ClubSmokas: l’intervista

by • 02/04/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su ClubSmokas: l’intervista583

Qualche mese fa la scena underground italiana ha accolto The Highest Club, il nuovo progetto del collettivo di produttori ClubSmokas. Di base a Bologna, i ClubSmokas sono una delle realtà più interessanti del panorama del capoluogo emiliano: in grado di surfare abilmente tra sonorità classiche e moderne, mantenendo il proprio stile distinguibile, il gruppo ha lasciato il segno grazie a coinvolgenti dj set e dirompenti produzioni. 

Il progetto The Highest Club, composto da 13 tracce, raccoglie al suo interno alcune delle migliori penne del rap underground italiano: da Claver Gold a Inoki, da Brenno a Lord Madness, da Johnny Roy a Moder, sono tantissimi gli stili che si intrecciano lungo il disco, sia a livello metrico che lirico. Diversi sono infatti i brani dall’approccio più leggero – in un certo senso, il titolo in questo caso è tutt’un programma -, bilanciati però da canzoni più riflessive ed introspettive – su tutte Il Tempo Che Perdi, che vede protagonisti Moder e Kenzie.

In occasione dell’uscita dell’album, abbiamo raggiunto i ClubSmokas per farci raccontare qualcosa del loro viaggio, e loro ci hanno aperto volentieri le porte del The Highest Club. (continua dopo la cover)

Riccardo Primavera: Procediamo con ordine ragazzi: prima di iniziare a parlare del vostro ultimo album, perché non mi parlate un po’ di voi? Come e quando nasce il progetto ClubSmokas?

ClubSmokas: Il nostro viaggione nasce ormai 11 anni e mezzo fa, quando abbiamo iniziato a beccarci ai primissimi laboratori hip hop di Arena051 (il nostro collettivo), quando quello che ci interessava fare era solo mettere i dischi, fare beatbox e fumare. Col passare degli anni, oltre a beccarci per fare le nostre robe, abbiamo iniziato ad organizzare serate e ad essere chiamati ad aprire con i nostri dj set i live di un botto di artisti o i party nei vari locali della città , o ai festival di bassmusic, dove portavamo il suono che rappresentiamo. Visto che comunque abbiamo sempre girato in trio (oltre al mitico Gitta – il nostro fratello maggiore), abbiamo preso coscienza che obbligatorio racchiuderci in un trio di dj/producer, e così sono venuti fuori I ClubSmokas; questo più o meno 3 o 4 anni fa. Abbiamo sempre prodotto beat per vari rapper della scena bolognese ma abbiamo sentito l’esigenza di unirci perché la realtà è che ci compensiamo sotto diversi aspetti.

R.P.: Il titolo del vostro nuovo progetto è The Highest Club. Ho come l’impressione che le chiavi di lettura di questo titolo siano molteplici, ho ragione?

C.S.: Eh c’hai visto bene vez! Ovviamente l’acronimo delle iniziali ha il suo valore e lo si può notare dalla copertina… Ovviamente quelle sono nuvole essendo noi il club più in alto… Non avrai mica frainteso?! (ridono)

R.P.: Avete radunato un sacco di rapper provenienti da tutta Italia, per un totale di 13 tracce. Quanto è stato difficile, da un punto di vista logistico, realizzare quest’album?

C.S.: ‘Na faticaccia vez! Ma alla fine, essendo il primo lavoro insieme da produttori, vai un po’ a tentativi – aka ore di studio, capisci come muoverti insieme al progetto, mentre tutto sta prendendo forma… La maggior parte dei beat li abbiamo finiti e poi fatti sentire ai vari rapper e dj, altri sono venuti nel corso delle registrazioni e nell’attesa delle strofe, così come alcune feat. Sappi che comunque ci sono voluti circa due anni.

R.P.: Nel disco c’è spazio per brani più leggeri, esercizi di tecnica e stile, pezzi liricamente più impegnativi: avete lasciato carta bianca a tutti in fase di scrittura?

C.S.: Guarda, inizialmente la nostra idea era quella di fare un disco molto leggero, che uno si potesse godere in piena fattanza, o che parlasse del viaggio in se; qualcuno ci ha seguito, avendogli spiegato il nostro mood, altri hanno fatto come si sentivano e non è stato un male – anzi, ci hanno sorpreso. Noi siamo i ClubSmokas e quello è il nostro di mood. (continua dopo il video)

R.P.: C’è un brano del disco al quale siete particolarmente affezionati?

C.S.: Non è facile scegliere una traccia del disco, sono tutti nostri amici e pensiamo che ognuno di loro abbia fatto del suo meglio. Noi siamo molto orgogliosi del prodotto che ne è venuto fuori

R.P.: Negli ultimi anni hanno visto la luce diversi producer album – quello di Mr. Phil, i due Dead Poets di Fastcut, Pezzi di Night Skinny -, a cui si va ad aggiungere il vostro. Quale considerate il miglior pregio dei producer album e quale, invece, il peggior difetto?

C.S.: Come già detto, siamo certi che il peggior difetto per un producer album sia proprio la logistica: organizzare le registrazioni, seguire gli mc se la traccia non ti arriva e tutte quelle cose che riguardano le distanze e il fatto di non poterti riuscire a beccare spesso di persona. Per quanto riguarda i pregi, quello in cima a tutti è che il suono dell album lo fanno i producer, e per forza l’imprinting cambia.

R.P.: Il vostro legame con la scena bolognese è fortissimo, ed è ribadito a più riprese all’interno dell’album. Dopo un periodo in cui la città e il suo rap sembravano muoversi quasi in maniera sotterranea, ora sta tornando prepotentemente alla ribalta: quali sono i nomi che dovremmo seguire con attenzione?

C.S.: A Bologna c’è sempre qualcuno che spinge forte musicalmente. Quello che un po’ tutti facciamo fatica a rendere nostro è il rapporto centrale che deve esserci fra musica e business. Per noi qui sono fondamentali nome e reputazione, e questa cosa ha messo sempre in secondo piano la monetizzazione – cosa estremamente importante se vuoi fare bene. Non ci allarghiamo nel fare nomi, sappiate che la gente è lì che lavora sempre.

R.P.: Avete già in programma una data di presentazione con tutti gli ospiti?

C.S.: Ci stiamo muovendo per riuscire a fare una bella roba con i nomi più in vista del nostro disco. Restate connessi che avrete presto delle belle news, sia riguardanti questo disco che altri nuovi progetti.

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