Ape & Asher Kuno: l’intervista

by • 28/09/2017 • Copertina, IntervisteCommenti disabilitati su Ape & Asher Kuno: l’intervista9

Nota a cura della redazione di Hotmc: l’autore di questa intervista è il leggendario MDJ+, il primo a scrivere romanzi hip hop in Italia (tra i titoli più noti, tutti usciti tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni ’00, citiamo Beograd B-Boyz e Spregiudicati: quest’ultimo ha dato il nome alla nota crew milanese di cui hanno fatto parte, tra gli altri, lui stesso, Mace, Jack the Smoker, Bat e Asher Kuno, uno dei due intervistati di oggi). Oggi continua a scrivere romanzi firmandosi con il suo vero nome, Michele D’Amore: lo ringraziamo per essersi prestato a realizzare questa intervista!)

GEMELLI COL TELLING. COSA SUCCEDE QUANDO DUE LEGGENDARI LOCAL HERO SI INCONTRANO? GIOCANO. A FARE LA GUERRA A UN MERCATO CHE ORMAI HA PERSO LA GENUINITÀ O (COME DICEVANO DI REAGAN) IL COLPO DELL’ETERNO DILETTANTE.

È un pomeriggio che sta in equilibrio tra presente e passato. È uno di quei giorni che, malgrado tutto, so di non poter dimenticare. Incontro Ape ed Asher Kuno a Monza, fuori dalla stazione. Qui, anni fa, è passato il treno dell’hip hop, con musica, colori, acrilico, tag, ospiti di calibro e limoni duri sui divanetti. Proprio qui, dall’altra parte della strada, nel complesso che fronteggia la Monza FS. Gli anni passano. Bassi cantava Cosa Resterà. Ci penso un attimo. Ecco cosa è rimasto. La stessa voglia di spaccare, i due cm ancora nella tasca dei pantaloni, gli stessi sguardi di una volta.

Penso sempre che i veri vincitori nella vita non siano quelli che trionfano e dimenticano, ma quelli che conservano lo stesso sguardo dopo successi e sconfitte. Ne ho due davanti. Hanno appena pubblicato un album insieme. Nell’aria c’è lo stesso brivido di quando stai per partire e non sai se e quando tornerai dal viaggio. Un tavolino da bar, bicchieri di birra e coche, la copia fisica del cd, lo smartphone che registra e il desiderio che sia di nuovo estate.

MDJ: Ape e Asher Kuno, un grande ritorno, vi troviamo sulla copertina di Gemelli, il vostro nuovo album. Una coppia inedita, una sorta di sfida ai ricordi. I fan vi hanno seguito prima come appartenenti alle vostre rispettive crew e, successivamente, come solisti di grande personalità. Raccontatemi questo progetto, dal momento zero all’arrivo in studio insieme.

Kuno : Allora, dal niente. Ho coinvolto Ape ai tempi di Hallweedwood 3, quindi nel 2015, per fare almeno un pezzo insieme dentro il mixtape. Alla fine lui è tornato dalle vacanze con tre strofe nuove. Ne abbiamo tenute due e, contemporaneamente, è venuto fuori il suo desiderio di rimettersi a fare qualche pezzo, ritornare un po’ “dentro”. Così ci siamo fatti venire qualche idea, inizialmente quella di fare un ep di cinque o sei tracce. In realtà una volta cominciato il lavoro ci siamo accorti che i pezzi venivano fuori con molta spontaneità e così è uscito il disco.

Ape: Anche perché ogni volta che ci avvicinavamo all’idea dei quattro pezzi, Beat Provider cacciava un beat. Oppure ad Asher veniva in mente il nome di un produttore da contattare, a me l’idea di fare un pezzo west, con tutta una serie di sonorità ricercate e così, alla fine, boh, abbiamo fatto il disco. Ci siamo fermati a tredici anche se, dal punto di vista della voglia di fare, potevamo andare avanti ancora.
Ritrovarsi per voi è qualcosa da fare per gioco oppure pensate che in un certo momento della vostra vita
vi siate riconosciuti nel percorso tanto da stringersi la mano e andare avanti insieme nel futuro?

K: Sicuramente, ne siamo abbastanza certi, la nostra collaborazione non terminerà qui. Già soltanto il fatto di mettere la roba su Spotify vuol implicitamente significare investimento e sbattimenti (che ci siamo fatti insieme). Quindi diciamo che noi ci siamo creati una piccola etichetta.

U: La Gemelli SNC!

K: Questo non vuol dire abbandonare la nostra individualità, continueremo a fare cose insieme ma senza perdere il nostro modo di essere artisti indipendenti.

A: Siamo fortunati (o sfortunati) nel trovarci entrambi in una fase in cui possiamo ragionare l’hip hop non come un lavoro ma come una passione per far incontrare impegno, amicizia e divertimento. Se entriamo in studio siamo due martelli, come quelli delle major, uguale. Se entriamo in studio è lavoro. Però lo viviamo easy, un approccio free che secondo me in questo momento può risultare un valore aggiunto. Riscoprire l’hip hop come passione da un certo punto di vista è la nostra sfida. Dopo l’estate abbiamo idea di andare avanti. Per adesso, eccoci.

