Claver Gold: l’intervista

by • 03/02/2014 • Copertina, IntervisteComments (1)2976

Difficilmente capita di innamorarsi perdutamente di un disco al primo ascolto, ma con Mr. Nessuno di Claver Gold sarebbe strano il contrario: amaro e pieno di sfumature, ricorda quel tipo di rap che noi ragazzini tormentati di fine anni ’90 amavamo ascoltare in cameretta, ma aggiornato al tempo presente, alla nostra età attuale, allo scenario di oggi. Claver è senz’altro uno dei rapper (o meglio ancora degli scrittori) più dotati e talentuosi in circolazione, a detta di tutti. E il suo è un talento così cristallino che perfino una giuria di critici di poesia, autori, discografici e giornalisti come quella della prima edizione di Genova Per Voi lo ha riconosciuto, pur non sapendo niente di rap, e lo ha incoronato vincitore. Se tutto questo vi suona come un’esagerazione, vi invitiamo ad ascoltare l’album, da oggi in streaming su Rockit per una settimana (lo trovate nel player qui sotto). E a leggere l’intervista che abbiamo realizzato con lui qualche giorno fa.

 

 

 

Blumi: Parto con una domanda un po’ banale…

Claver Gold: “Come ti sei avvicinato al mondo dell’hip hop”, scommetto! (ride)

B: Non così incredibilmente banale, ma ci andiamo vicino. Il tuo vero nome (quello di battesimo, per intenderci) è Daycol. Perché ti chiami così?

C.G.: Perché quando mia madre era incinta guardava sempre alla tv una serie su un samurai giapponese che aveva perso la moglie, e ovunque andasse a combattere si portava sempre appresso una carrozzina di legno con dentro il figlio. Che si chiamava, appunto, Daycol. Da lì l’ispirazione!

B: Wow! Tornando alla musica, tu notoriamente rilasci pochissime interviste. Proprio per questo non si sa molto di te. Ci racconti qualcosina in più?

C.G.: Ho una laurea in design grafico all’Accademia di Belle Arti di Bologna: unendo questo alla mia passione per il writing, ho cominciato a studiare calligrafia, e ora tengo anche alcuni corsi. Diciamo che per ora calligrafia e rap sono il mio lavoro.

B: Parlando invece di Mr. Nessuno, l’atmosfera generale è molto malinconica. Un po’ come non ti capitasse mai di scrivere quando sei felice…

C.G.: Io non sono mai felice! (ride) Scherzi a parte, di carattere sono sempre molto allegro e di buonumore: raramente sono triste. Anzi, chi mi conosce personalmente, senza magari sapere che faccio musica, quando poi ascolta i miei dischi fa fatica a credere che i testi li ho scritti davvero io. La verità, però, è che non mi viene da scrivere strofe divertenti o punchline: il rap non è il modo giusto per far ridere il mio prossimo, per quanto mi riguarda. Nelle mie liriche preferisco raccontare ed esprimere qualcosa in più, che rimanga.

B: Il mood malinconico, tra l’altro, non è l’unica cosa che distingue il tuo disco da quello dei tuoi colleghi. Un’altra sostanziale differenza è la grande abbondanza di canzoni d’amore. Come mai?

C.G.: Si vede che amo più degli altri e ho più amore da dispensare! (ride) È uno dei sentimenti che prevalgono nella mia vita. Soprattutto quest’ultimo periodo, per me, è stato molto segnato dall’amore e dai cambiamenti che ha portato nella mia esistenza, quindi mi è venuto naturale mettere tutto questo nell’album.

B: Abbondano anche i pezzi dedicati al tuo amore per l’hip hop.

C.G.: Esatto. Ho notato che da un po’ di tempo a questa parte c’è una grande confusione tra i concetti di rap e hip hop; o meglio ancora, sembra che ci sia chi fa rap, o chi dipinge, o chi fa il dj, senza però sentirsi hip hop. Il rispetto per la cultura è fondamentale, per quanto mi riguarda non puoi fare il rapper se non la conosci o non la senti tua. Ci tengo molto a questo, e non mi vergogno a parlare ancora di quattro discipline: non è una cosa old school, è un concetto tuttora molto attuale per me.

B: Il tuo rispetto per le radici è evidente anche dalla grande abbondanza di campioni vocali di rap italiano anni ’90 nei tuoi pezzi. Come li hai scelti?

C.G.: In alcuni casi sono stati scelti per formare una frase di senso compiuto, in altri casi ero affezionato io alla canzone. Nel caso di Bassi Maestro, invece, l’ho scelto quella citazione per via del significato, che calzava bene col titolo del mio album: “Una serie di esperienze trasformano Mr. Nessuno in Mr. Sei Un Mito”. Mi è rimasta molto impressa, e così ho fatto visita a Bassi nel suo studio di Milano per chiedegli se potevo usarla.

