Chemistry

by • 29/07/2005 • RecensioniComments (0)330

Buckshot e 9th Wonder. Duo insolito, uno un mc con i controcoglioni sempre rimasto ancorato ad un underground forzato e l'altro, un produttore in costante ascesa. Or ora sottolineare quanto il lecchinaggio nei confronti di 9th sia diffuso è doveroso: eletto a furor di popolo condottiero di una nuova generazione di discepoli della Native Tongues è indubbio che il ragazzo abbia capacità ma da qui a dire che sia il top in giro (così come Madlib) ce ne vuole.

La rinascita del Boot Camp Click, dopo l'incerto avvvio made by Sean Price conta sul suo uomo di punta per attrarre nuove fette di pubblico e dare linfa vitale a dei precoci nonnini. Il disco fa molto mixtape, un inizio veloce, pezzi brevi e poco intensi danno l'impressione di stare a sentire un lavoro di Funk Flex (a proposito, piccola nota, geniale l'imbecille che ha masterizzato il disco lasciando i due secondi tra una traccia e l'altra quando queste dovrebbero essere l'una attaccata all'altra) per non dire peggio. Per carità, "He's Back", "The Ghetto" e "No Comparison" per esempio sono dei bei pezzi, monocorde su ambo i lati, facilmente deteriorabili, ma apprezzabili da una mente sveglia ed allenata.

Buckshot non ha perso il vizio: dopo aver addormentato migliaia di fans in "Total Eclipse" continua imperterrito con il suo "nuovo" stile sussurrato, tranquillo ai limiti del sopportabile, irritante per chi lo conosce e lo apprezza da qualche annetto in più. 9th Wonder invece, dopo i fasti di 3:16 in combo con Murs, continua sulla strada da lui stesso tracciata, suoni sempre simili tra loro, notevole (per fortuna) riduzione delle vocine pitchate e monotonia produttiva da mani nei capelli. Quando inizia un pezzo sapete già cosa aspettarvi, campione vocale ad aprire, linea di basso impercettibile, batteria che come la metti suona sempre simile alla precedente, archi qua e là e ogni tanto, qualche tocco di genio. Fa male dirlo, ma il tocco in più al disco lo danno gli ospiti tra cui Phonte e Rapper Big Pooh, oltre a Sean Price e Starang Wondah che apportano energia ad un concentrato di vitamine potenzialmente esplosivo ma scaduto da tempo. Ad aumentare la rabbia due dei pezzi potenzilamente migliori sono rovinati dalla fastidiosa vocina (si spera pitchata) di tal Keisha Shontelle che rovina l'appetibilità di "Birdz" e "I Don't Know Why".

Non tutto è da buttare però, anzi, Bukshot le sue punchlines le sa fare ancora e certi pezzi valgono davvero tanto, su tutte "The Ghetto", "U Wonderin" e "No Comparison", ma manca quel tocco in più che ci si aspetterebbe da uno come lui.

Il disco è un scendi-scendi di promesse non mantenute. Un prodotto più Ecko che Boot Camp, una mossa pubblicitaria ben organizzata per ridare linfa vitale a un nome che cominciava a puzzare di stantio, normale che l'esegeta o il semplice ascoltatore pretendano di più. Dopo la delusione "Monkey Barz" ecco arrivare "Chemistry" che non fa altro che far rimpiangere un nome che una volta significava qualità. Il terzo disco della serie sarà vedrà il ritorno sulle scene ufficiali di Tek & Steele aka Smif 'n' Wessun. Le aspettative a questo punto difficilmente possono essere alte, per evitare ulteriori delusioni. "Chemistry" intanto, non funziona. Merita l'ascolto, esteticamente è una gran cosa, ma gli manca l'anima e per di più rischia di provocare sonnolenza.

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