Blo/B: l’intervista

by • 11/10/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Blo/B: l’intervista147

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Mettiamo subito in chiaro una cosa: Età dell’oro di Blo/B non è un disco che si può ascoltare distrattamente in sottofondo mentre si fa altro. O meglio, ci si può provare, ma non ci si riesce, perché il sound è talmente potente e ben orchestrato che immediatamente molli tutto quello che stavi facendo e cominci a muovere la testa su e giù, e quando cominci a prestare attenzione anche alle liriche – agli incastri, al messaggio, al significato, alle citazioni, ai molteplici livelli di lettura – non puoi che concentrarti totalmente sull’album. Sicuramente è uno dei lavori più interessanti usciti nell’underground italiano del 2016, ma non possiamo certo dire che sia una sorpresa: Blo/B, l’artista precedentemente noto come Blodi, è da almeno quindici anni uno dei rapper più validi del nord Italia (e non lo diciamo noi, lo dicono innanzitutto i suoi colleghi). Dopo i primi anni di militanza in un collettivo, i Banhana Sapiens, la sua è stata una carriera soprattutto solista, anche se non disdegna di prendere parte ad altri progetti, come Maad Block (con EasyOne e dj Daf.Tee) o Drammachine (con Mastino e Apoc). Tutti i suoi lavori si caratterizzano per la coerenza, ma anche per l’inseguimento costante di un’evoluzione e di uno stile nuovo, e Età dell’oro non fa eccezione. Ne abbiamo parlato con il diretto interessato.

Blumi: Difficile definire l’epoca che stiamo vivendo un’età dell’oro: perché, allora, hai deciso di intitolare il disco così?

Blo/B: I significati sono tre, secondo me. Età dell’oro è qualcosa che tutti aspettano e non arriva mai: tipo la ripresa economica, che ogni anno annunciano ma che nessuno ha ancora visto. Età dell’oro è la mia: per quanto riguarda il mio percorso di rapper, questo è il momento in cui mi sento più maturo sia dal punto di vista del live che dal punto di vista della scrittura. Età dell’oro è anche apparenza, però: siamo in un periodo in cui contano il bling bling, le views, il successo, l’ostentazione dei contatti, tutte cose con poca sostanza. La gente, in questo periodo, segue ciò che luccica, anche se non ha spessore.

B: Il che è anche uno degli argomenti che in parte affronti nel tuo primo singolo, Catene d’oro, giusto?

B/B: Esatto. Sia chiaro, non voglio fare l’ipocrita: se faccio dischi e live è anche perché voglio rientrare nelle spese e magari guadagnarci qualcosa per arrotondare, tipo il necessario per pagare l’ecografia per mia figlia! (ride: Blo/B diventerà papà a brevissimo, ndr) So quanta fatica si fa per portare a casa lo stipendio, e quelli che sputano sui soldi mi stanno tendenzialmente sul cazzo. Il messaggio di Catene d’oro, però, è che c’è chi spende un capitale per ottenere notorietà e visibilità, e magari lo fa perché non ha mai avuto voglia di lavorare nella vita e pensa che il rap sia un modo per arrivare senza fare fatica e impegnarsi. Anche per il rap ci vogliono studio, impegno, conoscenza, altrimenti non si va da nessuna parte. Per fare un esempio legato all’attualità, credo che pure Sfera Ebbasta – che è giovane e fa cose molto diverse da ciò che faccio io, ma le fa a un certo livello – abbia fatto ricerca e abbia studiato.

B: Vero, però è anche il primo che fa affermazioni contrarie a questo principio, dicendo che non deve nulla alla scena rap italiana o che non c’è più bisogno di fare le rime per rappare. Che ne pensi?

B/B: Penso che quello di negare tutto ciò che c’è stato prima sia un gioco a cui stanno giocando in molti, non so se per scelta o forzatamente. Forse serve a non disperdere fan, chissà! (ride) D’altra parte l’Italia è la patria del calcio, e il mercato discografico è talmente ridotto che tutti vogliono tenersi stretti il proprio pubblico e la propria tifoseria. Fa strano, però, perché c’è tutta una nuova generazione che stando a quel che dice non ha mai avuto riferimenti al di fuori della trap; non citano neanche i Club Dogo o Emis Killa che quando loro hanno iniziato ad ascoltare musica erano in testa a tutte le classifiche, per dire. Suona strano, ma è comunque il gioco delle parti e ciascuno deve recitare la sua. Personalmente, io preferisco quegli artisti che allargano i propri riferimenti: gente come Kendrick Lamar, per spostarci in America, che tra le sue influenze cita George Clinton come Schoolboy Q, e che riesce a passare da sonorità alla Cypress Hill fino alla trap senza mai abbassare l’asticella.

