Claver Gold: l’intervista

by • 24/01/2018 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Claver Gold: l’intervista225

Possiamo senz’altro dire (per una volta, senza rischiare di scontentare nessuno) che Claver Gold è universalmente considerato a buon diritto uno dei migliori rapper italiani della generazione di mezzo, quella cresciuta con gli anni ’90 nelle orecchie e nel cuore, ma con un piede già nel futuro. Con il suo flow ipnotico e le sue rime cariche di immagini eteree e oniriche, è in grado di trasportare l’ascoltatore in un’altra dimensione, indipendentemente da quanti anni abbia, quale sia di solito la sua attitudine o cosa ci sia normalmente nelle sue cuffie. In questo disco, Requiem, la dimensione in questione è il passato di Claver, come ci racconta lui stesso durante questa chiacchierata. La sua memoria viene ampiamente saccheggiata per comporre un mosaico dai colori a tratti vividi e a tratti sfumati, e il risultato è di una bellezza struggente: alzi la mano chi non si è mai commosso ascoltando una sua canzone. E chi non ha goduto intensamente anche solo nel leggere la lista dei featuring, che vanno da Rancore a Fabri Fibra, da Murubutu a Lord Bean, da Ghemon a Egreen, tanto per citarne alcuni. (Continua dopo la foto)

Blumi: Alcuni hanno interpretato il titolo Requiem come un addio al rap. È effettivamente così?

Claver Gold: Ovviamente no! Il Requiem era inteso come rito liturgico, come messa ai defunti: nel mio caso i defunti sono tutte le cose che ho perso – amori passati, vecchi amici, abitudini ormai abbandonate – esorcizzandole così.

B: È un disco sul passato, insomma?

C.G.: Esatto! Evidentemente avevo delle cose sul groppone, e sono riuscito a tirarle fuori solo scrivendone. Era l’unico modo per liberarmi da quella sensazione che mi opprimeva. Con Mr. Nessuno avevo già iniziato a raccontare la mia storia, ma sembrava che mancassero alcuni passaggi; quest’album è un po’ un completamento del precedente.

B: Molti, leggendo la tracklist di Requiem, hanno subito pensato che era il disco dei featuring dei sogni: i tuoi, ma anche (e forse soprattutto) quelli dei tuoi fan…

C.G.: Non ci sono tutti quelli che avrebbero voluto i fan, però: ce n’erano tanti altri con cui la gente mi chiedeva di collaborare, e con cui magari non ho collaborato io perché non mi piacciono o non conosco di persona… Quelli effettivamente presenti sono tutti artisti che stimo moltissimo. Alcuni più giovani, come Rancore, Egreen o Shorty, con cui ho condiviso molto umanamente o artisticamente, e altri più navigati, che sono stati fondamentali quando ero innanzitutto un ascoltatore, come Lord Bean e Fabri Fibra. Quando uscì Sindrome di Fine Millennio ero un ragazzino, ma ricordo che ascoltando Fibra pensai “Se mai riuscirò a fare un pezzo con lui, sarò talmente contento che dopo potrei anche smettere di rappare”! (ride) E in camera avevo una foto di Lord Bean, tipo santino: l’avevo ritagliata da una vecchia rivista sul rap italiano e l’avevo incorniciata. L’idea che loro abbiano accettato subito di lavorare con me è un onore immenso.

B: A proposito del pezzo con Bean, Non c’è Show: come mai l’avete costruito come un omaggio a Novecinquanta di Fritz da Cat?

C.G.: In generale è un omaggio alla golden age italiana, quella degli anni ’90, in cui ovviamente Novecinquanta ha imperversato. Per me è stato un vero punto di partenza, perché è stato uno dei primi album di hip hop italiano che ho ascoltato, e il fatto che ogni pezzo fosse rappato da un artista diverso mi permetteva di scoprire vari punti di vista, di capire cosa mi piaceva e cosa volevo approfondire.

B: Riguardo invece al pezzo con Fibra, Dejavù Senza Fiato, sei riuscito a riportarlo a vent’anni fa, alla dimensione di ragazzo geniale e oppresso dalla provincia con cui si era fatto conoscere negli anni ’90. com’è andata?

