Comic Strips Never Die #16: Grey Area, o la rivoluzione dell’arte pubblica

by • 31/10/2018 • Comic Strips Never Die, Copertina, Multimedia, Rubriche, VideoCommenti disabilitati su Comic Strips Never Die #16: Grey Area, o la rivoluzione dell’arte pubblica128

E’ decisamente un tema molto delicato e pieno di insidie quello della Street art, o arte pubblica che dir si voglia: infiamma i puristi e fa brillare gli occhi ai collezionisti e galleristi di tutto il mondo. Chi invece sembra interessare molto meno è la pubblica amministrazione. Politici e burocrati che, tolti pochissimi casi in Italia, la ignorano, la distruggono, la infangano e di cui spesso hanno una gran paura. Famoso fu il caso dell’opera di Blu cancellata dall’allora assessore pesarese Alessandro Di Domenico, che ottenne dalla provincia l’autorizzazione alla cancellazione dell’opera perché “brutta”. Ora di certo non siamo qui a parlare di Pesaro che ha una lunghissima storia di areosol artist (basti pensare alla TMA CREW), e che oggi può contare sulla collaborazione dei ragazzi del collettivo RE/UR Reperti Urbani, che stanno letteralmente educando la pubblica amministrazione e la cittadinanza sul ruolo sociale dell’arte pubblica, senza nessun misunderstanding. La consapevolezza, che si sta facendo strada anche tra i più bigotti, è che la street art non è più sinonimo di vandalismo, forse perché va di moda, resta il fatto che dobbiamo mantenere alta l’attenzione e distinguere quando un’opera è legale e quando no e quali sono i parametri normativi in Italia. (Continua dopo la foto)

Da noi non esiste una normativa ufficiale che tuteli la produzione e la conservazione della public art e non c’è ancora nessun criterio sul “chi” e “come” gestire la produzione e la tutela in modo strutturale e condiviso. Strano, se pensiamo che l’Italia è uno dei Paesi che più al mondo vive di arte e turismo. Certo, come dicevamo l’arte fa paura e non fa sconti a nessuno: è scomoda, soprattutto quando non rispetta i canoni del politically correct. Ma cosa pretendiamo, che si possa creare un dibattito attraverso l’arte? E che questo sia addirittura coadiuvato dalla politica? La censura è sempre dietro l’angolo! E lo vediamo quasi tutti i giorni, come accaduto poche settimane fa a Trieste con lo scontro tra il vicesindaco leghista e gli organizzatori della Barcolana, colpevoli di aver realizzato un poster che ha una doppia interpretazione e potrebbe essere letto come un messaggio pro-migranti. Insomma, le immagini fanno paura, e quindi è meglio mantenere uno stato d’incertezza e non favorire la produzione di opere d’arte, soprattutto se poi queste possono diventare strumento politico e ritorcersi contro gli amministratori locali. Siamo matti?!

Ma non tutti in Europa la pensano così. Certo il problema è globale, ma a Dublino qualcosa si è mosso con un’iniziativa che creerà sicuramente un precedente, una case history, che ci offre una via di uscita. Il progetto, lanciato sotto forma di petizione online su Change.org, si chiama Grey Area: è nato a Novembre del 2017 dalla collaborazione tra lo studio di architetti GoKu di Dublino e il collettivo SUBSET, che hanno lavorato insieme alla stesura di un documento che hanno chiamato Public Art Framework. (Continua dopo la foto)

Dopo aver esaminato numerosi esempi internazionali ed aver avviato tavoli di lavoro tra artisti e tecnici, è stato redatto un documento che si incastra perfettamente con il Government Policy on Arts contenuto nel piano di Creative Ireland Programme (CIP) 2017 – 2022 e il Dublin City Development Plan 2016- 2022 della città di Dublino. Sì, perché in parole povere Dublino aveva già avviato un piano normativo che favoriva la produzione di arte pubblica anche e soprattutto nei quartieri ritenuti “degradati”. Non siamo mica in Italia! Anche se il cosiddetto CIP identifica il ruolo delle autorità locali quali facilitatori dello sviluppo e della crescita di realtà promotrici di progetti culturali e artistici di pubblica utilità, quello che emerse ad una prima analisi furono le criticità normative, come ad esempio l’assurdità che prevedeva, qualora fosse stata presentata in municipio una richiesta di dipingere su un muro di un palazzo, la presenza di un’autorizzazione edilizia sottoposta a controlli rigidissimi in un contesto normativo assurdo e del tutto fuori luogo. Infatti, secondo il collettivo SUBSET, “l’applicazione di tali processi è contraria all’essenza delle opere d’arte. Per sua natura, la street art è spontanea, reattiva, riflessiva, contemporanea e ampiamente transitoria.” La conseguenza inevitabile di questa scelta politica era piuttosto quella di creare un deterrente alla produzione di opere. Ma questo di certo non favorisce nemmeno il lavoro della Pubblica Amministrazione, che si trova a dover trattare un’opera decorativa, un dipinto, come un vero cantiere edile. Una procedura che avrebbe dilatato i tempi e messo sotto stress tutta la macchina organizzativa, senza dimenticare che ad ogni presunto caso di non conformità il tutto si sarebbe bloccato per intere settimane, se non mesi. Emerge quindi una totale mancanza di chiarezza sui criteri decisionali che portavano per tanto alla rimozione di alcune opere non ritenute idonee, oppure di permessi che non riuscivano ad essere così celeri da poter rispondere ad una esigenza ben precisa. Per non parlare della soggettività sull’interpretazione delle opere che possono essere di varia natura come quella segnaletica, commerciale o artistica con una conseguente variazione dell’applicazione normativa. Il principio rimane quindi quello di facilitare lo sviluppo della creatività, come lo stesso governo Irlandese aveva già previsto nel documento Creative Ireland. Grazie all’impegno attivista di Subset e all’apertura politica sul tema dell’arte, si è riflettuto sul cosiddetto “state of the art” e su quali fossero gli ostacoli normativi che rallentavano il flusso creativo nel contesto urbano. (Continua dopo la foto)

Certo, in Italia abbiamo ben altri problemi culturali – e di ben altra natura – se pensiamo alla politica, e non sembra certo questo il momento storico per sperare in un rinascimento dell’arte o della ri-appropiazione dello spazio pubblico quale luogo di aggregazione e di comunicazione. Però vogliamo chiudere con un paio di riflessioni sul tema, e una ce la offre proprio il progetto Grey Area. Vogliamo fare un appello a tutti i collettivi e i giovani amministratori affinché lavorino insieme per colmare questo gap: nessuno pretende la perfezione, ma dobbiamo evitare che un assessore qualunque si svegli il mattino e decida di far cancellare un’opera perché ritiene che sia brutta, oppure che questa venga smantellata per finire nelle gallerie d’arte.
L’altra riflessione ce la offre il progetto CHEAP di Bologna e Testi Manifesti, che hanno usato lo spazio pubblico per una riappropriazione collettiva. “Perché noi lo sappiamo” scrivono sulla loro pagina Facebook “e lo sapete pure voi. STA ROTTURA DE COJONI DEI FASCISTI deve finire”.

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