Buju Banton: l'intervista

by • 12/10/2009 • IntervisteComments (0)511

Proseguiamo la nostra serie di interviste fatte nei backstage del Rototom 2009 con un altro pezzo da novanta: Buju Banton. Buju ha caratterizzato la musica reggae degli ultimi 20 anni con tunes che hanno fatto scuola sia in ambito dancehall che in ambito più roots. Vediamo cosa ci ha raccontato.

Haile Anbessa: ciao Buju è un piacere averti qui.

Buju Banton: ciao Mario blessings!

H.A.: iniziamo subito parlando del tuo nuovo album Rasta Got Soul…

B.B.: Rasta Got Soul contiene 15 tracce nuovissime e spettacolari. È una cura per l’anima ascoltare quell’album. Ci sono collaborazioni importanti all’interno come Wyclef Jean o Third World. Tutti gli arrangiamenti e parole sono opera mia. Questo disco è un ritorno alle origini, un tributo alla vera musica roots. Mi sono un po’ stancato dei suoni digitali della dancehall. Questo disco è interamente suonato. È una crescita musicale per me. È stato frutto di un duro lavoro, di fatica. Potrei andare avanti ore a parlarne ma ti prego fermami! (ride)

H.A.: ok come vuoi! Come è iniziata la storia musicale di Buju Banton?

B.B.: la mia prima canzone l’ho incisa nel lontano 1986, si chiamava Ruler. Poi nel 1989 sono passato sotto l’etichetta Penthouse dove ho conosciuto tra gli altri il mio grandissimo amico Wayne Wonder e ho registrato Voice of Jamaica. Il successo l’ho ottenuto con l’album ‘Til Shiloh. Sono passato sotto diverse etichette come l’inglese Jet Star o la più rock Epitaph. Ora possiedo la mia Gargamel che ha pubblicato interamente il mio album dancehall Too Bad e quest’ultimo Rasta Got Soul.

H.A.: e della dimensione live di oggi cosa ci dici?

B.B.: sai è triste perché secondo me oggi gli happening musicali sembrano più grandi pic nic piuttosto che veri e propri concerti. Anche nelle dancehall non si viene più per ascoltare le ultime novità o per ballare ma per fare tutt’altro. Questo può essere a volte un bene e a volte un male ma è certo che è mancanza di rispetto nei confronti dell’artista.

H.A.: hai detto che Rasta Got Soul segna un ritorno alle origini. In quale genere ti senti più a tuo agio?

B.B.: posso fare ciò che voglio. Quello che mi dice il mood del momento. Vengo dalla dancehall ma il roots per ringraziare Jah mi è assolutamente indispensabile!

H.A.: una curiosità: è vero che prima dell’uscita del tuo ultimo album Linton Kwesi Johnson ti ha dato qualche dritta?

B.B.: mi ricordo la prima volta che ho incontrato Linton. Ero in tour in Francia quasi 14 anni fa. Era la mia prima volta in Europa. E lui mi ha letteralmente preso a calci in culo! (ride). È molto serio e mi ha insegnato molto sul potere della musica e quindi lo ascolto ancora. Mi ricorda sempre di seguire l’approccio umanistico nella musica. Un esempio di questo è la mia tune Mighty Dread. Anche Lee Scratch Perry è stato un mio grandissimo maestro.

H.A.: hai collaborato con così tanti artisti che è difficile ricordarli tutti. Con chi ti sei trovato meglio?

B.B.: uno che adoro è certamente mr. Beres Hammond. Anche se le nostre età sono tanto diverse siamo simili sotto numerosi aspetti. Lui è come un padre per me. È il boss!

H.A.: ma è Bruce Springsteen il boss! (rido)

B.B.: sì ma Beres Hammond è il nostro boss! Il boss di Giamaica!

H.A.: a proposito di Giamaica. Cosa ne pensi delle nuove voci emergenti?

B.B.: mi piace molto Tarrus Riley come voce e approccio musicale. Secondo me farà molta strada. Ma non dimentichiamoci mai dei maestri come Luciano che secondo me hanno ancora molto da tirare fuori dal cilindro. A proposito di questo nei prossimi anni voglio dedicarmi moltissimo alla scoperta di nuovi giovani e nuovi talenti. I miei prossimi sforzi e progetti saranno dedicati ai giovani!

H.A.: un’ultima curiosità: come hai conosciuto e collaborato con una band tanto diversa da te come i Rancid in ben 2 canzoni una sul loro album Life Won’t Wait e un’altra sul tuo Unchained Spirit?

B.B.: che pazzi quei ragazzi! Beh Tim Armstrong è un fan della mia musica. Punk e reggae lottano entrambe per gli emarginati. Poi loro sono venuti in Giamaica, abbiamo registrato assieme e così è nato il tutto.

H.A.: grazie mille Buju.

B.B.: grazie a te Mario!

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