Biggie Paul + The Essence: l’intervista

by • 24/10/2016 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Biggie Paul + The Essence: l’intervista444

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Questa intervista è stata fatta nei primi giorni di agosto, poi è arrivata l’estate , il sole, il mare, i culi e tutte quelle robe lì. Da fine agosto ad oggi sono successe un sacco di cose, cose che non perderò tempo a raccontare perché davvero incredibili e magiche. Molte recensioni che ho letto di Cosa rimane, lavoro pubblicato a fine giugno dai top producer Biggie Paul e The Essence, parlavano di un confronto fra due mondi totalmente diversi. Da una parte questa affermazione è vera, dall’altra no. I due produttori sono effettivamente due anime artistiche distanti fra loro ma hanno dei punti di incontro. È proprio in questi punti che Biggie e The Essence si sono confrontati e hanno elaborato il loro lavoro. Un lavoro che non vuole dettare dei dogmi musicali, vuole solo mettere l’ascoltatore nella posizione di poter prendere coscienza di se stesso, del proprio vissuto. In Cosa rimane si possono trovare mille spunti di riflessione ma ogni ascoltatore potrà trovare la sua di interpretazione e rivedersi in una delle storie raccontate dai rapper ospiti del disco. Con Paolo e Rossella abbiamo parlato di mille cose e fatto polemica su tutto, abbiamo parlato dei rapper di Los Angeles e delle frittatine di pasta che fanno a Napoli. Quello che segue è quello che rimane.

Stefano Pistore: Personalmente associo questo disco a due immagini: la notte e l’epica dei super eroi. Eroi comuni, gente di tutti i giorni, come il personaggio di Rella nel video della title track. Qual è il concept del disco?

Biggie Paul: L’idea è stata quella di fare un progetto secondo i nostri gusti musicali, senza pensare a discorsi del tipo dobbiamo avere la hit, facciamo un singolo per l’estate, chiamiamo quel rapper che va di moda e facciamo più download. Niente di tutto questo. Volevamo fare della musica triste (ride). Ci siamo detti, perché non facciamo delle robe dove si piange? Robe strazianti. Solo in un secondo momento ci siamo accorti che senza tanto volerlo era venuto fuori un lavoro di controtendenza, distante dalle produzioni più in voga del momento. Non c’è stata un’intenzione premeditata però, anche perché è un progetto che abbiamo iniziato molto tempo fa, il primo beat risale a tre anni fa. Probabilmente se il lavoro fosse uscito allora sarebbe stato in linea con i suoni di quel periodo, anche se riascoltandolo suona comunque attuale. Quello che rimane è quello che può rimanere a qualsiasi ascoltatore dopo aver ascoltato il disco, è un’interpretazione che ognuno compie per sé.

The Essence: Più che musica triste io direi musica adulta, una musica che ti guida verso una presa di coscienza. Il disco ha un’impronta molto conscious, ha una direzione ben precisa e tutti i brani hanno un proprio significato. I pezzi non sono per nulla usa e getta, sono pezzi che rimangono, di ogni traccia rimane qualcosa, perciò Cosa rimane. Ogni brano ha vita propria e come diceva Paolo vengono raccontate delle storie in cui ogni ascoltatore può rivederci qualcosa di suo. Per quanto riguarda la storia del lavoro di controtendenza in realtà a me non dispiacciono le tendenze del momento, la trap mi piace tantissimo ma non la sento così mia da poterla produrre. Potevamo benissimo produrre qualcosa di trap, ci stava, ma sarebbe sembrata più una paraculata perché noi siamo altro, rappresentiamo altro e abbiamo voluto fare qualcosa che a sua volta rappresentasse il nostro percorso artistico. Una cosa è quello che ascolto, un’altra è quello che produco.

S.P.: Come è nata l’idea di inserire all’interno del disco tutte le strumentali delle tracce? Qualcuno le ha già utilizzate per scriverci sopra qualche barra?

T.E.: Sono arrivati un sacco di complimenti per la storia delle strumentali. Finalmente è possibile usare qualcosa di qualità senza dover scaricare le basi da YouTube.