MDJ: La cosa positiva e la cosa negativa dell’incontro tra due flow differenti come i vostri.

K: A livello proprio tecnico di rap di brutto non c’è niente. Anzi, è stato un arricchimento reciproco totale. La roba brutta sono tutti gli sbattimenti che ti devi fare oltre alla musica. È ovvio che non avremmo voglia di farceli. La roba della creazione dell’album, con il concepimento del master, è stata un’esperienza bellissima.

A: Anche perché non è che siamo poi così diversi. Siamo complementari. È che la gente non è più abituata ai gruppi e a dischi di rapper con due stili diversi. Adesso però, con la seconda birra media in mano mi viene difficile fare dei riferimenti.

K: Sono dell’idea che se lavori bene, nell’album è giusto che nessuno prevalga sull’altro. Se è vero che in
Gemelli i ritornelli sono spesso miei, le idee dei pezzi spettano però per un 70% a lui. Un vero e proprio
completarsi reciproco. Sì, magari i fan degli anni ’90 ancora sono legati all’immaginario per cui Ape è un
fenomeno e Kuno invece è inascoltabile. C’è un lavoro medio da parte di entrambi, nessuno trascina
nessuno ma si va avanti insieme.

A: Siamo complementari perché abbiamo due modi diversi di fare le robe. Ad esempio una cosa che mi dice sempre lui è “tu nei pezzi comunichi sempre qualcosa”. Anche in una traccia come A mani basse, che è una posse track con Dani Faiv e Jack The Smoker, “sei riuscito a dire qualcosa e a parlare di te”. È una mia caratteristica, la porto all’interno del progetto come Asher fa con le sue. Ed ecco che nasce la
complementarietà. È bello lavorare così, anche se spesso i fan non sono abituati all’unione tra una posse
track e un pezzo solista. Per quanto riguarda gli sbattimenti per la creazione dell’album, devo ammettere
che personalmente mi sono divertito anche in questo aspetto: è da quando sono ragazzo che volevo
dedicarmi al lato discografico e organizzativo di un disco. Per Gemelli ci siamo occupati un po’ di tutto, dal seguire il master al registrare le robe, la parte che ha seguito Asher, dal caricare i pezzi allo scrivere al
provider inglese per farci autorizzare la licenza di pubblicazione, fino allo spedire i dischi (che è la parte che sto facendo io). Un lavoro a 360°, che ci smazziamo io e lui, completamente.

MDJ: Una domanda per Ape. Tornare dopo dieci anni, ricominciare a scrivere. Com’è stato riscoprire il proprio flow alla luce non solo della maturità artistica ma anche di vita.

A: Io sono sempre stato il peggior spacca cazzo di me stesso.

K: E non solo aggiungerei.

A: Asher, perché tu alla lunga ti fai schiacciare dalle paranoie e allora hai bisogno di regole e disciplina
Vieni a casa mia ti prego.

A: Su de doss, come direbbero a Milano. Il punto è che ci sono arrivato piano piano. Hallweedwood è stata la palestra. Però quando lui ha fatto la presentazione ufficiale a Milano io non ho cantato. Sono salito sul palco ma senza rappare. Non era ancora il mio momento. Con tranquillità e calma mi sono riavvicinato all’ambiente.

K: Lui di suo è molto preciso, deve provare le robe… ecco questa è una differenza abissale tra me e lui. Deve provare le robe cento volte e dev’essere tutto preciso. Io sono freestyle in tutto e per tutto.

A: Ma in realtà il mio voler provare le robe è il voler essere talmente preciso in live da potermi permettere di improvvisare o fare altro senza paura di sbagliare.

MDJ: Facciamoci un viaggio tra le tracce dell’album. In Coney Island, personalmente uno dei video più belli che abbia visto dal punto di vista del montaggio…

A: Dove ho respirato così tanti fumogeni da stendermi…

MDJ: Nel ritornello del pezzo dite: “Giochiamo a far la guerra”. Secondo voi l’hip hop possiede ancora un DNA guerriero? Quell’attitudine a trasformarsi in strumento per evidenziare e combattere problemi sociali.

K: Secondo gli standard di adesso, non è più quella roba lì. Adesso è più una questione egocentrica al
massimo, dove il rapper di turno si mette in mostra, non tanto per quello che è ma per quello che fa finta di essere.

A: E poi non tanto per quello che ha da dire ma per quello che vuol sembrare.

K: Adesso per la maggiore è tutta apparenza. Ovvio che noi, essendo di un’altra generazione, abbiamo quel tipo di identità e cantiamo della nostra guerra.

A: Però io non ho mai pensato che il rap fosse uno strumento di protesta. Secondo me il rap è una roba con il quale parlare alla gente. Poi ci sono stati diversi periodi dove si è voluto parlare di “ribelliamoci”, certo. Ma personalmente non ho mai avuto l’ambizione di fare un pezzo che incitava la gente alla lotta. Magari faccio un pezzo in cui tocco l’argomento per fartici riflettere. Quindi per me il concetto di guerra o non guerra non esiste. Per me il concetto è: suscitare delle riflessioni nelle persone che ti ascoltano.

