Big Fish: l’intervista

by • 06/10/2015 • Copertina, IntervisteComments (0)686

Fish

I producer italiani che hanno saputo rinnovarsi, restare al passo coi tempi e sperimentare stili e generi diversi non sono moltissimi. Anche perché, per una buona fetta della scena hip hop di casa nostra (che fortunatamente non è più così integralista come una volta) rinnovarsi spesso equivale a un peccato mortale o a un tradimento dei propri ideali. La verità è che chi cambia gusti o parere nel corso degli anni non solo può, ma DEVE cambiare anche la propria musica in base a ciò che sente, anche se ci vuole coraggio e un grande senso di onestà intellettuale per farlo fino in fondo. E’ il caso di Big Fish, che qualche anno fa ha abbandonato il mondo delle produzioni rap mainstream per avventurarsi in quello molto più variegato della dance e dell’elettronica. La sua Doner Music non è un’etichetta in senso classico e, per ovvi motivi di popolarità del genere, farà molta più fatica ad ottenere dischi d’oro e di platino, ma senz’altro si è tolta parecchie soddisfazioni. Una su tutte: l’ultimo EP di Big Fish, Midnight Express, è uscito qualche settimana fa per Mad Decent, la label fondata da Diplo. Sì, il Diplo dei Major Lazer, il diplo produttore di M.I.A., il Diplo mostro sacro con cui tutti i musicisti che guardano al futuro sognano di lavorare. Mica poco, no? Abbiamo incontrato Fish a Milano per parlare di questa sua nuova avventura, e di quello che dovrebbero fare i rapper italiani per convincerlo a tornare a lavorare con loro.

Blumi: Com’è nata la collaborazione con Mad Decent?

Big Fish: In maniera molto naturale, in realtà. Tra gli artisti che Doner Music gestisce c’è anche Aquadrop, a cui loro si erano interessati l’anno scorso: si sono presi bene, come dite voi giovani (ride), per un mio pezzo e per un altro che avevamo fatto io e lui insieme. Mi ha fatto davvero molto piacere, perché Mad Decent è senz’altro una delle etichette più innovative degli ultimi anni, capace di lanciare fenomeni come Baauer e molti altri.

B: Per non parlare dello stesso Diplo. Hai avuto contatti diretti con lui?

F: No, in realtà: lui è quasi sempre in tour, quindi delega tutto ai vari A&R e label manager. È probabile che lo incontreremo tra un mesetto, però, quando porterà i Major Lazer in concerto a Milano.

B: A proposito, in Italia il suono di Diplo e dei progetti a lui affiliati in genere è identificato con quello super pop dei Major Lazer, ma – soprattutto quando si tratta della sua etichetta – c’è molto più di questo: e infatti in Midnight Express c’è ben poco di easy listening…

F: Questo EP è pesantemente influenzato dalle sonorità inglesi che apprezzo di più: drum’n’bass, UK Garage, grime e via dicendo. Gli americani nell’ultimo periodo hanno una tendenza a ricalcare quel tipo di sound; la differenza è che i ragazzi di oggi si sbilanciano parecchio verso la cosiddetta future house, mentre io, invece, cerco di contaminare le mie cose con sonorità più vicine alla black music. Probabilmente è per quello che le mie produzioni sono piaciute a Mad Decent: le hanno trovate molto “inglesi”, anche se da un punto di vista molto americano (probabilmente un suddito di Sua Maestà non le sentirebbe così britanniche).

B: Per restringere ulteriormente il cerchio potremmo dire che le due tracce dell’EP si ispirano molto allo UK Garage originale, quello degli anni ’90?

F: Esatto. Cerco in qualche modo di mettere il mio sapere a disposizione degli altri produttori, di riportare a galla le cose migliori del passato.

B: Cose che magari sono state inventate vent’anni fa, ma alle orecchie di chi si avvicina alla musica elettronica adesso suonano nuovissime.

F: Tutto è ciclico: la UK garage come la deep house o la golden age del rap. Diciamo che quel sound non è del tutto ricreabile adesso, perché era stato concepito e realizzato con macchine che oggi non utilizziamo più.

B: Che tipo di riscontri hai avuto finora, rispetto all’EP?

F: Visto che la Mad Decent ha un grosso seguito su Soundcloud, i riscontri sono stati molto amplificati rispetto ai miei soliti progetti: ho ricevuto messaggi da tutto il mondo. Ma sinceramente questo è solo un punto di partenza, spero di poter continuare questo percorso un passo alla volta.

B: In effetti, fin dai tempi dei Sottotono, le tue produzioni sono sempre suonate molto internazionali: visti gli ottimi risultati di questa avventura, ti è venuta voglia di provarci sul serio anche all’estero?

