Certe letture dovrebbero renderle obbligatorie

by • 14/12/2004 • NewsComments (0)403

Esistono varie scuole di pensiero sull’utilità di leggere testi inerenti all’hip hop: alcuni ritengono che spiegare nero su bianco un fenomeno che ha a che fare più con il sentimento che con la ragione sia un’inutile forzatura, altri pensano invece che documentarsi sia un approfondimento interessante e dovuto. Conciliare l’emozione di un prodotto artisticamente definibile come “hip hop” con un rigore quasi scientifico nel descrivere fatti e circostanze sembrava un’impresa impossibile, ma Johnatan Lethem ci è riuscito: il libro di cui ci apprestiamo a parlare è uno di quei titoli che riesce a soddisfare entrambi i requisiti.

Le vicende narrate in La fortezza della solitudine, imponente volume di oltre 600 pagine edito da Marco Tropea, si situano principalmente tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 nel rione popolare di Gowanus, Brooklyn: Dylan è l’unico undicenne bianco della sua via, il suo più grande amico e modello è Mingus, il figlio di un cantante soul dimenticato dal pubblico, e i loro soli giocattoli sono un marker fatto in casa, la collezione di dischi rythm’n’blues dei rispettivi padri e gli albi dei supereroi Marvel. Il quartiere è in fermento, le novità si susseguono a ritmo serrato e Dylan non è sicuro di riuscire a stare al passo coi tempi: in un microcosmo in cui le uniche due modalità di esistenza sono oppressore e oppresso, potrà mai un ragazzino più pallido della media imparare a districarsi tra bodegas, tag, block party, partite a spaldeen, primi abbozzi di rap e logica da gang? Se siete curiosi di scoprire la risposta, Johnatan Lethem è l’uomo che fa per voi. Come da titolo, La fortezza della solitudine dovrebbe risultare una lettura imprescindibile per chiunque si sia perso gli anni d’oro del soul e gli albori dell’hip hop: ovvero il 99% degli hip hoppers italiani, andando a spanne.

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