Claver Gold: l’intervista

by • 12/04/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Claver Gold: l’intervista360

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La leggenda metropolitana dell’artista folle e geniale si applica perfettamente a Claver Gold, uno che non riuscirebbe a rientrare in nessuno schema neanche se ci provasse con tutte le sue forze. E’ un mc coi controattributi, ma è anche un poeta degno di un’antologia scolastica (tant’è che ha vinto la prima edizione di Genova x Voi); decide di fare un disco suonato, ma ci infila dentro le canzoni più rappuse che abbia mai sfornato; riesce a incentrare buona parte delle sue canzoni sull’amore, le donne e i sentimenti senza però mai perdere la sua street credibility. La sua originalità non è affatto una posa, è talmente genuina che se tentasse di conformarsi al resto della società – o al resto della scena – apparirebbe falso e noioso. Scambiare quattro chiacchiere con lui è sempre un piacere, e a qualche mese dall’uscita del suo nuovo lavoro Il Melograno, registrato con il duo strumentale Kintsugi, abbiamo cercato di tirare le somme. 

Blumi: Ti abbiamo intervistato due anni fa, in occasione dell’uscita del tuo precedente disco, e ci avevi già anticipato di essere al lavoro su un album suonato che avresti voluto intitolare Il melograno. Da quant’è che è in cantiere questo progetto, quindi?

Claver Gold: Avevamo già iniziato a lavorarci tre anni fa, anche se ai tempi avevamo solo delle bozze: abbiamo cominciato a metterci sotto davvero solo dopo che avevo terminato la produzione di Mr. Nessuno. Ci abbiamo messo più tempo del solito, ma ovviamente è stato un tipo di lavoro diverso rispetto alla classica produzione che ti viene consegnata già pronta dal beatmaker, che viene chiusa non appena ci hai scritto sopra.

B: Ecco, appunto: che tipo di lavoro è stato?

C.G.: Di solito i ragazzi di Kintsugi mi preparavano delle linee melodiche embrionali, che completavamo con parole a caso, giusto per vedere se il flusso era quello giusto. Poi arricchivamo il sound, aggiungevamo i ritornelli e i bridge, e infine le strofe vere e proprie. Scrivere prima i ritornelli secondo me facilita molto, perché ti permette di mettere subito a fuoco il concetto principale. Nel rap, invece, di solito si fa il contrario: se scrivi un pezzo, che so, sulle moto, di solito scrivi tutto quello che sai sull’argomento nella prima strofa e poi nella seconda non sai più cosa dire e finisci per parlare di macchine… (ride) O almeno, a me succedeva sempre così. Sono contento di aver cambiato metodo.

B: È interessante sentirtelo dire, perché ascoltando i tuoi pezzi verrebbe da pensare che tu non scriva partendo da un tema preciso, ma piuttosto che tu metta in fila una serie di immagini, metafore e sensazioni per associazione di idee…

C.G.: Non sempre è così, però la maggior parte delle volte parto da un argomento, che comunque non seguo in maniera ossessiva: preferisco saltellare da un discorso all’altro, ma cerco di attenermi al filo conduttore.

B: Chi sono i Kintsugi e come sono entrati nella tua vita?

C.G.: Ci siamo conosciuti in Bolognina, una sera in cui metteva i dischi Lugi: andai con Kyodo a sentirlo e nonostante la selecta che spaccava non c’era praticamente nessuno nel locale, a parte noi e questi due ragazzi di Taranto che vivevano in città da un po’ (i Kintsugi, appunto). Abbiamo cominciato a chiacchierare davanti a una birra e siccome era appena uscito Tarassaco piscialetto, uno dei miei primi lavori, iniziammo a parlare della nostra musica. Mi raccontarono che anche loro suonavano – non rap ma “roba tipo Massive Attack” – e da lì cominciammo a fare amicizia. Quella sera chiacchierammo di tutto: di calcio, di vita, di pornostar… (ride) Da quel giorno abbiamo cominciato a frequentarci regolarmente e a fare musica insieme.

B: Anche quest’album, come Mr. Nessuno, è carico di presenze femminili: in quasi ogni brano nomini una ragazza misteriosa, e non si capisce né se è una persona reale, né se è sempre la stessa persona. Ci spieghi meglio il perché e il percome?

C.G.: Il tema centrale de Il Melograno inizialmente doveva essere la fecondità femminile: è un frutto che in molte culture rappresenta la fecondità femminile per via dei molti semi che contiene all’interno. Per tutti noi l’inizio della lavorazione del disco è stato un periodo particolare: io mi stavo lasciando con la mia ex, un altro dei Kintsugi si era appena lasciato… E visto che cerchiamo sempre di mettere le nostre vere esperienze all’interno delle canzoni, dare molto spazio ai sentimenti è stato un processo spontaneo. Per rispondere alla tua domanda, quelle di cui parlo sono tutte ragazze vere, anche se spesso enfatizzo alcuni particolari per dare più spessore al testo. In questo tipo di scrittura le metafore giocano un ruolo fondamentale, soprattutto quando parlo di relazioni: spiattellare tutto in maniera chiara e semplice non mi piace, preferisco renderle delle storie in sospeso, senza finale, che ognuno è libero di interpretare a modo suo. Ognuno deve vederci dentro ciò che vuole e associare le mie canzoni alla propria vita, non dico mai ciò che è giusto e sbagliato.

