Cao Fei "Hip Hop Project"

by • 29/03/2009 • ArticoliComments (0)444

 

A volte l’hip hop riesce ad infiltrarsi anche in realtà artistiche a cui normalmente sarebbe estraneo..
E’ il caso di una “video- trilogia”, prodotta da Cao Fei (nata nel 1978 a Guangzhou in Cina, attualmente stabile a Pechino).
Uno dei tre video del progetto: "Hip Hop Fukuoka", è stato proiettato alla mostra Asian Dub Photograpy di Modena. Non tanto Hip Hop nell’ambito dell’arte istituzionale, quanto inteso come legame, trait d’union tra oriente e occidente; ma ancor più come legame tra persone.
Conosciuta soprattutto per la sperimentazione fotografica e del video, si distingue principalmente per l’interazione artistica con il mondo degli avatar e del digitale. Le sue maggiori fonti di ispirazione sono quindi le realtà virtuali, che apparentemente cozzano con la tematica dei tre lavori che compongono l’ HIP HOP PROJECT datato 2006.

L’artista, nonostante l’età relativamente giovane, ha girato il mondo, tra biennali, eventi di arte contemporanea mondani e più underground; tra sperimentazioni cinematografiche e di net art a colettive sul valore crescente dell’arte cinese nello specifico e dell’estremo oriente più in generale.
E’ nel 2006 che presenta, nel cultural district newyorkese di Chelsea, al Lombard- Fried Project, “Hip Hop”: ennesima prova di come questa cultura, se pur decontestualizzata, possa diventare oggetto di opere d’arte utilizzando linguaggi e forme in dialogo tra loro.
Nel curriculum di Cao Fei infatti è spesso presente l’influenza dell’hip hop sotto forma di contaminazione; tuttavia non sempre esplicitata come in questo caso.
Per questo progetto l’artista ha voluto sviluppare una trilogia fatta da lavori in cui i video dialogano in un confronto che attraversa le strade di Stati Uniti, Giappone e Cina.
Le tre città scelte sono rispettivamente New York ( inutile dirlo), Fukuoka e Guangzhou (città di origine dell’artista) in cui protagonista è la gente che balla, non necessariamente estratta da realtà legate al movimento nato nella Big Apple, ma sicuramente appartenente alla “street culture” nel senso più vario del termine.
Alla base c’è infatti l’idea di fermare per strada persone di diversa estrazione sociale per coinvolgerle in una “performance” improvvistata di ballo, ma proprio per questo motivo assolutamente spontanea e libera.
L’attenzione è incentrata sulla musica, per la quale hanno collaborato il dj giapponese Osho e il newyorkese Notorious MSG, e sul ritmo, dove la danza è interpretata come disciplina aperta, universalmente accessibile.
E’ inevitabile il link mentale con il video di “Got to Rock” (2007) di Dj Vadim, diretto da Alberto Blanco in cui una quantità di persone diversissime tra loro balla con stile impeccabile..
Il messaggio dei video di Cao Fei è forse più “street” di molti video che girano ultimamente, dove addominali e glutei la fanno da padroni, e le uniche strade che si vedono sono quelle di lussuosi centri residenziali..l’artista fa un appello a tutti, a non prndersi troppo sul serio: è un messaggio che attraversa i continenti e va dagli US alla Cina, fino al Sol Levante.
A New York, non per documentare le strade odoranti di pesce di China Town ma per riunire persone diverse sotto la stessa vibrazione; in Giappone è invece evidente il gap tra le più svariate tipologie umane, in cui rientrano anche moderni geishe e nostalgici samurai in contrapposizione con le studentesse che sembrano uscite dalle pagine di “Fruit” e piccole Saylor Moon in carne ed ossa.
Con la Cina il legame più politico e malinconico, in quanto patria dell’artista.

“Hip Hop Project: Happiness of the Un happy. Common-placed hip Hop. Proletarian Hip Hop. Non- Youth Hip Hop. Non- Trendy Hip Hop” nato sulla strada, luogo di tutti.
Gente ripresa in giro in luoghi diversi, in città molto diverse tra loro con un tono e un approccio dissacrante, prendendosi decisamente gioco della situazione attuale e guardando con occhio leggermente malinconico lo spirito ben più genuino e democratico che lo alimentava agli albori.
“Hip Hop project è fatto per combinare l’hip hop con altre culture dandogli un diverso significato, per farlo ritornare alla gente comune, per farlo ritornare a porre domande e a mettere in discussione la realtà.
"Hip è "butt", Hip è un movimento. Hip hop significa ballare e muovere il culo. Hip Hop Project permette a chiunque (non solo ai giovani) di interpretare l’Hip Hop attraverso il proprio corpo; sentire l’Hip Hop e risollevarsi attraverso esso per definire la vera forma della città.”
…cosa c’è di più hip hop di questo?


 

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