B: Restando in tema di artisti anni ’90, tu sei marchigiano come Fabri Fibra e il tuo album mi ha ricordato molto le atmosfere di Uomini di Mare: stessi suoni caldi e ipnotici, stessa scanzonata tristezza di fondo. Tu come la vedi?

C.G.: Secondo me Sindrome di fine millennio è il disco di rap italiano più bello mai pubblicato. Senz’altro esisteranno album più significativi, che hanno apportato dei cambiamenti fondamentali al modo di rappare, ma non ce ne sarà mai un altro come Sindrome. Quindi sì, mi ritrovo molto nel mood di quel lavoro, anche se il modo di rappare mio e di Fabri sono ovviamente molto diversi. Soprattutto perché per il rap, anche se sono cresciuto nelle Marche, credo di essere stato contagiato soprattutto dalla scuola di Bologna.

B: Ecco, a proposito del tuo rap: hai un modo di scrivere molto evocativo e onirico, procedi soprattutto per immagini e suggestioni. Quando inizi una strofa, di solito sai già che cosa vuoi dire o vai avanti per associazioni di idee?

C.G.: Di solito so già che cosa voglio dire, ma cerco di fare una ricerca sulle parole per renderle meno banali possibili. Ovvero: se voglio spiegare che il mio cane sta abbaiando, non dico esplicitamente che il mio cane abbaia, ma uso una metafora, lo descrivo, entro nel dettaglio. So che a volte esagero e rischio di risultare incomprensibile, ma voglio utilizzare tutte le opzioni e le sfumature disponibili, in modo che ognuno interpreti una mia canzone come vuole. Quando qualcuno mi dice che si rivede molto in quello che scrivo, penso sia proprio questo che succede: è lui che ci si vuole rivedere, non sono io che ho scritto qualcosa di preciso rispetto alla sua esperienza. Cerco di non dare mai il mio parere o di fornire soluzioni, nei miei pezzi: mi limito ad ipotizzare, e poi ciascuno dà retta a ciò che preferisce.

B: Uno dei pezzi che colpisce di più, in questo senso, è Il mare d’inverno, che effettivamente riesce a trasmetterti tutta quella gamma di sensazioni che ti colgono di fronte a una spiaggia nella stagione morta. Tu al momento vivi proprio in una città vicino al mare: questo ha influenzato in qualche modo la scrittura di Mr. Nessuno?

C.G.: Prima d’ora ho vissuto sempre il mare d’estate: solo quest’anno ho visto com’è il mare d’inverno, e cosa succede alle persone che ci vivono quando tutti sono ripartiti. Credo che anche il famoso pezzo omonimo della Berté renda molto bene quell’idea, quando parla dei manifesti strappati che restano lì a penzolare a testimonianza delle serate e della vita che c’era… Sicuramente essere qui e vivere di persona quelle sensazioni mi ha molto condizionato, quando lavoravo all’album.

B: Curiosità: non è raro sentir parlare di droga in un pezzo rap, ma di solito le più citate sono cocaina e fumo. Tu, invece, parli spesso di eroina. Perché?

C.G.: Perché, nel bene e nel male, nella mia vita sono venuto a contatto con l’eroina e ho visto gente che è realmente morta dentro. Ha effetti devastanti e cambia davvero del tutto le persone: tutto questo mi ha colpito moltissimo. Ecco perché ne parlo.

B: Progetti futuri?

C.G.: Innanzitutto un nuovo album molto particolare, si intitolerà Il melograno e sarà completamente suonato: sono molto contento di come sta uscendo. Credo però che ci vorrà ancora parecchio prima che esca, perché abbiamo ancora molto lavoro da fare. Per ingannare l’attesa penso che uscirà un EP in free download. Ho già in mente i possibili titoli. Due molto seri, che non ti svelo, e il terzo che è una specie di scherzo, e quindi come dicevamo non fa per me: l’ho scartato in partenza.

B: Svelaci almeno il terzo, a questo punto!

C.G.: Sarebbe Volevo solo un vodka lemon. Perché quando ho conosciuto la donna che mi ha cambiato la vita, quella di cui parlo in tutti i pezzi d’amore del disco, ero a una festa e mi ero alzato semplicemente per prendere un drink, inciampando per caso in lei. Così spesso quando torno a casa e mi ritrovo catapultato in questa esistenza che non mi aspettavo, vicino al mare, con i nostri due cani che hanno fatto a pezzi l’appartamento, glielo dico, scherzando: “Oddio, che ci faccio qui? Io in fondo volevo solo un vodka lemon!” (ride)

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