COMPETITION CANEDA: I vincitori + intervista a Caneda

by • 27/04/2009 • ArticoliComments (0)1582

Questi i fortunati che si aggiudicano una copia del nuovo album di Caneda, La farfalla dalle ali bagnate

Andrea Franzò
Martino Bottegal
Tiziano Spadavecchia.

I vincitori saranno contattati via mail con le modalità di consegna del premio.

Come premio di consolazione per tutti gli altri, invece, ecco una breve intervista che abbiamo realizzato con Caneda.

Blumi: Hai iniziato a farti conoscere nella scena come writer e ancora oggi sei noto soprattutto per quello. Quando hai iniziato a fare l'mc e perché?

Caneda: A me l'hip hop è sempre piaciuto nella sua globalità: il ballo, la musica, il writing… Ho iniziato a scrivere canzoni fin da subito, mentre la decisione di fare un disco è arrivata solo più tardi, con l'Armata 16 (gruppo formato da alcuni componenti della crew milanese 16K, nel 1999 pubblicò l'EP Spiriti liberi, ndr). Da allora non ho più smesso, ma la molla che mi spinge è la voglia di scrivere canzoni, più che quella di fare l'mc.

B: Se tu dovessi definire te stesso con una sola categoria, diresti che sei un rapper o un writer?

C: Non mi ritrovo granché nelle etichette: quando dipingo sono un writer, quando scrivo sono un rapper. E più in generale, sono semplicemente me stesso.

B: Prediligi testi introspettivi, con un preciso significato: lo fai per ragioni "ideologiche" o perché pensi di riuscire meglio in questo genere di pezzi?

C: Credo che dipenda dal fatto che mi piace molto leggere, perciò cerco di raccontare qualcosa di significativo anche nei pezzi che scrivo. Punto allo storytelling.

B: Per gli mc che arrivano da altri percorsi spesso è difficile farsi prendere sul serio: soprattutto all'estero esistono molti sportivi, attori o personaggi provenienti da altre discipline dell'hip hop che provano a cimentarsi con il rap, ma i loro dischi vengono accolti come un curioso passatempo, più che come un prodotto serio. Ti è mai capitato di ricevere delle valutazioni del genere?

C: Il rischio c'è, ovviamente: all'inizio probabilmente molti non mi avranno preso granché sul serio. Però penso che ascoltando il mio disco, dove non cito il writing (anzi, non ne parlo proprio), si può capire che è un prodotto che si distacca da quello che ero prima.

B: La farfalla dalle ali bagnate è un lavoro totalmente autoprodotto: proprio per questo mi ha incuriosito la scelta di affidarti a Marco Zangirolami, forse il fonico e arrangiatore più utilizzato da chi fa hip hop in Italia a livello professionistico.  Come mai hai voluto proprio lui?

C: Inizialmente sono stato io a cercarlo perché mi avevano detto che era il capo, neppure ci conoscevamo. Zangirolami, che è sempre impegnatissimo, non era molto interessato. Dopo aver sentito qualche provino, però, ha cambiato idea. Il suo apporto è stato fondamentale: si è innamorato del progetto e ci si è dedicato anima e corpo, non limitandosi a intervenire su mixaggio e master, ma studiando anche degli arrangiamenti per i vari pezzi. Per me è stato davvero un sogno. Forse scegliere di lavorare con un professionista del genere può sembrare un investimento eccessivo per un album autoprodotto, non mi pento assolutamente della mia scelta, perché difficilmente avrei trovato altrove la passione e la dedizione che lui mi ha regalato.

B: Tu ti mantieni dipingendo e ormai anche fare l'mc è diventato un lavoro. Visto che sei uno dei pochi ad aver trasformato la propria passione in un mestiere, che consiglio daresti a chi vuole fare lo stesso?

C: Insistere. Arrivare da qualche parte è difficilissimo, soprattutto in un paese come l'Italia. Bisogna dar retta alla propria follia, anche quando non si tira a fine mese. Fino a ventotto anni io non avevo neppure i soldi per comprarmi un biglietto del tram: ho lavorato come robivecchi, ho fatto manutenzione in un albergo… Sono stato mille volte sul punto di rinunciare ai miei sogni, ma alla fine ho capito che dovevo tener duro anche se avevo tutto contro. Se senti che quella è la tua strada, probabilmente è destino che lo sia. Infatti, è arrivata la mostra del Pac (la mostra Street art, sweet art del 2007, in cui Caneda con il nome di Cano ha esposto alcune opere, ndr) e finalmente le cose hanno cominciato a girare nel verso giusto.

B: Recentemente hai fondato assieme a Gue dei Club Dogo una linea d'abbigliamento, Recession Clothing…

C:  È una cosa che ci è venuta quasi per caso l'estate scorsa. Abbiamo creato una prima maglietta che Gue metteva durante i live e abbiamo notato subito dei riscontri molto positivi, così abbiamo deciso di metterne in vendita un'intera linea. Molti amici ci hanno dato una mano con la promozione: Club Dogo, Marracash, Entics, J-Ax, Piero Pelù, Fabri Fibra, Vincenzo da via Anfossi, Emi lo zio etc… Il concetto dietro al marchio è piaciuto molto: la parola Recession scarabocchiata sopra a una banconota da 500 euro ricorda un po' la pop art ed è una provocazione che rispecchia la realtà di oggi. Mi ricorda un po' il simbolo della pace disegnato sopra l'elmetto militare ai tempi del Vietnam: un'immagine molto potente, al punto che Kubrick l'ha usata per la locandina di Full Metal Jacket.

B: Tra l'altro, in periodo di recessione anche aprire un nuovo business come una linea d'abbigliamento sembra una provocazione…

C:
Sicuramente lo è, ma evidentemente ha funzionato, perché abbiamo già quasi esaurito la prima tiratura di magliette. Infatti, il mese prossimo cominceremo a lavorare alla nuova linea.

B: Tu hai vissuto tutte le fasi della scena hip hop italiana: sei fiducioso anche rispetto al fatto che la musica rap si sia finalmente guadagnata un posto sicuro nel cuore del grande pubblico italiano? Dobbiamo essere ottimisti o pessimisti?

C: Se continua così, dobbiamo essere ottimisti. Vedere degli artisti che partono dall'autoproduzione e che arrivano a una major è bellissimo, fa bene a loro e a tutto il movimento. Nessuno degli artisti arrivati in vetta finora è un'invenzione del mercato: erano lì già da prima, non sono stati costruiti a tavolino per vendere, e questo è figo.

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