C.G.: La produzione che suonava così l’ho scelta apposta, e gliel’ho detto da subito: “Ti mando un beat stile hip hop anni ’90 perché sogno di sentirti in quel mood”. Mi ha risposto subito: “Certo, a me l’hip hop dei ’90 piace, che problema c’è?”. In tanti mi dicono che ricordo molto il primo Fabri Fibra, soprattutto come mood: siamo entrambi ragazzi di provincia un po’ spaesati dal successo e da tutto quello che ci succede di bello. Me l’hai detto tu; me l’hanno detto in Universal quando ho vinto Genova x Voi; me l’ha detto perfino lui quando ci siamo conosciuti due anni fa. “Sembri me quando ero appena arrivato a Milano e non sapevo bene cosa dovevo fare”, ha scherzato ai tempi. Avevamo iniziato a parlare di com’è abitare in una grande città e di come non perdercisi, magari vivendola come un insieme di piccoli quartieri e non come una metropoli, costruendoti la tua routine nella tua zona.

B: Bella immagine!

C.G.: Anche a me piace molto. Comunque quando sono tornato a casa ci ho ripensato parecchio, e quando è stato il momento di fare un pezzo insieme gli ho proposto di parlare proprio di questo, della provincia e della città. Gli ho spiegato a grandi linee cosa avevo in mente e lui ha capito in pieno cosa intendevo, e mi ha perfino mandato la strofa prima ancora che la scrivessi io.

B: A proposito della tua collaborazione con Fabri, c’è stato un momento, quando si è diffusa la notizia che saresti stato l’unico artista underground nell’edizione speciale dei 10 anni di Tradimento, in cui tutti ti immaginavano pronto per fare il salto verso il mainstream. Quanto c’era di vero?

C.G.: Ovviamente, quando mi si è presentata l’occasione concreta, è sempre stato il mio dubbio più grande: ci provo o non ci provo? Però a me piace fare il rap in un certo modo, perciò non penso che sarei né il personaggio giusto, né che sarei pronto per gestire quel tipo di successo. A me piace uscire, passeggiare, starmene per i fatti miei, e mi imbarazzo quando la gente mi chiede le foto. Capita già adesso, perfino a San Benedetto del Tronto, quando faccio una passeggiata con i miei cani o vado a fare la spesa; già così mi trovo un po’ in difficoltà, immaginati se fossi ai livelli di Fabri Fibra… Non vorrei mai una vita del genere, mi piace quella che ho. Con il rap sta andando bene e mi sento molto fortunato, ma lo faccio perché sento il bisogno di dire delle cose, non di ottenere dei risultati. Ogni tanto mi viene la voglia di fare singoli un po’ più commerciali, che mi diano di più sia a livello finanziario che di immagine, ma poi lascio sempre perdere. Motivo per cui i ragazzi della mia etichetta, la Glory Hole, ce l’hanno un po’ con me! (ride)

B: Nell’album, però, un paio di canzoni più “radiofoniche” (in senso molto lato, perché poi in Italia quel tipo di canzoni le radio non le passano lo stesso) ci sono: penso ad esempio a Ballo coi Lupi

C.G.: Dici? A me sembra molto rap!

B: Lo è, assolutamente, ma è un po’ meno crepuscolare rispetto ai tuoi standard, diciamo.

C.G.: Forse perché non c’è lo zampino di dj West! Quel beat in realtà nasceva come un featuring che non è andato in porto; ho chiesto a Kuma19 di poterlo usare io, se non l’avesse usato nessuno, e così è stato. In effetti è un po’ diverso dalle mie solite cose. Se scendere a compromessi volesse dire ripulire un po’ il mio suono e fare cose del genere, magari potrei provarci più spesso. Ma più in là di così non andrei mai: chi me lo fa fare? Perché dovrei snaturarmi? La mia vita è già ottima com’è. Non ho bisogno di andare a sparare i soldi con la pistola su Instagram. Anzi, rispetto alla mia situazione economica di partenza, oggi mi sembra quasi di navigare nell’oro… (ride)

B: Un altro pezzo che colpisce molto, per ragioni completamente diverse, è la title track Requiem 55, in cui sfoderi barre tipo “Mio fratello pesa la farina ma non è un fornaio”. Ce la spieghi?