B.P.: In realtà non abbiamo messo fuori le strumentali con l’intento di farci arrivare dei pezzi da altri rapper. Ovviamente molti ragazzi ci hanno scritto chiedendoci se le strumentali si potessero usare. Certo che si possono usare! Per quanto mi riguarda avevo proprio voglia di far apprezzare la musica, solo quella, niente voci, niente sporche, nulla, solo la musica. In Italia non c’è questa abitudine di pubblicare le strumentali di un progetto. Abbiamo le strumentali di tutto e di tutti, i ragazzi passano la vita a fare i mixtape sulle strumentali di Dr.Dre e Kanye West e noi non abbiamo niente. A me ad esempio piacerebbe avere le strumentali di Shocca o di altri producer italiani da poter lanciare durante le serate in cui metto i dischi, abbiamo delle produzioni davvero belle che però non sono utilizzabili perché non messe a disposizione. Alla fine si tratta di dare valore alla musica che noi facciamo, la musica italiana. Purtroppo tra gli stessi produttori non c’è ancora questa apertura alla condivisione totale e sinceramente mi sembra davvero un limite perché se hai un beat figo per quale motivo non non devi condividerlo? Lo fai per valorizzare ancora di più quel lavoro.

S.P.: Come avete lavorato insieme?

B.P.: Abbiamo iniziato lavorando su Guernica. Rossella mi manda questo loop del campione che c’è nella seconda parte del brano con sotto una bozza di una batteria, io metto in play e da lì mi si è aperto un mondo. Ho pensato subito alla struttura del brano divisa in 16 parti diverse, un puttanaio, e ho iniziato a lavorarci sopra. Poi ho fatto sentire tutto a Rossella che ha aggiunto delle cose, poi la bozza è tornata a me che ho aggiunto altre cose, quello mi piace, quello non mi piace, e alla fine è uscito il beat di Guernica. Tutto realizzato a distanza perché Rossella ancora non era a Milano. Anche quando è arrivata però non ci siamo mai visti per produrre insieme, un po’ per questioni di tempo, un po’ per motivi logistici, io uso un Mac lei un Pc, ma sopratutto per una questione di personalità. Entrambi ci concentriamo meglio e diamo il meglio di noi stessi lavorando da soli. Tutti i pezzi sono stati sviluppati partendo da bozze che ciascuno di noi aveva e che in un secondo momento abbiamo rielaborato insieme. Non è il disco degli scarti sia chiaro, sono delle idee non sviluppate. Riprendendole in mano uno dei due ci ha visto qualcosa di buono e insieme abbiamo deciso di continuare a lavorarci sopra.

T.E.: Lavorando in due posti diversi il disco ha ottenuto un risvolto molto più positivo secondo me. Ognuno ha la propria impostazione e in questo modo siamo riusciti a farla emergere del tutto, portando ciascuno la propria impronta personale. Lavorando insieme sarebbe stato diverso, sarebbe stato più un dare consigli ed eseguirli.

S.P.: Come è stato lavorare con artisti come Paura e Jack The Smoker?

B.P.: Quando abbiamo contattato Francesco Paura e ci ha dato l’ok, tre giorni dopo avevamo già il suo provino. In generale faccio più fatica a collaborare con i miei coetanei che con quelli più “vecchi”. Molti miei coetanei hanno fatto quattro cose e sono persi nei loro deliri di onnipotenza quando alla fine non sono nessuno. I più vecchi sono quelli che ci aiutano di più. Paura ci ha seguiti per tutto il progetto, Jack The Smoker mi ha mandato le strofe in tempi brevissimi, quando mando un messaggio a Bosca per un consiglio lui subito risponde, Bassi ci ha invitato ovunque, Esa ti parla da vero businessman e ti da dei consigli incredibili. È proprio un altro modo di lavorare, un’altra professionalità.

T.E.: Paura è stato quello che ci ha seguito di più, che poi è una cosa che ti fa mille volte più piacere del numero dei download. Fare un pezzo con Paura e lui che ti dice di essere contento del pezzo che ha fatto è incredibile. Come dice Paolo abbiamo avuto meno problemi con lui che con altre persone, c’è proprio una attitudine al lavoro diversa.

S.P.: Qual è lo stato attuale del producing in Italia?

