Ci sono due trailer di Straight Outta Compton, uno pensato per i bianchi e l’altro per i neri

by • 21/03/2016 • Articoli, Copertina, MultimediaComments (0)338

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Le dichiarazioni del vicepresidente di Universal Pictures (divisione marketing digitale) questo week end hanno lasciato tutti di stucco. Invitato per una conferenza al SXSW, uno dei più importanti appuntamenti mondiali per l’industria musicale, ha rivelato che il successo di Straight outta Compton al cinema si basa anche su una strategia particolare: per promuoverlo, infatti, sono stati realizzati trailer diversi, alcuni indirizzati agli spettatori bianchi e altri agli spettatori neri.

Il trailer dedicato ai bianchi, che ovviamente è arrivato anche nella caucasica Europa, dà per scontato che i visi pallidi non sappiano neanche chi sono gli N.W.A., tant’è che non nomina neanche il nome del collettivo: il film viene implicitamente spiegato come fosse una biopic dedicata a Dr. Dre e Ice Cube, i due membri del gruppo che dopo il suo scioglimento hanno raggiunto il maggior successo, e sugli aspetti più spettacolari e criminali. Eccolo qui:

 

Quanto al trailer per i neri, invece, è ovviamente più orientato al contesto, parla di tutti i membri del gruppo (anche se le voci narranti sono sempre Dre e Cube) e mostra anche un’apertura verso la valenza sociale e comunitaria che ha avuto la musica degli N.W.A. Eccolo:

A seguito del polverone scatenato dalle dichiarazioni di cui sopra, Facebook (che è responsabile della targettizzazione di questi due trailer, ovvero ha scelto se mostrarvi quello per bianchi o quello per neri) ha voluto rilasciare un breve comunicato stampa: “Non è accurato affermare che Facebook mostra le inserzioni targettizzate in base alla razza. Gli utenti di Facebook non possono identificare se stessi con una specifica razza o gruppo etnico […] e i segmenti di affinità sono creati in base al linguaggio, ai like e alle adesioni ai gruppi all’interno della piattaforma”. Insomma, non è una questione di razza ma di attitudine: ciò non toglie, però, che l’operazione in sé di creare due pubblicità diverse per un prodotto culturale (perché per molti altri prodotti di consumo, vedi il caso di bibite, automobili o cibo, già succede da un bel pezzo) sollevi qualche perplessità.

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