B: E qui entra in campo una domanda che facciamo spessissimo, ultimamente: i tuoi testi sono stati trascritti su Genius, ma nel tuo caso quasi nessuno dei tuoi fan si è azzardato a trascrivere annotazioni e interpretazioni a margine. Che ne pensi?

C.G.: L’ho notato anch’io, anche se non vado spesso sulla mia pagina di Genius: quando apro un mio testo e vedo che alcune parole sono state trascritte sbagliate in partenza, chiudo subito! (ride)

B: E se ti chiedessimo di darci la parafrasi di un tuo testo, ad esempio Rain man? Che cosa racconti in quel pezzo?

C.G.: Secondo me sarebbe meglio che ognuno si facesse la sua idea, ma se proprio devo… (Sospira, ndr) Quel testo l’ho scritto una mattina, dopo aver rivisto il film omonimo, ma non volevo parlare della genialità dietro la malattia: diciamo che l’ho utilizzato come metafora della mia storia con una ragazza. All’inizio lei è la pioggia – è come se piovesse per colpa sua, ma lei è l’unica a non bagnarsi pur essendo lì con me. Piove su tutta la città e non su di lei, ma poi nel finale dico “scivolando dentro questa strana vita bagnata, lei viene struccata, lei già si è tuffata”. Lascia spazio a varie interpretazioni: è struccata perché è appena uscita dall’acqua in cui si è tuffata, e quindi il trucco si è sciolto, oppure arriva direttamente struccata perché sa che si ritufferà nell’acqua e non vuole sciogliere il trucco? Ogni volta che scrivo un testo mi chiedo cosa penserà la gente: capirà quello che intendo oppure andrà a parare da tutt’altra parte? Quale delle due interpretazioni del finale di Rain man sceglierà? Non ti dico qual è la mia, ma mi piace molto immaginare la visione degli altri.

B: A proposito di interpretazione, da alcuni tuoi versi si intuisce che il tuo passato non è stato molto tranquillo. Tipo in Inferno & Paradiso: “Degli amici che mi scrivono dalla galera/ Che nascondono la roba in una caffettiera/ […] Avevamo tutto senza avere niente/ Raramente provo nostalgia/ Se qualcuno c’è rimasto non è colpa mia”. Molti altri, al tuo posto, avrebbero esplicitato ancora di più per guadagnare street credibility, tu invece lo fai trapelare in maniera molto sottile: è tutto vero o sono invenzioni narrative?

C.G.: È tutto vero, anche perché per sapere che il posto migliore per nascondere la roba è la caffettiera devi averlo visto per forza! (ride) Scherzi a parte, preferisco parlarne in una maniera più implicita perché non voglio “vantarmi” di cose che mi sono accadute: non credo sia importante fare leva su certi aspetti. Io vengo da un quartiere popolare che, come tutti i quartieri popolari, era un contesto in cui vivevamo un certo tipo di realtà: lo spaccio, i motorini rubati, la brutta gente che faceva piazza nel parchetto, ragazzi che a 14 anni già si facevano… Ne scrivo a poco a poco, come per liberarmi da certi ricordi, e mi fa molto bene: preferisco riascoltarli piuttosto che ripensarci e tenermeli dentro.

B: Tra l’altro quest’album contiene anche una serie di brani più tipicamente rappusi, di stile fine a se stesso: come mai hai deciso di inserirli ne Il Melograno, che per la sua natura di album suonato sembra essere il contesto meno adatto per quel tipo di pezzo?

C.G.: Li ho messi alla fine di tutta la lavorazione, un po’ perché sentivo che mancava quel tipo di suono, un po’ per non allontanarmi totalmente dal mondo del rap. Un richiamino ci voleva. Il percorso che sto facendo si discosta dalla scena hip hop, e non vorrei che si pensasse a) che non amo più il rap, b) che quello che faccio non sia più rap. Perché non è vero.

B: In conclusione: visto che alla fine della scorsa intervista ci avevi già parlato in maniera precisa del prossimo album, vuoi già anticiparci come sarà quello dopo?

C.G.: Questa volta non so cosa farò al prossimo giro, e infatti mi sento già un po’ in ansia: ho un paio di concept che mi girano in testa, ma sono molto indeciso. Avevamo anche una mezza idea di fare un EP con Murubutu, ma non sappiamo le tempistiche, perché dobbiamo dare la priorità ai nostri progetti solisti. Si vedrà!

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