B.P.: La mentalità italiana è uno schifo. Anche molte delle cosiddette realtà indipendenti si comportano malissimo. Fanno tutti i rivoluzionari, ti dicono che loro valorizzeranno gli artisti, che cambieranno il sistema e cose del genere ma non fanno altro che imporsi sulle persone senza mettere un euro e cercando di grattare dove possono. L’etichetta indipendente produce il disco di tizio, i beat dei produttori vengono pagati? Non vengono pagati! Al massimo pagano i videomaker se proprio non riescono a trovarne uno a cui grattare le robe, lo stesso per il grafico, il sito lo gestisce uno di loro, per la promozione se hanno un ufficio stampa bene senno fanno loro, e amen. Questo è il giro. Se domani arriva un Guercio e mi chiede un beat per il disco, secondo te mi dà dei soldi? Non me li dà perché sono il ragazzino X! Se domani un Marracash vuole un beat da Garelli, pensi che a Garelli dia dei soldi? Non glieli dà! Anzi, se Garelli chiede i soldi gli dice anche ‘come? tu mi chiedi dei soldi? ma io sono Marracash, ti sto dando un’opportunità!’. Non c’è il rispetto per il lavoro. Se vai negli Stati Uniti anche se non sei un cazzo di nessuno ti pagano, magari al di sotto dei loro standard ma ti pagano. Se ci sono i soldi vanno fatti girare perché se oggi paghi Garelli, Garelli domani si potrà comprare un sintetizzatore nuovo e potrà fare dei beat migliori, è così che dovrebbe funzionare.

T.E.: Sono d’accordo con tutto quello che ha detto Paolo. Noi siamo molto sottovalutati ed è davvero difficile far valere il proprio lavoro. Gi stessi amici spesso non valutano bene il tuo lavoro. Un certo risvolto economico forse lo vedi quando fai dei pezzi con qualche nome grosso e attiri la curiosità generale del pubblico e di conseguenza il tuo nome inizia ad essere richiesto. È molto difficile però arrivare a questi risultati, noi ormai abbiamo quasi paura a chiedere dei soldi agli artisti più affermati. Se arriva, per esempio, Salmo e dice mi piace il tuo sound, tu hai quasi paura a chiedergli i soldi perché lui potrebbe farti il discorso dell’opportunità, come diceva Paolo. Hai paura a dire Salmo, pagami! perché hai paura che lui ti dica che ha la fila di ragazzi che non vedono l’ora di dargli i beat gratis, e quindi non chiedi nulla. In realtà è un lavoro e va pagato.

S.P.: A questo punto la domanda è abbastanza scontata: riuscite a vivere di musica?

B.P.: In realtà va a periodi, è come avere la partita Iva. Ci sono volte che in un mese fai 15 live, vendi 13 beat e ogni giorno hai gente a registrare. In altri periodi invece non vedi gente per sei mesi. Viverci quindi no. Non pago l’affitto altrimenti non ce la farei. Spero di stare sulla strada giusta ma insomma anche senza soldi la musica rimarrà sempre la mia passione, se poi le cose vanno e i soldi ti arrivano con quello che ti piace perfetto, se non arrivano si continua a coltivare quella passione facendo però un altro lavoro. Paura fa un altro lavoro, Lord Bean è un grafico, Fritz Da Cat prima di tornare a produrre si è messo a vendere vernici e ha fatto la sua strada. Il lavoro comunque ti apre la mente, ti da degli stimoli in più. Bisogna uscire, parlare con la gente, confrontarsi con chi non ne sa un cazzo, non possiamo rimanere in casa a scrivere le solite quattro cazzate e a fare i soliti beat.

T.E.: Neanche io riesco a vivere di musica, sto finendo di studiare per crearmi un’alternativa a questa passione e comunque, giusto per mettere qualche puntino, guadagno molto di più facendo la dj che facendo le produzioni.

S.P.: Come vedete il futuro delle produzioni nel rap?

B.P.: Sarà una sorta di mistone tra robe caraibiche e trap. In Italia Chris Nolan già lo fa, mette dei passaggi in controtempo più ritmati. Secondo me inizieremo a sentire cose del genere e magari si riuscirà anche a far ballare di più le persone. In generale è un periodo in cui i producer stanno raccogliendo materiale e competenze per far sì che inizi ad esserci un bel calderone in cui si possano mischiare robe più classiche con robe più moderne e contaminarle poi con cose nuove, come i ritmi caraibici appunto. Penso che usciranno delle belle cose.

