Bitty McLean: l'intervista

by • 05/06/2008 • IntervisteComments (0)387

Abbiamo incontrato il disponibilissimo artista inglese di origine giamaicana Bitty McLean. Una voce molto interessante che sta riportando sempre più in auge il reggae delle foundations, con un tocco di soul in più.

Haile Anbessa: è un grande piacere averti qui!

Bitty: è un grande piacere per me Mario, dato che è la prima volta che mi esibisco qui a Milano.

H.A.: con questo tempo piovoso ti sentirai a casa però!

B.: sì, sì! Mi sembra proprio di essere a Londra! Mi sa che vi ho portato io il cattivo tempo!

H.A.: come e quando hai iniziato a cantare?

B.: beh, cantavo a casa quando ero ragazzino perché mio padre aveva un sound system. Avevo 10 anni quando ascoltavo soul, rocksteady e cantanti reggae. Così cercavo di registrare qualche pezzo con il microfono di mio padre.

H.A.: e professionalmente invece?

B.: all'età di 21 anni. Il mio primo singolo è datato 1993. Ora ne ho 36. Sto diventando vecchio! (ride).

H.A.: perché il soprannome Bitty?

B.: mia nonna mi chiamava Bitty, pezzettino, perché appena nato ero realmente molto piccolo.

H.A.: ora raccontami dell'esperienza di cantare con il tuo stile inconfondibile i classici del rocksteady della Treasure Isle.

B.: è stato come chiudere un cerchio perché da giovane ascoltavo moltissimo i Melodians, i Paragons o Tommy McCook and the Supersonics. Nella mia musica c'è sempre stato il rocksteady. Nel 2003 è nato il progetto On Bond Street che fortunatamente ha avuto molto successo.

H.A.: quali artisti ti hanno ispirato maggiormente?

B.: sicuramente il mio primo amore è stato la musica reggae, ma ascolto proprio di tutto. Quelli che preferisco sono Jackie Edwards, Justin Hinds e Delroy Wilson. Ascolto molto anche il grandissimo Sugar Minott e ne sono molto influenzato. La Giamaica ha sfornato da sempre grandissimi artisti!

H.A.: e come giudichi l'esplosione della dancehall, caratterizzata oggi da contenuti così crudi?

B.: ciò che le mie canzoni esprimono ha raggiunto coloro che hanno decretato il successo di On Bond Street e gli altri miei lavori. Un qualcosa di molto distante dalla tendenza attuale. A me non interessa seguire la moda, ma solamente essere vero; comporre buone canzoni con dei buoni testi e fare sempre del mio meglio: questa è la mia vera scuola. Le mie canzoni hanno avuto successo e perciò continuo su questa strada. Secondo me bisognerebbe tornare allo spirito e all'equilibrio della old school degli anni Settanta. La dancehall oggi è decisamente lontana da tutto ciò, anche perché l'audience è cambiata. Dancehall significa tante cose: ai tempi di mio padre voleva dire rhythm n' blues o ska. Ai miei tempi in dancehall si ascoltavano Johnny Osbourne, Sugar Minott o Liquid John. Oggi è tutt'altro. Non è esattamente ciò che io chiamo reggae ma è comunque un'espressione della cultura giamaicana. Ma io spingerò sempre la mia musica!

H.A.: è difficile per un artista come te, che non canta mai di armi o violenza, spingere la tua musica?

B.: questo non è un problema che riguarda solo il reggae o la musica in generale. Ogni giorno accendi la televisione o leggi il giornale e vedi certe cose. Anche di Amy Winehouse ad esempio, si legge solo dei suoi problemi legati alla droga e ben poco della sua ottima musica. È il mondo che gira così. Per quanto riguarda la musica reggae, posso dire che questi temi sono in profonda contraddizione con lo spirito stesso del reggae. Alcuni fanno i bad-boys  solo per vendere qualche disco in più. Questo è però un atteggiamento ipocrita perché il reggae delle foundations predica ben altro.

H.A.: tu sei inglese ma figlio di genitori giamaicani. Hai mai suonato in Giamaica?

B.: sono stato in Giamaica molte volte per registrare il disco con Sly & Robbie, ma non ho mai suonato live là. Probabilmente quando il disco nuovo uscirà il prossimo anno, farò degli showcase presentati proprio da Sly & Robbie per promuovere l'album anche in tutta la Giamaica.

H.A.: a questo proposito come è stato lavorare con due leggende come Sly & Robbie?

B.: fantastico! Nonostante siano due autentici miti della musica reggae hanno conservato una grandissima umiltà. Ho davvero imparato molto da loro!

H.A.: questa è la tua prima volta a Milano, ma la scorsa estate ti ho visto esibirti al Rototom Sunsplash. Il pubblico italiano ti ama molto! Cosa ne pensi dell'audience italiana?

B.: mi manda molte vibrazioni positive: è grandioso! Ogni performance è diversa dall'altra, così come lo è il pubblico. Esibirsi dal vivo è fondamentale per mostrare al pubblico le proprie capacità. Soprattutto oggi che c'è la tendenza a registrare solamente e a snobbare le performance live. Ogni volta che mi esibisco sul palco è per me un grande privilegio e perciò nutro sempre un profondo rispetto per il pubblico. È importante non dare mai nulla per scontato.

H.A.: ora sei in tour con Mr Rodigan, una leggenda che cammina! Come è lavorare con questo pezzo di storia?!

B.: oh veramente orribile! Non lo farò mai più! (ride). Scherzi a parte, lui è un vero ambasciatore della musica reggae, per la quale ha fatto veramente moltissimo, promuovendo la cultura giamaicana nel mondo. Ogni show con lui è un'esperienza unica!

H.A.: grazie mille Bitty!

B.: grazie a te Mario. Questa chiacchierata l'ho fatta veramente con piacere!

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