C.G.: Non c’è un tema vero e proprio. Con Requiem 55 – 55 sono i BPM del beat – all’inizio volevo raccontare della vita che corre via veloce e ci priva del tempo che vorremmo passare con le persone care; avrei voluto chiedere scusa a tutti coloro a cui non sono riuscito a prestare la giusta attenzione negli anni, e a cui ho fatto involontariamente del male. Poi, però, è diventata una collezione di immagini; non essendo io un cantautore, faccio fatica a rimanere fermo sullo stesso argomento per un pezzo intero. Cerco sempre di prendere spunto da vari ricordi, e Requiem non fa eccezione: sono vari momenti del mio passato che mi hanno turbato e mi sono rimasti impressi in mente.

B: Un pezzo che invece un tema ce l’ha è Ricordati di Ricordare, che racconta di una persona malata di Alzheimer. Anche in questo caso è tratto da un’esperienza personale?

C.G.: No, anzi, è un puro storytelling e l’ispirazione è un libro: La Versione di Barney di Mordecai Richler. E un po’ anche Still Alice, di Lisa Genova. È un argomento che mi ha affascinato molto, trovo straziante la sofferenza del perdere tutti i propri ricordi più belli. Nel testo ho messo varie immagini tratte dai libri: in rime come “Tu metti la cipolla in frigo e raccogli detriti / Cerchi e non trovi i vestiti” cito proprio La Versione di Barney, perché un tempo era sua moglie, che ormai l’ha lasciato da anni, a mettere la cipolla in frigo per non farlo piangere quando la tagliava, e quando lui si ammala continua ad aprire il frigo e a trovare la cipolla, senza capire se l’ha messa lui o se invece sta ancora con sua moglie.

B: Un’altra domanda che tutti si fanno: chi è il Luca dell’omonima canzone?

C.G.: È il mio migliore amico di quando ero ragazzino, dalla prima media a metà delle superiori. Insieme abbiamo scoperto il rap, abbiamo fatto le prime tag, ci siamo avvicinati all’hip hop. Non c’è nulla di preciso che abbia interrotto la nostra amicizia; semplicemente, a un certo punto ci siamo allontanati. Mi è dispiaciuto parecchio, perché era un legame molto forte e non siamo mai riusciti a ritrovarci davvero. È uno dei famosi argomenti che citavo prima, quelli che avevo sul groppone e che avevo bisogno di tirare fuori.

B: Sai se ha sentito il pezzo e cosa ne pensa?

C.G.: Io non gliel’ho fatto sentire, ma sicuramente l’ha sentito! (ride) Per ora non ho avuto riscontri, però. Ovviamente ogni tanto me lo chiedo, che cosa pensa. Chissà se lo saprò mai.

B: Passando ad argomenti più leggeri, con Carpa Koi torni a uno dei tuoi più grandi amori, quello per la cultura giapponese…

C.G.: Adoro sia la loro estetica che il loro modo di porsi: la calma, l’onore, il rispetto con cui affrontano la vita. È una cultura in cui storie, credenze e significati si intrecciano in tutto. Come sempre, quando mi appassiono a qualcosa comincio a leggere tutto il possibile per approfondire, quindi volevo fare un tributo a ciò che ho imparato. Non sono mai stato in Giappone, tra l’altro, ma spero che il prossimo viaggio sarà questo. Però concettualmente mi piace così tanto che rischierei di non tornare più! (ride)

B: Ora che finalmente il disco è fuori da un po’, cosa ti aspetta nelle prossime settimane?

C.G.: Beh, innanzitutto dovrei fare un po’ di promozione, anche se non amo molto farla. Chiaramente è parte del mio lavoro, ma non mi piace tanto mettermi in mostra, soprattutto se si tratta di tv o radio. Le interviste invece mi piacciono di più, anche perché se non parlo in prima persona delle mie canzoni la gente travisa molto i testi. È vero, hanno un’interpretazione aperta, ma certe volte leggo su Genius delle spiegazioni completamente sbagliate, che mi fanno veramente cascare le braccia.

B: Tipo?

C.G.: Ad esempio, che Quando Sei con Lui parlerebbe di eroina. Non è assolutamente vero, anzi, non c’è neanche un minimo accenno implicito all’eroina nel testo. Parla di due amanti, è una storia d’amore. A un certo punto cito degli orinali, e la gente ha pensato a un bagno sporco dove i tossici si fanno: ragazzi, non avete proprio centrato il punto, quella barra era un omaggio a Battiato! Però ora che si è diffusa questa leggenda metropolitana, tutti sono convinti di questa interpretazione. Mi prende davvero male. Mi fa quasi venire voglia di fare brani più semplici per farmi capire da tutti! (ride)

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