Chi More Pe Me

by • 02/11/2005 • RecensioniComments (0)2414

Due parole introduttive su questo disco. Primo: non è facile valutare oggettivamente testi e rime scritte in una lingua che si conosce poco o per niente e per la quale si hanno pochissimi termini di paragone. Secondo: bisogna cercare di capire come contestualizzarlo, cioè se si debba giudicare il prodotto in proporzione al resto della scena italiana, o se invece gli si vuole complicare un po’ la vita rapportandolo a degli standard internazionali e quindi più alti. Il primo problema rimane, non essendo purtroppo un grande fruitore del dialetto partenopeo: tuttavia, una grande mano la danno le traduzioni in italiano contenute nel booklet, e per il resto l’orecchio fa la sua parte: in fondo, sempre musica è. Quanto alla seconda annotazione, anticipo che sarebbe per me molto facile rapportarlo ad un demo qualsiasi e quindi sommergerlo di lodi, ma credo che sarebbe un errore. Il respiro del lavoro è decisamente più ampio sia nelle intenzioni che nel risultato finale, che grazie a Dio si discosta dal cliché del repperino italico tutta fotta e senza niente da dire.

La summa di quanto detto è racchiusa nel primo singolo, Poesia Cruda. Se ancora non l’avete sentita, andate su www.cosang.com e scaricate il video: dalla cupezza del beat alle liriche iperealiste di ‘Nto e Luchè (oltre che degli ospiti, i Fuossera), il pezzo riassume in sè il 90% del disco. Però, benchè questa sia evidentemente la traccia migliore dell’album, sarebbe limitativo limitarsi a tesserne le lodi ed ignorare così altre perle come Povere Mmano, Raggia E Tarantella, Pe’ Chi Nun Crere, Ind’O Rione o Chi More Pe’ Mme. Ciascuno di questi pezzi meriterebbe un discorso a parte, ma per questioni di spazio devo limitarmi a lodare la qualità dei beat (prodotti da Luchè, aiutato dai fratelli Avitabile per la strumentazione live), ben pensati, evocativi e, quando accoppiati ai testi, praticamente perfetti; i testi, per l’appunto, sono perlopiù incentrati su determinati aspetti della vita da strada (grazie a dio senza uscite esagerate da Tony Montana, il che rende i Co’Sang come minimo credibili), rabbia chiusa tra le barre, o più semplicemente, esperienze di vita. Il tutto senza però trascurare la forma: “pochi ci credono che l’odio nasce da rancore/ pochi ci pensano che quest’ odio cresce nelle scuole/ e vede i suoi figli col vuoto avanti e i figli a fianco/ una mano non vale un dito, un dito vale una mano/ chiamali e vedi se sanno in carcere come si stringono/ cercando la vita in una lettera/ ci hanno tenuti zitti e buoni sotto il segno delle croci/ e adesso so perchè queste ragazze non sono dolci” (da Povere Mmano).

Chiaramente, non è tutto rose e fiori: Underground Faja lascia l’amaro in bocca, innanzitutto non vedendoci una grossa ispirazione, e poi ascoltando 2Bad, che onestamente è fuori posto; Pomeriggio Pigro (la cui produzione ricorda più d’ogni altra l’Havoc di Murda Muzik) viene in parte rovinata dal ritornello, troppo monotono e non proprio incisivo; ed infine Fuje Tanno, dove il problema di scarsa comprensione dei testi per i non partenopei si fa vivo in tutta la sua crudezza: le liriche sono veramente ben scritte, forse tra le migliori del disco, però il beat è quanto meno monotono. Ora, se uno non riesce a seguire bene il testo, in questo caso ha poco altro a cui aggrapparsi e perciò è facile che si skippi la canzone. L’ultima pecca è data dagli intermezzi: al primo ascolto sono interessanti (sono registrazioni tratte da una trasmissione locale nella quale I parenti dei carcerati lanciano loro saluti e dediche), ma già al secondo giro il tasto “FFWD” viene preso a martellate. 

Comunque sia, tolte le pecche restano in mano almeno sei pezzi eccellenti contorniati da altri quattro di qualità comunque alta. Su tredici tracce effettive: mica cazzi. Le qualità di ‘Nto e Luchè come MC sono fuori discussione (il secondo appena un po’ sopra l’altro), le produzioni sono tanto omogenee quanto diverse tra loro, e se proprio si dovesse cercare un neo nella concezione del disco, questo potrebbe consistere nel fatto che in tutta la sua crudezza e cupezza può risultare difficile da digerire. Personalmente, però, azzardando un paragone un po’ estremo, mi viene in mente The Infamous: trovatemi lì un pezzo allegro. Che però si possa definire un difetto? Peccato per quelle due-tre smagliature, se non ci fossero state avremmo avuto davanti un disco impeccabile. Ma anche così, non ho dubbi nel definirlo il miglior disco italiano uscito quest’anno. E a meno che gli stessi Co’Sang abbiano in mente di pubblicare un seguito, dubito che da qui a dicembre qualcuno potrà rubar loro questo titolo.

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