Cristo si è fermato a Seattle. Per un sobrio featuring con Kanye West

by • 22/10/2013 • Articoli, Copertina, Multimedia, VideoComments (0)1538

A metà aprile del 2012, quando un redivivo 2Pac si presentò in versione ologramma sul palco del Coachella, per splittarsi un paio di brani con Snoop Dogg, la percentuale sana della platea hip hop internazionale (così ho la presunzione di credere) si augurò che con quello si fosse toccato il fondo. Da lì, in termini di trash, più in basso era difficile scendere.

Fare di più, o di meno, era obiettivamente una sfida. Ma siccome il rap è terra di competizioni sfrenate, qualcuno il modo per fare peggio l’ha scovato, con una trovata teatrale per cui la platea dei critici dovrebbe spellarsi le mani dagli applausi e piangere calde lacrime di commozione.

Kanye West, che tutto è tranne che nuovo a uscite di sobria modestia, si è concesso, per la tappa a Seattle del suo tour, un featuring in odore di testi sacri, portandosi Gesù sul palco. Il losco figuro che nel video qui sopra compare a sinistra, quello con la tonaca da samurai fashion e le sneaker fluo, è il nostro eroe di Chicago. Alla destra del rapper, per rispettare le posizioni dogmaticamente stabilite, un candido Gesù sceso in terra.

Chiamandosi l’ultima fatica di Kanye Yeezus, poteva il nostro rinunciare a portare sul palco l’ispiratore di cotanto titolo? La risposta, ça va sans dire, è no.

Un po’ come se un altro che con i paragoni – e gli outfit da palco – ci andava giù leggero, Isaac Hayes, forte del soprannome (Black Moses) datogli dal suo bodyguard, si fosse presentato in scena ai suoi tempi accompagnato da un attore nodoso-bastone munito e una manciata di ebrei in fuga dall’Egitto.

La differenza non da poco è questa: se a Isaac Hayes si poteva concedere il beneficio del dubbio sul fatto che con la sua musica potesse aprire le acque del Mar Rosso, a Kanye West non è possibile imputare né la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Jigga, né tantomeno la conversione di meretrici alla castità, viste le selfie che la compagnuccia Kardashian si ostina a postare sui social network, con annessi minacciosi tweet (ALLCAPS) di risposta del “marito” geloso.

Della mitomania di Kanye si potrebbero riempire enciclopedie. Di acqua sotto i ponti, da quando il nostro giocava al tenero cucciolone celato sotto le mentite spoglie di un orso (diciamo i primi due dischi, che nel terzo il teddybear stava partendo per la tangente) ne è passata.

Attualmente il nostro ha virato sull’altro versante della scenografia da palco, quello della provocazione un tanto al chilo. Se dunque non è sufficiente la comparsa di un Cristo un po’ hipster e un po’ hippy, che si esibisce in frasi dal raro contenuto escatologico (“I came here to make dead people alive”), ad aggiungersi alla collezione di pacchianate di ottimo gusto c’è pure la bancarella vendite.

Ai concerti di Kanye – scrive il Guardian – si possono trovare agilmente magliette con scheletri bardati da Cherokee e altrettante t-shirt dove gli stessi scheletri pregano in ginocchio sotto una campeggiante scritta Yeezus, mentre un invito recita “God wants you”. Scelte che in un certo senso fanno tirare un sospiro di sollievo, paragonate alla volta che si presentò sul palco con un kilt di pelle di Givenchy. Lord Jamar (Brand Nubian) ne rimase abbastanza impressionato da scriverci un pezzo sopra. Ma quella è un’altra storia.

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