B: A proposito: il tuo è un disco pieno di citazioni, sia negli scratch che nei riferimenti (un esempio su tutti è Perdere la testa, che omaggia The message di Grandmaster Flash)…

B/B: È una cosa che mi piace molto fare, e che ho sentito di recente anche in album che mi sono piaciuti molto, come l’ultimo di Pusha-T. Non penso di avere rivoluzionato nulla, mi sono limitato a fare ciò che mi andava di fare, però mi sono molto divertito a legare campioni vocali vecchi o a riprendere pezzi storici accostandoli a sonorità nuove. L’idea era fare un disco fresco, ma con un forte legame con la cultura hip hop underground a dargli spessore. Senza scadere nel name-dropping alla The Game, c’è parecchia carne al fuoco: nell’album cito Esa, Mr. Phil, Danno… È una cosa che ho fatto più per me stesso che per gli altri: tante volte mi sono chiesto: “Ma un ragazzo di 17 anni che ascolta il mio album, questa la capirà? Ha senso farlo?”. Molte di queste citazioni non sono neanche hip hop, tipo quella di Demetrio Stratos che ho infilato in Headshot: il mio mitra è un contrabbasso che ti spara nella faccia. Magari sono incomprensibili ai più, ma credo sia giusto averle fatte, per rendere omaggio a quello che mi ha reso ciò che sono adesso – senza essere nostalgico, ma continuando a guardare avanti.

B: Tu sei sempre stato un mc che guarda avanti, in effetti. Hai sempre cercato di rinnovare il sound a ogni nuova uscita, anche a costo di spiazzare i tuoi ascoltatori: certe volte non sembra neanche di ascoltare degli album realizzati dalla stessa persona… Cosa ti spinge a farlo?

B/B: Beh, innanzitutto questa osservazione mi fa molto piacere! E comunque il mio è un percorso atipico, perché il rapper medio parte cattivo e poi si ammorbidisce, mentre io ero sicuramente più morbido prima e con gli anni sto diventando più grezzo… (ride) Diciamo che dipende molto dalle mie abitudini: ascolto una tonnellata di musica e se un disco mi piace tanto, mi faccio contagiare dalle sue atmosfere. Se magari agli inizi ero in fissa con album come Like water for chocolate di Common, nel periodo in cui lavoravo ad Età dell’oro ascoltavo la compilation Cruel Summer della G.O.O.D. Music e Vodka & Ayahuasca dei Gangrene: due cose completamente opposte, ma che in qualche modo hanno qualcosa in comune.

B: Restando in tema di sound, ci racconti qualcosa dei produttori dell’album?

B/B: I produttori sono J-Vas, Apoc, Squarta, Mr. Phil, ovviamente Bassi Maestro, Aleaka, Luc-B, Strage, Daniele Franzese (che ha anche fatto il mix dell’album) e ho anche prodotto personalmente due beat, su cui poi ho rilavorato insieme a Vest’O e Sandal per l’aspetto musicale. L’unico criterio è stato il suono che avevo in mente per Età dell’oro; e da una parte mi piange il cuore, perché seguendo questo schema ho dovuto rifiutare dei beat di Jack the Smoker, Michel, Ffiume, Meko Slash, Trve Vandalz e tanti altri, tutti bellissimi ma che non c’entravano tanto con il disegno che avevo in testa. Ho anche cercato di evitare di ripetermi, scegliendo due beat troppo simili o che richiamavano la stessa atmosfera: non volevo fare un disco monotono. Per tutti questi motivi ci ho messo qualcosa come otto o nove mesi solo per selezionare le strumentali del disco, ben più di quello che mi ci è voluto per scriverlo: un parto! (ride)

B: Tu, tra l’altro, non soffri della classica sindrome da rapper troppo presenzialista: non pubblichi continuamente materiale nuovo, ma cerchi di centellinare le cose migliori…

B/B: Sì, assolutamente: non mi va di buttare fuori cose fatte a cazzo. In ogni caso ultimamente ho aumentato un po’ il ritmo, anche grazie ai progetti paralleli come Drammachine o Maad Block, ma più di un lavoro all’anno (soprattutto considerando il tempo che ho a disposizione e la cura che voglio metterci) non me la sento di farlo uscire. Non sarebbe rispettoso neanche nei confronti di chi ascolta.