F: La pura verità è che ho sempre avuto la paura di non essere all’altezza, tant’è che all’epoca non mi sono mai neanche posto il problema di fare un tentativo. Nel 2006 poteva aprirsi uno spiraglio: la Warner mi aveva mandato all’estero a fare degli incontri con i vari T.I., Puff Daddy, Busta Rhymes e Kanye West, ma poi non se n’è fatto più nulla, anche perché per riuscire a continuare su quei binari bisogna essere fisicamente lì, lavorare a distanza è difficile. Quest’anno ho deciso di riprovarci, anche se in ambito elettronico, per un semplice motivo: la discografia italiana mi annoia molto. Mi annoia il continuo tentativo di riproporre con lo stampino i successi da classifica americani, mi annoia il fatto di essere schiavo di radio commerciali che passano musica brutta, mi annoia la carenza cronica di idee che abbiamo ultimamente. Affacciarmi al mercato internazionale mi ha dato nuovi stimoli: magari resterà un caso isolato, o magari comincerò a farlo più regolarmente collaborando anche con altre etichette, chissà.

B: In realtà, anche se il 90% del mercato musicale italiano è fossilizzato su se stesso, la scena dance è da sempre molto attiva e competitiva anche all’estero…

F: La dance italiana ha creato un suo sound peculiare fin dagli anni ’80, e anche quando non si attiene a quel sound riesce sempre a fare cose particolari, mettendoci un tocco inconfondibile. In ogni caso io non mi sento un produttore dance: sarebbe irrispettoso nei confronti di chi lo fa da anni. Mi limito a fare le mie cose, e per la prima volta nella vita mi sento davvero libero, dopo anni di schiavitù psicologica in cui mi ripetevo che con il rap dovevo fare un certo tipo di produzione, perché era quella che andava di moda. Ora mi sveglio la mattina e decido un po’ quello che mi pare e piace: se viene fuori qualcosa di bello, ottimo, altrimenti pazienza, sono felice lo stesso. I cantanti e i produttori che fanno anche gli esperti di marketing mi fanno cascare le braccia: credono di sapere cosa funziona e cosa no, e nel frattempo si scordano del loro vero lavoro, fare musica, come se fosse una questione di secondo piano. Troppi fanno discorsi tipo “I miei fan vogliono questo” oppure “Per questioni di visualizzazioni devo fare un feat con quest’altro”. Dov’è finita l’arte? Per molti l’unica passione rimasta è la passione per la fama. I ragazzini di oggi vogliono fare i rapper perché pensano che così non dovranno mai andare a lavorare, ma non hanno capito che in realtà più hai successo e più lavori. Pensa al culo che deve farsi uno come Fedez: deve stare dietro ai fan, produrre i suoi dischi, curare la sua etichetta, fare tv… Penso che non abbia mai un minuto libero.

B: Non vale lo stesso discorso anche per l’America, però?

F: Certo, e infatti io preferisco fare musica di altro tipo. La tendenza è andare dove tira il vento, sia in Italia che in America, e io non posso proprio immaginare un rapper che ha impostato tutta la sua carriera sull’essere duro e puro che da un giorno all’altro si trasforma in Nek, solo perché è Nek che va di moda. Con tutto il rispetto per Nek, sia chiaro, che nel suo genere è bravissimo. Ma anche chi fa il percorso inverso è preoccupante: quelli che si sono svenduti al mercato per anni, e poi all’improvviso per una questione di convenienza dicono basta alle produzioni commerciali e vogliono tornare di nicchia. Mi ricordano un po’ quelle pornostar che a un certo punto della loro carriera incontrano il Signore… (ride)

B: Tornando al discorso produzioni discografiche, varrebbe la pena ricordare qual è la differenza tra un semplice beatmaker e un produttore artistico.

F: Un beatmaker (e ce ne sono di bravissimi, non lo dico per denigrarli, si fa per ridere) è uno che ti chiama dicendo “bella zio, ho un beat da darti”. E il rapper di solito risponde “Bella zio, ci ho cacciato sopra la strofa”. Una storia a lieto fine, insomma: e vissero tutti felici e contenti, anzi, felici e spaccanti. (ride) Un produttore artistico invece è una persona che magari non sa suonare neppure una nota, ma che ha una conoscenza enorme della musica – da quella uscita recentemente a quella di cinquant’anni fa – e un gran gusto. Qualcuno in grado di dare un taglio particolare a una traccia altrimenti anonima, e di risolvere eventuali problemi. Lavora fianco a fianco con l’artista, spesso imponendo anche la sua visione. Ecco perché attualmente vanno per la maggiore i beatmaker puri e semplici: i rapper preferiscono non avere un’interazione vera con i loro produttori, nessuno ha voglia di rotture di coglioni.

