Burnin New York

by • 30/01/2008 • RecensioniComments (0)961

Più di duecento pagine tra fotografie a colori di making of e halls of fame per quello che forse è uno dei libri sulla street art newyorkese più completo e interessante degli ultimi tempi, escludendo le pubblicazioni più recenti di mostri sacri come Martha Cooper e Henry Chalfant.
Seconda impresa editoriale dopo Broken Windows / Graffiti NYC (Gingko Press 2002) per la coppia Murray, due fotografi professionisti che da tempo si occupano di questo tema collaborando anche con gallerie d’arte e istituzioni culturali locali di ricerca.
Oltre ai contributi fotografici, fondamentali sono anche i testi che accompagnano le immagini suddivise per tematiche: niente dilungamenti e inutili giri di parole ma centinaia di testimonianze dalla voce dei protagonisti dalla prima generazione di pionieri fino ai più “giovani” in un continuo dialogo tra immagini e storie, non solo di un movimento che ha cambiato l’arte contemporanea, ma anche di persone, di individui.

Il viaggio parte dalla storia, dall’eredità e da ciò che la città, nonostante i periodi bui e difficili dell’epoca reaganiana è stata in grado di lasciare non solo ai suoi abitanti. Più che semplice storia si apre nelle prime pagine un vero e proprio dibattito, uno scambio di opinioni che tocca problematiche socio-culturali e artistiche parlando di illegalità e del ruolo della creatività nello sviluppo di una cultura.
Non si può in apertura non parlare della parte più tecnica, ma sempre utilizzando, invece delle spiegazioni le esperienze e i ricordi, le opinioni e i punti di vista dei writers: tags, spray preferiti, i bozzetti dei blackbooks e i caps; storicamente presi da altri prodotti in spray (vedi il detergente da forno Kitchen Magic).
Attraversando la storia si arriva al presente, non solo del writing ma anche degli Stati Uniti. Anche alla luce dell’imminente minaccia di recessione economica è evidente che la nazione non è più la superpotenza di un tempo; dall’11 Settembre 2001 molto è cambiato. Il messaggio è molto forte e altrettanto profonda è la solidarietà, che ognuno esprime attraverso il proprio linguaggio.
In tutti cinque i quartieri della città ciò che unisce la popolazione è il lutto e le crews dei writers contribuiscono con intere murate dedicate alle vittime del W.T.C. e a tutte le vittime della catastrofe.
Anche in questo caso il writing diventa mezzo di comunicazione uscendo dalla cornice di pura illegalità e dall’idea di vendalismo in cui era stato segregato e diventa come una terapia di gruppo per l’elaborazione collettiva del lutto.
La sezione seguente descrive New York a.k.a. Graffopoly come musa ispiratrice di questo movimento. Una realtà che ha dato i natali all writing e alla cultura di cui fa parte. Nella storia delle culture underground sicuramente a questa città va riconosciuto il primato di maggior centro nevralgico, per la musica come per l’arte e buona parte dei movimenti letterari.Un tributo alle radici dell’hip hop, è la murata dipinta in onore di Harlem World, lo storico locale, oggi trasformato in un supermarket, e alle prime feste che vedevano come protagonisti Kurtis Blow, Red Alert o i Cold Crush Bros. Una dedica particolare va a Phase II, le cui grafiche inconfondibili dei flyers, hanno ispirato la hall of fame.
Un altro personaggio che ha ispirato moltissimi writers, soprattutto negli anni ’80 è stato il disegnatore di fumetti underground Vaughn Bode, la cui eredità è stata accolta dal figlio Mark.
I suoi personaggi, come Cheech Wizard, Deadbone Erotica e Bode Broads hanno popolato molti dei muri di NY e sono protagonisti di molti pezzi di Dondi, Revolt, Seen e Zephyr, che parla di lui come di uno dei cartoonist americani più influenti della nostra epoca.
Degna attenzione è data anche alle donne del writing newyorkese che, per quanto in minoranza da sempre hanno dato un grosso contributo. Da Lady Pink, nota anche per la sua partecipazione a Wild Style, fino a Claw Money (di cui è stato recentemente recensito da hotmc.com il libro Bombshell ), TooFly, Miss17 e ACB. Le testimonianze di queste “donne del writing” non sono solo sullo stile e sulla tecnica ma rappresentano un diverso punto di vista.Nelle pagine di questo libro si parla anche delle competizioni e delle sfide che si incrociano tra i quartieri, perché dipingere diventa parte della vita e del quotidiano, con tutte le implicazioni anche negative della continue “guerre di stile”. Una continua ricerca di stile, tecnica, marchi di fabbrica per rendersi inconfondibili tra i chilometri di muri della città. Unica pecca, però, dell'esposizione di questo lavoro, è, in questo senso, la mancanza di una dicitura che possa indicare in quali punti di NY si trovano le murate in questione.Tante sono le fonti di ispirazione: dai paesaggi ideali e onirici ai libri di fumetti, fino ai writers storici della cosiddetta ”prima generazione”.La parte successiva è dedicata al bombing, l’anima del writing per alcuni, puro vandalismo per altri, ma indubbiamente punto di partenza e espressione di libertà per la maggior parte dei writers. Secondo Pen One ci sono due livelli di soddisfazione: uno, il bombing, più veloce e immediato e il piecing, lo step successivo. In generale il bombing, salvo poche eccezioni è considerato come una forma di libertà svincolata dal fatto di dover per forza comunicare qualcosa, è una traccia da lasciare per chi passerà da quella stessa strada non appena la notte sarà finita.L’espressione di libertà diventa anche ricerca di fama, intrinseca nel fatto di dipingere e scrivere il proprio nome in spazi pubblici, ma sintomo anche della volontà più profonda di esserci, di lasciare qualcosa a chi verrà dopo, motivazione di qualsiasi espressione artistica della storia.Secondo NYC Lase fare graffiti è ricerca di fama. Benchè la motivazione predominante nel writing non sia solo questa, senza cadere troppo nella filosofia spicciola, è semplicemente la volontà di sperimentazione che ha mosso questo movimento e il desiderio di appropriarsi di uno dei pochi mezzi liberi di comunicazione rimasti disponibili. Le motivazioni interiori dei singoli artisti variano molto e non sempre condividono la ricerca di fama. Una posizione atipica è quella di Keo che negli anni ’80 cambiava spesso tag proprio a rivendicare la sua noncuranza verso la fama ma piuttosto la volontà di essere presente in tutta la città sotto non importa quale nome. Diversamente QA afferma che fare graffiti non solo dà dipendenza ma è anche prova di egoismo e di quella sfrontatezza che finisce per trasformarsi in forza e sicurezza di sé.

La storia, o meglio le storie, raccontate dalle pagine e dalle fotografie di Burnin’ NY si concludono con le prospettive future e con uno scorcio del mondo che si sta evolvendo oltre il writing, nella speranza che non sia ridotto ad una moda da cui trarre ispirazioni per pubblicità e grafiche fashion ma come un pezzo di storia sociale dell’arte.

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