Bonifax: l’intervista

by • 30/05/2022 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Bonifax: l’intervista824

Marco Bonifaci, meglio conosciuto da tutti sulla scena con il nome di Bonifax, è uno dei veterani del raggamuffin fin dagli anni Novanta. Assieme alla Vigna Massive ha infuocato le dancehall e i palchi di mezza Italia. Uno stile inconfondibile il suo che mischia allo stile giamaicano influenze funky e hip hop, soprattutto nella sua velocità di esecuzione vocale. È appena uscito il suo nuovo EP di inediti intitolato Biliardino e noi lo abbiamo raggiunto al telefono per un’intervista.

Haile Anbessa: cominciamo parlando proprio del tuo nuovo EP Biliardino…
Bonifax: Biliardino è il mio nuovo EP composto da cinque tracce inedite. Il suono proviene dal reggae e si sente, anche se abbiamo voluto dare un’impronta leggermente pop al tutto. Il mio stile cantato è comunque sempre quello raggamuffin e rap. Il lavoro è prodotto interamente da Federico Gidaro VirtuS e dalla sua Redgoldgreen Label, con cui siamo amici da anni. Io infatti avevo dei testi e delle idee da un po’ nel cassetto che gli ho fatto sentire. A lui sono piaciuti immediatamente ed ecco che è nata la cosa. Solamente la traccia numero due, intitolata  Anestesia, nasce su un riddim firmato dalla band friulana Playa Desnuda, poi riarrangiata da VirtuS e il ritornello è del mio socio da una vita Rufino. Con lui, nonostante ognuno continui a fare le proprie cose, siamo sempre amici fraterni.

H.A.: come è nato il tuo rapporto con l’etichetta Redgoldgreen?
B.: ci siamo conosciuti a casa di Federico per la registrazione di alcuni dubplate. Da qui abbiamo iniziato una collaborazione che si è concretizzata in vari singoli insieme a Rufino che sono stati pubblicati proprio con Redgoldgreen. Quando ti trovi a collaborare con qualcuno arrivi a conoscerlo anche intimamente e quindi è nata un’amicizia e una relazione sincera che ci permette di creare musica in maniera quasi automatica. C’è un piacere reciproco nel fare le cose.

H.A.: tu sei uno dei pionieri del genere. Puoi dirmi come hai cominciato?
B.: le mie basi sono certamente da ritrovarsi nella dancehall anni Novanta. Sono cresciuto seguendo le prime dancehall di One Love hi Powa, la Villa Ada Posse e avendo come riferimento e modello anche i Sud Sound System. Alla Vigna avevo uno scantinato e quindi incominciai a suonare con degli amici. Da qui nasce appunto la Vigna Massive. Poi l’incontro con Rufino, due album e tante altre collaborazioni con tante influenze diverse tra loro a cui non ho mai posto ostacoli.

H.A.: come la trovi la scena reggae al momento in Italia?
B.: guarda io sinceramente in questo caso sono controcorrente perché non vedo il declino del reggae in Italia che molti altri annunciano. Non sono d’accordo semplicemente perché il reggae, da musica di nicchia, ha alti e bassi come tutte le altre. È sempre stato così. Ad aggiungersi a ciò è un dato di fatto anche che la scena reggae odierna è più contaminata rispetto a quella degli albori. Le nuove generazioni spaziano di più, mescolano le carte e tirano fuori sempre  qualcosa di nuovo. Questa secondo me è una cosa molto apprezzabile e auspicabile perché credo che l’artista moderno abbia il compito di rielaborare efficacemente ciò che è già stato inventato in precedenza. Da qui nasce l’originalità. Quindi secondo me non c’è declino ma semplicemente evoluzione. Quello che è stato non si può certo più ritrovare adesso anche se c’è spazio sia per le radici che per i nuovi esperimenti dancehall. Guarda ad esempio il prossimo tour di Burning Spear in Europa che sicuramente farà la felicità di tutti i puristi del reggae e  che al contempo insegnerà ai più giovani da dove è partita questa musica.

H.A.: sono in molti a criticare queste contaminazioni che rendono il reggae di successo ma troppo annacquato, secondo loro. Tanti citano l’esempio dei Boomdabash, la cui musica secondo costoro non dovrebbe più nemmeno essere chiamata reggae…
B.: non sono d’accordo. Io la musica la valuto per i contenuti. Il percorso dei Boomdabash è super rispettabile. Loro hanno fatto la scelta di vivere di questa musica. Per viverci è necessario naturalmente stare sul mercato e per rimanerci bisogna creare delle hit che piacciono alla gente. I loro testi però sono sempre rimasti all’interno della cultura del rispetto, anche se qualche pezzo strizza un po’ più l’occhio alla dimensione commerciale dal punto di vista strumentale. Tanto di cappello al loro percorso, quindi. Sono sicuro che comunque, in futuro, faranno qualche pezzo delle origini e così silenzieranno tutte queste polemiche, per me un po’ sterili. Lo stesso discorso vale per Sean Paul o Shaggy.

H.A.: quali suoni ti piace ascoltare al momento, anche per prendere ispirazione per i tuoi pezzi?
B.: io l’ispirazione la prendo da praticamente tutto perché ascolto musica a trecentosessanta gradi. Per quello che riguarda i giamaicani apprezzo tutti i fratelli Marley che creano sempre cose nuove partendo dalla base importante del padre. Poi naturalmente mi piace tutta la scena del cosiddetto Reggae Revival con gente del calibro di Kabaka Pyramid, Chronixx e soprattutto Protoje. Apprezzo, poi, tutto ciò che riguarda la cultura del rispetto e dell’empatia che mi permette di immedesimarmi anche nelle sofferenze degli altri.

H.A.: con chi ti piacerebbe collaborare prossimamente?
B.: io ogni volta che ho fatto delle collaborazioni con qualcuno, le ho sempre fatte basandomi su una relazione di vita vera e sincera. Perché no, mi piacerebbe fare un pezzo con i Boomdabash, con Don Rico o Brusco. Oppure con Kento perché apprezzo molto come scrive. Mi farebbe anche molto piacere fare qualcosa con Caparezza. Come vedi non mi pongo limiti per quanto riguarda il genere musicale. Adesso, ad esempio, sto collaborando con la band Bandébaràn di Roberto Berini che è un cantautore e in questo contenitore c’è ogni genere. Se c’è qualcosa che mi stimola non mi metto ostacoli o limiti. L’approccio raggamuffin e rap infatti sta bene su quasi tutti i generi.

H.A.: ma tu ti senti più raggamuffin o rap come approccio?
B.: io di base sono sicuramente raggamuffin per il modo di cantare. Questo perché la velocità di esecuzione è ciò che mi ha sempre contraddistinto. Questo stile però può essere replicato su qualsiasi strumentale. Non mi faccio problemi se sento la scintilla che scatta.

H.A.: dopo questo EP hai già qualcosa d’altro in cantiere?
B.: sai, anche i testi per questo EP potrebbe sembrare che li abbia scritti durante la pandemia mentre era tutto materiale già pronto che poi si è concretizzato, appunto, durante la pandemia. Ho altro materiale e testi pronti che si concretizzeranno prossimamente, non so dirti quando usciranno, ma qualcosa in pentola bolle sempre

H.A.: questa estate sarai in giro?
B.: stiamo chiudendo alcune date quindi qualcosa succederà sicuramente, seguite i miei social per restare aggiornati.

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