B: In realtà mi vengono in mente parecchie persone che farebbero qualsiasi cosa pur di avere un produttore artistico degno di questo nome.

F: Sulla carta sì, lo farebbero. Ma nella pratica, quando mi capita di spiegare a un rapper con cui lavoro che un pezzo non funziona per un motivo o per un altro e che quindi va messo a posto, la risposta è sempre “No, va bene così”. Tutti pensano di sapere cosa va e cosa non va, e se non lo sanno loro, lo sa il loro manager: e allora, verrebbe da chiedersi, perché chiami me? Che valore aggiunto posso darti? Se esistono ruoli diversi nella vita, è proprio perché servono competenze diverse per portare a termine un obbiettivo: se io sono un ottimo allenatore e tu tiri delle punizioni fantastiche, insieme facciamo una squadra vincente. Solo insieme possiamo vincere.

B: Questa situazione non è stata in parte creata anche dalle case discografiche? Agli artisti pop affiancano sempre un produttore artistico durante la lavorazione dell’album, mentre visto che l’hip hop è ancora una materia totalmente sconosciuta ai piani alti, con i rapper in genere “comprano” il prodotto a scatola chiusa, fidandosi del giudizio dell’artista...

F: È il tipo di situazione che fa felici tutti: le case discografiche, che così spendono molto di meno, e il rapper, che è contento di poter fare a modo suo e di tenere tutto il budget per sé. A ragionare in modo diverso sono in pochissimi. Vorrei ad esempio spezzare una lancia a favore di Zanna (manager di Emis Killa) e della Carosello Records, che ha deciso di affiancarmi ad Emis durante la creazione dei suoi primi due dischi. Il loro discorso non faceva una piega: il ragazzo aveva delle potenzialità, però aveva bisogno di una mano. Io mi sono messo in gioco (un po’ come avevo fatto con Fabri Fibra in passato) e credo che i risultati siano stati apprezzabili per tutti. Ovviamente è stato merito suo e non certo mio, perché è lui che ci ha messo la faccia, ma ho cercato di incanalarlo in una direzione che secondo me era quella giusta per lui. In generale, però, è bene specificare che di solito è l’A&R della casa discografica ad avere l’ultima parola sulla direzione che deve prendere il disco. (l’A&R sarebbe quella figura, ormai in via di estinzione nel mercato musicale italiano, che sovraintende alla creazione di un album coordinando il team di persone che ci lavorano, spesso dando anche spunti creativi fondamentali – almeno se si tratta di una persona capace, ndr)

B: Tornando a Doner Music, cosa state combinando in questo periodo?

F: Fin dall’inizio io e Massimiliano Vecchi, che lavora con me, abbiamo cercato di dare un’impostazione professionale alla faccenda, gestendo la squadra con l’ottica di aiutare gli artisti a sviluppare le proprie potenzialità e poi, quando sono pronti, instaurare dei rapporti di collaborazione con le etichette più idonee a lavorare questo tipo di musica nel mondo. Nello specifico Aquadrop ha appena finito di lavorare a un pezzo nuovo davvero notevole, che proporremo a un po’ di etichette. I Retrohandz, invece, proprio in questi giorni hanno pubblicato l’EP Retrohandz & Friends che esce con la Dim Mak, l’etichetta di Steve Aoki. Nel nostro roster abbiamo una grande varietà di stili diversi: Nobel, che vive a Londra e fa un genere di garage un po’ più spinto del mio, Golden Toyz che fa trap, Urameshi che ha sonorità particolarissime… Probabilmente a breve usciremo anche col volume 4 di Doner Bombers, la compilation che pubblichiamo un paio di volte l’anno per far conoscere i nostri lavori. E a parte questo, continuiamo a dare spazio a giovani promettenti diffondendo le loro produzioni tramite i nostri social e il nostro Soundcloud.

B: Hai per caso intenzione di mettere questa professionalità anche al servizio di altri generi musicali in futuro, magari in maniera più strutturata?

F: Ci ho già provato, ma in Italia (al di là di generi di nicchia tipo l’elettronica, appunto) gli artisti sono ancora troppo abbagliati dalle major, e sono convinti che la soluzione a tutti i loro problemi sia un contratto di quel tipo. E allora, sai che c’è? Che vadano dalle major. Voglio avere una struttura leggera, che mi permetta di muovermi con grande libertà, per continuare a fare musica gradevole e trasmettere un po’ di sapere a persone contente di ricevere una mano e di lavorare in team.

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