K: Ma poi molto dipende anche dal luogo in cui si sviluppa. Qualche anno fa sono stato nella favela di Sao Paulo e lì vedevi davvero l’hip hop come cultura. Serviva e serve realmente a tirare fuori la gente dalla strada. Fai il writer? Fai il rapper? In entrambi i casi la cosa ti toglie dalla strada. Qui in Italia una cosa del genere non esiste.

A: In Italia lo dico così, un sacco di rapper avevano i soldi per fare gli artisti. Sono pochi quelli che sono
venuti su dalla strada e attraverso il rap hanno svoltato. Per tornare al discorso del messaggio ti posso dire che in due pezzi come Il prezzo da pagare e Basta un dito abbiamo fatto esattamente questo, abbiamo raccontato delle esperienze che altri possono ascoltare e in cui si possono ritrovare. Testi che potrebbero anche darti la consapevolezza che come ci sei tu ci sono io. Con la condivisione i problemi si affrontano in maniera più aggressiva.

MDJ: Ne Il prezzo da pagare, cui raccontate del lavoro e della fatica quotidiana. Eppure avete comunque trovato il tempo per registrare. Qual è la leva che, malgrado tutti gli impegni quotidiani, vi dà l’entusiasmo di riprovarci?

K: Beh ma perché non puoi vivere di solo lavoro. Una valvola di sfogo ci vuole. Nonostante tutto sai sempre che c’è ad attenderti la botta di adrenalina, ti tiene il sogno vivo.

A: Per me ha un aspetto terapeutico: scriverlo e chiuderlo in una canzone. Ecco come archivio un problema. Lo dici, lo scrivi e lo registri. Bom, andata. Solo che ai tempi erano i problemi dei ventenni, adesso sono diversi. Però l’atteggiamento è sempre lo stesso.

MDJ: L’album si intitola Gemelli, citazione dell’omonimo film del 1989. L’immaginario cinematografico di quegli anni è parte di tutti noi. Quanto è stato presente nella vostra vita?

K: Per me in realtà poco, io sono più fan dei film italiani degli anni ’80. Per l’album ni. Mi piaceva l’idea di tirare fuori i film anni 90, ma è più lui…”

A: “Sto guardando la tracklist: Goodfellas cita Quei bravi ragazzi. Poi c’è Coney Island che è I Guerrieri della notte

K: No ma dico, tu sei sempre stato in fissa coi Soprano’s…

A: Sì ho sempre avuto quella roba lì, Sextape è un riferimento ai film porno, abbiamo citato due star che tu conoscerai sicuramente…

K: No.

A: (ridendo) Testa di cXXXo! (perdiamo il filo per una ventina di secondi, con frasi che il registratore ha, ops, cancellato). Dicevo, in alcuni casi abbiamo inserito delle citazioni. Ma il mood dei film e dei libri è sempre presente. Leggi una roba, poi magari ti ispira e fai un pezzo. Tu lo sai che sono un accanito lettore di Ellroy e Lansdale. Se non sei uno scemo dopo aver letto pezzi da novanta come loro, l’ispirazione per una strofa la trovi sicuramente.

MDJ: Ultime due. L’album è uscito e siete pronti a una nuova sfida. Quali sono gli obiettivi realistici che vi siete posti con Gemelli e quali invece quelli irrealistici.

K: Irrealistico? Farci un sacco di soldi. La realtà della cosa è che abbiamo voglia di fare i live, perché è il
modo migliore di incontrare chi ci ascolta e di condividere con loro la bellezza di fare hip hop.

A: Facendo un paragone rispetto ai nostri colleghi, posso dirti che se riuscissimo a fare venti date avremmo fatto bingo. Abbiamo stampato una tiratura limitata, ci aspettiamo di finirla in tempi ragionevoli e ci aspettiamo che il disco arrivi a più gente possibile. Per adesso è ancora un po’ “parcheggiato”.

K: Underground nell’underground.

A: Molti secondo me non ci sono ancora arrivati. Secondo me partendo come artisti autoprodotti paghiamo lo scotto del periodo di assenza.

MDJ: Allora ditelo qui. Perché ascoltare Gemelli?

K: Perché è reale al 100%. Ci hanno bombardati da bambini col fatto che l’hip hop dovesse essere reale e
noi siamo stati reali.

A: Perché dentro ci puoi trovare un amico o un fratello maggiore che ti racconta una cosa che ha già vissuto e che tu stai vivendo in questo momento e non sai come gestire.

Bum.

Chiudere col botto. Facciamo un brindisi al tavolino. C’è l’aria calda di un’estate che sta per arrivare.

Come dice Asher Kuno, bisogna tener vivo il sogno. Che poi sembra sempre una frase fatta, ma è una delle cose più difficili in assoluto.

Guardando i ragazzi ripenso a Open di Agassi. All’inizio il libro vendette qualche centinaio di copie in tutto il mondo. Poi, un giorno, come per incanto, tipo tre milioni. Per dire. La vita è imprevedibile e può succedere di tutto. L’importante è esserci.

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