Comic Strips Never Die #extra: cosa ci ha insegnato la mostra Black Pulp

by • 28/03/2018 • Comic Strips Never Die, Copertina, RubricheCommenti disabilitati su Comic Strips Never Die #extra: cosa ci ha insegnato la mostra Black Pulp136

Il tema che stiamo per affrontare prende spunto da un interessante approfondimento scritto dall’attivista Cei Bell per la rivista WHYY. Premettiamo che, a eccezione di Cosby vs Rap e Kurtis Blow, non si parlerà di Hip Hop nel senso stretto del termine. Il tema è quello razziale e seppur trattato nel contesto socio-culturale americano, rappresentato nella bellissima mostra chiamata Black Pulp!, dobbiamo leggerlo riflettendo su ciò che sta’ accadendo, non solo negli Stati Uniti di Trump ma anche nell’Italia della Lega e simili. Buona lettura!

Negli ultimi due secoli quel magico impasto di acqua e cellulosa associato alla rivoluzione industriale ha reso la carta stampata accessibile a tutti. È forse grazie alla rivoluzione industriale che il bianco più o meno candido della carta iniziò ad avere nuove sfumature. Con tutta probabilità è stato questo il primo passaggio ad aver ispirato William Villalongo, professore alla Cooper Union School of Art di New York e Mark Thomas Gibson, artista e professore associato di Yale, entrambi curatori di Black Pulp.

Naturalmente non è una questione di carta. La mostra è una raccolta di materiale stampato che evidenzia quale fosse il ruolo dell’uomo “nero” nella società bianca americana. Non esiste probabilmente miglior esempio da cui partire per documentarsi che i testi di Samuel Morton o le illustrazioni stampate della rivista Harper’s Weekly che si possono trovare con una semplice ricerca su Google. Ciò che possiamo trovare quindi è uno stereotipo razziale deformante della comunità afroamericana, e se pensiamo che oggi viviamo in un epoca post-razziale con tutta probabilità ci stiamo sbagliando di grosso. Mentre negli Stati Uniti l’epoca delle illustrazioni di stampo colonialista tipo Sambos o le associazione tra uomo e scimmia sembrano essere sostituite con stereotipi più blandi, in Italia non è così. Basta andare in un supermercato qualsiasi e comprare una confezione di Orzo Tre Mori con un visual che noi definiremo esotico ma che possiamo tranquillamente etichettare come razzista, oppure ascoltare un personaggio come Tavecchio che parla di mangia banane e ci rendiamo conto che su certi temi non sembra essere cambiato granché. (Continua dopo la foto)

D’altronde gli stereotipi razziali ci hanno accompagnato fin dalla culla e abbiamo imparato a conviverci e ad accettarli, gli abbiamo visti in personaggi dei cartoni come “Coal Black and the Sebben Dwarfs” oppure in una miriade di altre animazioni di Walt Disney, che a Roma nel ’35 incontrò nientepopodimeno che Lvi! Ed è incredibile e spaventoso poter vedere nella mostra di Black Pulp le illustrazioni che testimoniano come le Leggi di Jim Crow contro la mescolanza razziale fossero associate e radicate al fascismo italiano. Nella mostra è possibile vedere i carboncini originali di Owen Middleton del processo Scottsboro Boys, nove ragazzi accusati ingiustamente di violenza sessuale. E una serie di altre testimonianze sulla segregazione razziale.

Ma i curatori di Black Pulp vogliono portare l’attenzione del pubblico anche su un’altra tematica, forse per noi più complicata da comprendere, ovvero la grande opportunità che la carta stampata del XIX e XX secolo offriva alla comunità afroamericana. È in quel periodo forse che possiamo percepire il cambiamento di rotta della questione razziale in America. Le stampe di Harlem Renaissance ribaltarono completamente l’informazione, iniziò un botta e risposta, che portò senza dubbio il dibattito culturale su altri livelli. Anche e soprattutto l’aspetto visivo è al centro della mostra e parte proprio dalle immagini di art déco e art nouveau utilizzate da Harlem Renaissance, quelle di NAACP di The Crisis, il giornale accademico Opportunity: Journal of Negro Life di Urban League, oppure libri come “The Weary Blues” di Langston Hughes, “The black Christ & other poems” di Countee Cullen e “The Blacker the Berry” di Wallace Thurman. Sono gli anni in cui il tema culturalmente diventa rilevante e due scuole di pensiero si dividono con Du Bois che definisce Fire! di Wallace Thurman un testo volgare e non rappresentativo. Un tema che si è protratto fino ai giorni nostri con un Bill Cosby fortemente critico nei confronti del movimento Hip Hop ma ignaro dei guai giudiziari ben più gravi che da li a poco gli sarebbero piombati addosso e lo avrebbe portato in carcere. (Continua dopo la foto)

