Capo Plaza: l’intervista

by • 26/02/2019 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Capo Plaza: l’intervista268

Se a vent’anni ti stai preparando ad un tour di nove date in giro per l’Europa, qualcosa di speciale devi avercelo eccome. Se in tour poi porti il tuo disco d’esordio, il tuo primo lavoro, che ha collezionato qualcosa come 11 certificazioni su 14 canzoni, allora quel qualcosa dev’essere davvero speciale. A prescindere dai gusti, è impossibile non rimanere basiti dinnanzi ai record frantumati da Capo Plaza: il giovane rapper salernitano, dopo aver stupito la scena con la trilogia di Allenamento – culminata poi con l’approdo in Sto Records prima e in Warner Bros Music Italy poi -, si prepara ora a raccogliere la sfida continentale. Lo incontro in un ufficio all’ultimo piano della sede Warner, e per essere uno in procinto di misurarsi con palchi disseminati per le capitali europee, lo trovo sorprendentemente rilassato. (continua dopo la foto – PH Simone Tadiello)

Riccardo Primavera: Tra qualche giorno partirai per un tour di nove date in alcune delle più grandi città europee. Come ti senti all’idea di affrontare palchi del genere?

Capo Plaza: Mi sento emozionato, curioso, ma soprattutto sento molta voglia di dimostrare che l’Italia in questo ambiente, in questa cultura, c’è. Mi sono preso bene anche perché mai avrei immaginato di fare un tour europeo; sono contento perché sono comunque le città più importanti d’Europa e avere buoni risultati – perché stiamo avendo buoni risultati – mi fa solo piacere.

R.P.: Infatti volevo proprio chiederti se mentre lavoravi a 20, il tuo disco d’esordio, ti fosse mai balenata in testa l’idea che potesse finire su dei palchi europei.

C.P.: No, mai (sorride, ndr). Mai proprio, era una suggestione più che un sogno, non mi era mai passato per la testa, non ci avevo pensato. Dopo aver fatto tante date in Italia negli ultimi due anni, tanti dj set, visto che mi arrivavano moltissimi messaggi e richieste da città europee mi sono detto “raga, ma perché non proviamo a metterci sul mercato europeo? Vediamo come reagiscono”. La cosa è andata bene, abbiamo tirato fuori queste date, i biglietti hanno iniziato a vendere; a quel punto wow, beh, facciamolo.

R.P.: Il tour si concluderà il 26 marzo a Milano; ma una partenza col botto in casa non ti avrebbe dato un “boost” per affrontare il resto d’Europa? Come mai hai scelto di giocare in casa proprio l’ultima?

C.P.: Perché è casa mia, proprio per questo volevo chiudere qui. Quest’ultima data è proprio la chiusura del progetto 20, il 26 marzo all’Alcatraz 20 viene chiuso. Ci sarà poi nuova musica, se ci sarà si farà un nuovo disco… Voglio far capire alle persone che con quella data viene chiuso quel ciclo. Porto per un’ultima volta in giro per l’Europa il disco, poi ci divertiamo tutti insieme a casa. Più che iniziare col boost e avere la forza, preferirei chiudere col boost e dire “wow, non vedo l’ora di fare un altro tour in Italia” (sorride, ndr).

R.P.: Andiamo allora a parlare di tutto il progetto 20. A differenza di quanto si possa pensare, non è stata la sola Tesla a trascinare il disco, visto che ben 11 delle 14 tracce del disco hanno raggiunto l’oro, il platino o altre certificazioni. Qual è quindi il brano del disco a cui sei più affezionato e perché? Includendo anche le tracce della Deluxe ovviamente.

C.P.: Includendo anche la Deluxe, ti direi che il mio preferito è New Jeans, perché è il pezzo che mi rispecchia di più – con lo stile, con la musica che ascolto di più, con quella new wave che mi piace ascoltare. Ascolterei all’infinito quel pezzo, mi piace troppo. Escludendo la Deluxe, il mio pezzo preferito è 20, la title track, perché è aggressiva, rabbiosa, cattiva. Quel pezzo sa di rivalsa, è un pezzo che mi fa venir voglia di rompere i vetri, di fare una rapina, un drive by (ride). Questi sono i miei due pezzi preferiti.

