Axos: l’intervista

by • 15/07/2019 • Copertina, Interviste, MultimediaCommenti disabilitati su Axos: l’intervista258

Axos è un caleidoscopio di talenti, influenze, idee, progetti, derivazioni. E come in ogni caleidoscopio che si rispetti, il rischio è che dopo un po’, fissandolo molto intensamente, cominci a girarti la testa. Ma è una vertigine del tutto positiva, perché perdersi nelle mille diramazioni della sua creatività ti fa rivalutare il senso stesso della parola: creare non significa semplicemente assemblare una canzone in base alle mode e al sound del momento, ma generare qualcosa dal nulla, portando avanti una visione che vada oltre la visuale (cit. Ghemon). Per tutti questi motivi, la notizia che Axos abbia firmato un contratto con una major è un’ottima notizia, perché porta una ventata di originalità all’interno di un panorama tradizionalmente molto polarizzato; ed è proprio negli uffici della sua nuova casa discografica, Universal Music, che lo incontriamo in un pomeriggio di inizio estate. (Continua dopo la foto)

Blumi: In questi ultimi anni hai cambiato numerose formazioni e situazioni: da solista in una minuscola etichetta indipendente come Bullz Records a membro di una crew blasonatissima come Machete, per poi approdare a un’altra indipendente come Pluggers (lo stesso team di Massimo Pericolo, ndr) e infine a un contratto con Universal. Come mai tutti questi cambiamenti?

Axos: Di base penso sia stato semplicemente un caso: ho sempre voluto sperimentare con la mia musica, ma purtroppo all’interno di alcune realtà non sono riuscito sempre a farmi capire, perciò ho preferito andare avanti per conto mio. Se non c’è la stessa visione, prima o poi ci si divide.

B: Per molti una major è un traguardo, per altri è fonte di ansie e preoccupazioni…

A: Per me è un nuovo punto di partenza. Ho sempre bisogno di cambiamenti nella mia vita, in tutti i sensi. Certo, alcuni non li avrei voluti perché sono stati troppo bruschi e mi hanno fatto perdere un sacco di tempo, ma la cosa buona è che in un contesto del genere c’è molta libertà: non c’è qualcuno che ha già costruito la propria estetica e il proprio ambiente e vuole proiettarli anche su di te. In una major, ti tirano in mezzo solo se gli piaci tu e la tua musica.

B: Sei un rapper estremamente originale ed eclettico: ti senti compreso?

A: Dipende, a volte fanno fatica a seguire la mia vibe. Anche perché il mio studio della musica è talmente forsennato che a volte i “capoccia” delle varie realtà – li chiamo così perché non saprei come chiamarli, sennò (ride) – fanno fatica a starmi dietro. Ma la cosa buona è che in Universal ci sono entrato per quello che sono, perciò da me non si aspettano niente di meno. Nell’ultimo periodo, io e il mio team abbiamo davvero fatto di tutto, dal suonare con un trio jazz al buttarci sul rock: non è ancora uscito nulla, in parte anche perché prima erano considerate robe troppo pazze per essere pubblicate davvero, ma sono convinto che se fossero uscite subito, sarebbe esploso il mondo.

B: In effetti anche il tuo ultimo EP, Corpus: L’amore sopra, era un progetto davvero sorprendente, che apriva una serie di scenari inaspettati…

A: E infatti io continuo ad aprire porte: non m’interessa procedere in linea retta. Anche perché il mio obbiettivo non è quello di diventare un personaggio, ma quello di portare la mia musica a tutti, suonare dal vivo e magari, a una certa, arrivare ad avere abbastanza soldi da riuscire in ciò che vorrei fare davvero, tipo, che ne so, andare in Africa e aiutare i bambini.

B: Da dove arriva questa voglia di sperimentare a 360 gradi, abbastanza insolita per un rapper?

A: Beh, io arrivo da un background musicale molto ampio: mio padre ascoltava tantissima musica black, mia madre ha sempre ballato e quindi ascoltava musica araba e latina, poi sono arrivati il rock e il metal… Per me la musica non è divisa in compartimenti stagni, è una cosa unica. Ho studiato musica alle medie e a dieci anni ho cominciato a scrivere i primi testi, perché mia zia si era fidanzata con un dj che mi passava i primi beat. Insomma, dal farlo per gioco a farlo seriamente è stato un attimo. Purtroppo per parecchi anni non ho più potuto studiare musica, banalmente perché non avevo i soldi per farlo, e adesso che finalmente ho la possibilità di farlo di nuovo mi ci sto buttando completamente, perché non mi sembra vero di poter suonare e creare ogni giorno.