Ampio spazio è dato all’illustrazione, ai fumetti e all’animazione. Partendo in ordine cronologico parliamo di Krazy Kat di George Herriman. Fumetto datato 1910 ma tuttora attualissimo che ha come protagonista un gatto nero e la storia del suo amore non corrisposto per Ignatz, un topo bianco. Ignatz rappresenta la frustrazione che si vive in quell’epoca nei confronti dell’amore tra etnie che sfocia spesso in violenza gratuita. Anche il cane poliziotto, l’ufficiale Pupp, è bianco ed è innamorato di Krazy e in più occasioni interviene per amore arrestando il topo violento. In una striscia rara e controversa, conservata dalla Library of Congress e non presente nella mostra, il gatto nero cade in una pittura bianca, questo cambia improvvisamente il comportamento del topo bianco che improvvisamente si innamora di lui. Per la prima volta poesia e narrazione entrano nel mondo del fumetto e rendono Krazy Kat un capolavoro senza tempo.

Facendo un piccolo salto nel mondo illustrativo una testimonianza importante è rappresentata da Loïs Mailou Jones che negli anni ‘30 realizzò i primi libri per bambini, intitolati “Women Builders” scritti da Sadie Iola Daniel e “The Picture-Poetry Book” di Gertrude Parthenia McBrown. All’epoca i libri per bambini afroamericani erano inesistenti, questo rappresenta un traguardo di civiltà e un cambio di direzione radicale.

Spesso era difficile, per non dire impossibile, presentare personaggi di colore a un pubblico mainstream. Così l’idea geniale e di rottura, che causò non pochi problemi ai protagonista di questa storia, l’ebbero Al Fieldstein (sceneggiatore) e Joe Orlando (fumettista) con un finale a sorpresa di Weird Fantasy – “Judgment Day” dove l’astronauta e protagonista del fumetto si rivela essere un uomo di colore. Questo fece infuriare un giudice della Comics Code Authority (authority per la censura dei fumetti) che chiese all’editore di bloccare la pubblicazione. Cosa che non successe grazie al co-editore Ed Gaines che decise di andare avanti in barba alla censura. Cose che potevano accadere soltanto nel mondo dell’editoria dei fumetti! (Continua dopo la foto)

In esposizione tra i fumetti anche Torchy in Heartbeats, All-Negro Comics e Lobo il primo cowboy di origini africane. E non potevano mancare i personaggi Marvel di Billy Graham come “Luke Cage: Hero for Hire” e “Jungle Action”, la prima serie Black Panther. La mostra infatti si apre con la proiezione del film “Black Panther”, non a caso il Re di un paese che non è mai stato conquistato dal colonialismo.

Nel settore della grafica, impossibile non citare quelle di Emory Douglas che per il Black Panther Party di fine anni ’60. La mostra presenta anche un’edizione del newspaper Black Panther Party con l’articolo Against Fascism, accompagnato dalle sue immagini e Counter Attack del New Haven Panther Defense Fund con un’immagine di Huey Newton con sotto le foto delle sparatorie del Kent nei‘70. E poi le copertine di The Nubians of Plutonia di Sun Ra, Bad Girls di Donna Summer, The Breaks di Kurtis Blow e Thriller di Michael Jackson. Quello che emerge è che nonostante i tanti passi in avanti fatti sul tema razziale alcuni settori come il visual design sia considerato “diverso” da quello tradizionale, quindi nella collezione sono stati inseriti anche gli artisti visivi contemporanei come Renee Cox con il suo visual Chillin with Liberty una donna seduta in cima alla Statua della Libertà e anche la serie serigrafica Dailies from Rythm Mastr di Kerry James Marshall.

Black Pulp! è in tour.

E ci chiediamo se questa mostra non valga la pena portarla anche in Italia.

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