R.P.: Proprio parlando dello stile della title track, questa si rifà molto alla sequela di brani che ti avevano portato a farti conoscere dal grande pubblico – la saga di Allenamento, Nisida, Giovane Fuoriclasse. 20 invece è un disco molto più vario a livello di atmosfere; quando l’hai realizzato, non temevi che qualche tuo ascoltatore di vecchia data non apprezzasse tutta questa varietà?

C.P.: Quando ho scritto il disco non ci pensavo proprio, pensavo solamente a fare pezzi che piacessero a me e al mio produttore. Sapevo che se piacevano a me e a lui, se avessimo sentito quel qualcosa – non riesco a descrivertelo a parole, è un qualcosa che chi fa musica può capire -, se l’avessimo sentita, allora il pezzo sarebbe andato. Non abbiamo mai pensato, a differenza di adesso – ora infatti rifletto molto su quello che scrivo -, se il pezzo ci gasava e ci faceva saltare in aria e muovere la testa in studio, allora andava bene; vedi Forte e chiaro, che non è un pezzo che ti fa saltare in aria ma ti fa indubbiamente muovere la testa, ti fa entrare in quel mondo. Se non percepivamo quelle sensazioni, semplicemente lavoravamo ad altro. Non mi sono fermato a pensare ai miei vecchi fan, anche perché non mi ero reso conto di avere tanti fan, l’ho capito veramente dalle ultime certificazioni, dal doppio platino, dal feat con un rapper francese. Lì mi sono detto “sto facendo un sacco di cose”, lì ho capito che la cosa stava crescendo.

R.P.: Quindi sostanzialmente all’inizio facevi musica in maniera molto più istintiva; approdando poi in una realtà come Warner, è cambiato il tuo modo di fare musica o a grandi linee è rimasto lo stesso?

C.P.: Non è cambiato grazie a Warner o a Sto, penso che sia dovuto alle esperienze della vita, che ti cambiano. Sono quei cambiamenti che fanno parte della vita, cambiando io stesso è cambiato anche il mio modo di scrivere, magari. Chi ascolterà i nuovi pezzi avrà modo di giudicare, ma in sostanza penso siano soprattutto le esperienze ad aver cambiato il mio modo di fare musica, non Warner, la  major, i soldi o altro.

R.P.: Torniamo invece a parlare un po’ del tour, prima di salutarci. Prima Salmo, poi Sfera, poi Guè, ora tu: sono sempre di più gli artisti italiani che hanno portato a casa un tour europeo. Secondo te il rap italiano inizia ad avere una forza tale da essere apprezzato in tutto il continente?

C.P.: Sì, finalmente possiamo dire di sì. Quando vado fuori e parlo con altri rapper – conosco rapper francesi, inglesi, tedeschi -, dicono “italian guys are hot boys”, siamo “caldi”, sul pezzo. Siamo visti come gente che spacca proprio il culo, non ci fermiamo davanti a niente, quando fuori ascoltano i nostri pezzi e spaccano – perché ovviamente devono spaccare, non deve andare lì il coglione di turno -, impazziscono. Tutti impazziscono per l’Italia, che sia in America o in Cina; abbiamo tutto qui, dalla moda al cibo. Se vedono che sai fare musica, impazziscono fra. Finalmente anche il rap e la trap italiana stanno arrivando, il resto della musica italiana è arrivato già da un bel pezzo. Piano piano, passo dopo passo, stiamo arrivando. Questo tour europeo è già in parte una risposta (sorride, ndr).

R.P.: Parlando proprio di internazionalità, nella Deluxe di 20 troviamo un featuring con il rapper francese Ninho, anche lui giovanissimo. Se potessi scegliere un nome europeo da inserire nel prossimo disco, con chi ti piacerebbe collaborare?

C.P.: Booba. In Europa gli unici con cui sogno di collaborare sono Booba e Skepta, basta. Due boss del rap euroepo, sono i king dell’Europa. In America ovviamente potrei farti una lista (ride).

R.P.: E dire che  io avevo pensato ad un altro nome francese, MHD…

C.P.: Quando mi vedrai in un Murcielago con lui (Booba, ndr) allora, ricordati questa risposta (sorride, ndr).

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