B: In studio, quindi, suoni concretamente qualcosa o ti limiti a dare indicazioni agli altri?

A: A volte produco, a volte faccio una linea melodica al pianoforte o alla chitarra, però noi siamo una band e ognuno ha il suo ruolo: io sono il rapper, e il mio compito è rappare.

B: In America il rapper duro e puro che suona con una band è un concetto già sdoganato da anni; in Italia, ogni volta che qualcuno ci ha provato, il risultato è quasi sempre stato un po’ al di sotto delle aspettative. Perché, secondo te?

A: Perché si vuole copiare qualcosa senza avere l’attitudine e le conoscenze per farla. È una modalità molto italiana: cercare di fare senza capire, per poi scontrarsi con i limiti delle proprie capacità.

B: La tua band, invece, come nasce?

A: In maniera molto naturale, perché ho sempre voluto suonare con dei musicisti, cosa che si rifletteva anche nei beat che sceglievo; di conseguenza, sono arrivati anche molti ascoltatori che suonavano, oltre ai soliti fan del rap. Tra questi ascoltatori che suonavano, negli anni ho identificato delle persone che sembravano perfette: quando poi ci siamo conosciuti di persona, l’alchimia è stata perfetta.

B: Cambiando argomento, dal punto di vista dei contenuti ci sono due aspetti che ti distinguono molto da tutti gli altri: innanzitutto, il tuo modo di parlare d’amore…

A: Le mie canzoni d’amore sono quasi tutte canzoni d’odio, in realtà, e non penso mai a chi potrebbe ascoltarle: scrivo semplicemente quello che provo.

B: Poi c’è anche una vibrazione molto intimista e profonda, che come ci raccontavi nella tua precedente intervista deriva molto dalla tua spiritualità.

A: Dipende dalla mia famiglia, perché tutti, a partire dalla mia bisnonna, hanno avuto un forte rapporto con questo ambito. Ho avuto delle esperienze molto forti fin da bambino: piccole visioni, attacchi di sensibilità, che psicologicamente parlando mi hanno anche portato ad avere molti problemi. Grazie al supporto dei miei familiari, per cui questo tipo di situazione non era nuova, sono riuscito a domare e a prendere il controllo di questa parte di me. Penso che poi si traduca nell’avere un contatto più profondo con le energie che ti circondano, in un aiuto a creare. Sia chiaro, però, non stiamo parlando di religione, che è un concetto ben distante dalla mia idea di spiritualità. (Continua dopo il video)

B: Tornando al tuo percorso discografico, sei da poco fuori con un nuovo singolo, Ci puoi fare un film: stai già pensando alla tappa successiva, e magari a un vero e proprio album?

A: Certo, ho sempre ragionato sulle tappe successive, ma finora non ero mai riuscito a fare un vero e proprio percorso, per le ragioni che spiegavo prima. Ora, però, ci sono finalmente le condizioni per farlo, e comincio a vedere la strada che si delinea davanti a me: sta a me riuscire a metterci dentro tutto ciò che sono e faccio. Sarà un disco devastante, con una varietà che manderà la gente fuori di testa. Ma è giusto così.

B: Cosa ascolti per ispirarti, di solito?

A: Di italiano non ascolto praticamente niente, a parte i pezzi che tutti dicono essere una mina, tipo il Veleno 7 della situazione. Per il resto non mi vado a fare grandi ricerche: per sapere cosa va in Italia adesso, basta ascoltare i pezzi americani di due anni fa… (ride) Per il resto, al momento sono tornato indietro nel tempo: ascolto tante cose degli anni ’80, oppure i Jamiroquai, o la musica electro. Non mi interessa copiare un rapper nello specifico, voglio essere Axos e basta. E non Axos il personaggio, ma Axos la persona: non c’è differenza tra l’uno e l’altro.

B: La gente si aspetta grandi cose da te: tutte queste aspettative pesano?

A: Me ne fotto delle aspettative! Non so neanche io cosa aspettarmi da me stesso, non vedo perché gli altri dovrebbero aspettarsi qualcosa. Spero che la gente mi capisca, quello sì, ma sappiate che non rimarrò mai uguale a me stesso, a livello di sound. Nella musica ciascuno si fa il proprio viaggio: io posso indicarti dove guardare, ma quello che ci vedi sono cazzi tuoi.

 

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