B: A proposito di Maad Block e Drammachine, i featuring di questo disco non contengono grosse sorprese, sono quasi tutti di tuoi soci storici: i membri dei due gruppi di cui sopra, ma anche amici con cui hai grandi affinità personali e musicali come Francesco Paura o Maqs Rossi. Sei andato sul sicuro?

B/B: Ho lavorato in famiglia! Mi sono portato dietro tutte le persone con cui ho collaborato in questi anni e mi sono trovato bene sia a livello umano che artistico. Molti di loro mi hanno dato una gran mano anche su tutto il resto del disco, consigliandomi: EasyOne, Paura, Vas e Apoc avevano voce in capitolo anche sulle scelte che non c’entravano con loro. Con Francesco (Paura, ndr) abbiamo praticamente fatto insieme la sessione di mixaggio, addirittura. In un certo senso lo considero un lavoro di squadra, pur essendo un disco solista: e una cosa del genere può succedere solo con persone che sono genuinamente tue amiche e che condividono con piacere le tue gioie e i tuoi traguardi. Quando lavori a un album e coinvolgi molti rapper magari bravissimi (e magari dietro pagamento), ma con cui non c’è un legame personale, rischi grosso: non sono poi così interessati al fatto che il tuo disco riesca bene e il risultato finale potrebbe sembrare disgregato, poco interessante, una specie di mixtape. E io volevo evitarlo a tutti i costi.

B: Restando in argomento di rap, dal punto di vista tecnico sei uno dei più solidi della tua generazione: riesci sempre a stupire contemporaneamente per l’immediatezza e la complessità delle tue strofe. Che consiglio daresti a chi inizia adesso a rappare, in un periodo storico in cui la tecnica per alcuni è roba da vecchi e da altri è usata per stupire senza comunicare nulla?

B/B: Deriva tutto dallo stesso problema: i ragazzi di oggi spesso ascoltano sempre la stessa musica, e cercano di copiarla. Il miglior consiglio che potrei dare è di ascoltare molti generi musicali diversi, e all’interno dell’hip hop ascoltare tanta roba francese e americana ma diversificando tra i sottogeneri: non fossilizzarsi solo quel minuscolo filone che ci fa impazzire, ma cercare di spaziare tra gli artisti e le tendenze. Si sente molto, secondo me, che il sound che va di moda oggi è fatto da gente che si pompa in repeat solo un certo tipo di rap. Il tamarro dei nostri tempi, perlomeno, spaziava tra i Datura e Max Pezzali e quando si metteva a fare rap aveva degli orizzonti un po’ più vasti… (ride) Il paradosso, oggi, è che la musica è talmente facile da reperire che per contrasto si finisce per non ascoltare più nulla. Quando avevi meno mezzi per fare ricerca, eri più stimolato a scavare e ad andare per tentativi; adesso, invece, spesso si scartano a priori le cose che non combaciano al 100% con i propri gusti del momento. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, però: molte delle persone che mi hanno scritto per dire che avevano comprato il mio disco hanno 16/17 anni, perciò la situazione non è così univoca. Spero, però, che questi sedici-diciassettenni che hanno comprato il mio album non detestino la trap per partito preso, perché altrimenti sarebbero due facce della stessa medaglia: tutti dobbiamo imparare a guardarci intorno, a confrontarci e ad andare oltre al nostro orticello. Va bene il fondamentalismo della gioventù, ma bisogna avere una mentalità più aperta. Io stesso ascolto di tutto, dai cantautori al funk passando per ogni tipo di rap o quasi: la roba alla Lil’ Yachty, ad esempio, proprio non la reggo! (ride)

B: Curiosità: ci sono alcuni brani molto cupi nel disco (tipo Calvario o Mephisto Gospel, anche se l’apoteosi probabilmente è 48 ore). Chi ti conosce un po’ rischia di stupirsi, perché sei una persona molto solare rispetto a quello che emerge da pezzi così…

B/B: In effetti è vero, sono una persona sorridente e pacifica, però ci sono un paio di cose – e chi mi conosce bene, come la mia compagna o i miei amici più cari, lo sa – che mi fanno letteralmente saltare in aria: il rap mi serve proprio per dare sfogo a quel lato di me. Di fatto è una terapia: tirare fuori il peggio di sé, i pensieri destabilizzanti, la propria visione più nera e buttarli nella musica, e tenersi dentro solo gli aspetti positivi, quelli che ti aiutano a rimanere una persona equilibrata.

B: Last but not least: progetti futuri?

B/B: Stiamo raccogliendo le idee per un disco ufficiale targato Maad Block.

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