T.E.: Bisogna sempre guardare oltreoceano secondo me, anche se nell’ultimo periodo non sono usciti dischi così di rilievo da un punto di vista musicale, forse solo quello di Kanye West, ma in Italia non c’è un Kanye West e se ci fosse non verrebbe capito, basta pensare che di Tedua c’è ancora gente che dice che non vada a tempo. Può piacerti o meno ma Tedua a tempo ci va. In ogni caso in Italia la situazione la vedo abbastanza stabile, forse anche qui arriverà un po’ più di grime ma la trap durerà ancora per un po’, nonostante all’estero siano certi stia per scemare del tutto questo filone.

S.P.: Tralasciando le opinioni tecniche e artistiche su questa nuova scena, non vi sembra si siano ricreate quelle condizioni di emulazione, seguito e condivisione genuina già vissute ai tempi del boom dei Club Dogo?

B.P.: Sono assolutamente d’accordo. Un evento così grosso come quello fatto da Charlie, Ghali e Sfera ai Magazzini Generali (l’evento è il sold out del 13 maggio scorso, ndr) dove tutta la gente canta i pezzi a squarciagola me lo ricordo solo nel 2006, quando al Rolling Stone i Club Dogo presentarono “Penna capitale”. È un passaggio generazionale, arrivato in ritardo però. Se penso alla Milano degli ultimi anni molti rapper hanno passato più tempo a criticare che a fare musica e ora che questa nuova generazione è arrivata molti di questi altri rapper la prenderanno nel culo. I nuovi ragazzi se ne sono fregati delle critiche, hanno fatto le robe come volevano loro, senza pensare a dogmi del tipo no, non dobbiamo usare l’autotune. Parlano di quello che la gente vuole sentire nella maniera più figa e più musicale possibile e si sono conquistati una bella fetta di pubblico. Ciò nonostante noi abbiamo da dire la nostra (ride).

T.E.: Quelli che oggi stanno dicendo che il rap italiano è morto stanno semplicemente sbagliando. A me sembra si stia percorrendo una strada molto interessante, sono tutti ragazzi che scrivono dei pezzi interessanti. L’ultimo pezzo di Rkomi con Izi ad esempio è bellissimo (parla di Aeroplanini di carta, ndr). Sicuramente ci sono degli aspetti su cui lavorare, spesso il livello è molto alto nei singoli ma non in tutto l’album, allo stesso tempo però questa nuova generazione di rapper sta lasciando un’impronta, sono loro che hanno da insegnare qualcosa ai più grandi e questo è bellissimo. Non puoi bloccare la musica in una determinata era, la musica va avanti, se non apri i tuoi orizzonti è la fine e i ragazzini hanno sempre qualcosa da insegnarti perché in qualche modo vivono epoche che tu non hai vissuto o non stai vivendo in pieno.

S.P.: Novità per il futuro?

B.P.: Per quanto mi riguarda no, voglio chiudere il capitolo Cosa rimane e nel frattempo continuo a fare il mio lavoro di fonico.

T.E.: Anche per me al momento non c’è nulla in ballo, di certo non voglio fare il prossimo disco con dei rapper, vorrei fare qualcosa con dei cantanti, più club, o fare qualcosa tutto mio. Bisogna comunque trovare le persone giuste perché non tutti sono in grado di affrontare un discorso del genere in Italia.

S.P.: L’ultima domanda è solo per Biggie Paul. Come sta la Timestretch?

B.P.: La Timestretch al momento ha il potenziale per dire la sua in questo ambiente di merda. Ha lo spazio, qualità e competenze per poter assistere tante persone. Può essere un negozio dove compri dei beat, può essere un gruppo di persone che fa consulenza al tuo lavoro, può essere un portale che pubblica dei lavori, può essere tante cose. Molti pensano sia un’ etichetta e anche se non lo è a volte si comporta come tale in effetti. Aly Armando ha seguito tutto il lavoro di Axos, io ho chiuso questo lavoro con Rossella, Chevo Biz sta seguendo il lavoro con Warez. Direi che la Timestretch sta bene.

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