In generale, la scena soul italiana sta crescendo e prendendo posizione nel panorama musicale nazionale. Ognuno dei suoi esponenti ha preso delle direzioni diverse e ciascuna di queste sfumature arricchisce la visione d’insieme. Ciascuno di noi comunica in una maniera diversa e ha un riferimento di pubblico diverso, ma abbiamo tutti un minimo comun denominatore: mi piacerebbe moltissimo che tra di noi ci fosse una sorta di complicità. Sarebbe bellissimo, ad esempio, se riuscissimo a fare anche una reunion live, suonando tutti insieme, per dimostrare che ci siamo, esistiamo e siamo pronti a far valere le nostre ragioni.

B: Progetti futuri?

DS: Con i progetti indipendenti è sempre complicato fare promozione, ma ci stiamo provando: il nostro obbiettivo è quello di suonare il più possibile e già da settembre porteremo in giro un gran bello spettacolo. Nel frattempo sto lavorando anche al secondo album, ho già sette brani pronti e non vedo l’ora di chiudermi in studio a finirlo. Oltre a questo, come ho già anticipato, è in arrivo un nostro progetto più orientato sul new jazz, restate sintonizzati su www.theitaliansoul.com per ulteriori aggiornamenti.

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