Anthony B: l'intervista

by • 23/11/2006 • IntervisteComments (0)1143

Dopo un concerto di proporzioni veramente bibliche (e mai come in questo caso aggettivo fu più appropriato), siamo riusciti ad intervistare niente meno che The Fyahman, ossia Mr. Yagaya, ossia il vero erede dell’immenso Peter Tosh, ossia Anthony B! Anthony B è sicuramente uno degli esponenti più importanti del cosiddetto Nu Roots, ossia di quel genere che ha risvegliato i contenuti morali nella musica reggae dopo la morte di icone come Bob Marley, Peter Tosh o Dennis Brown.  Perdonate l’entusiasmo, ma essere riusciti in questa impresa è stata una cosa tanto difficile quanto inaspettata. Ma noi di Hotmc.com per voi arriviamo dovunque! Ecco cosa ci ha risposto il simpatico Anthony B.

Haile Anbessa: La prima domanda che ti pongo è: perché hai scelto il nome Anthony B?

Anthony B: Vedi, è molto semplice. Il mio vero nome è Keith Anthony Blair. Anthony mi piace molto e B è l’iniziale del mio cognome che però non mi appartiene perché lo hanno dato ai miei antenati gli schiavisti. È un marchio di Babilonia che rifiuto. Un po’ come Malcolm X hai presente? Ecco perché il mio cognome è solo B.

H.A: Perché nei tuoi live hai sempre in mano un bastone che non lasci mai per tutta la durata del concerto?

A.B: Quel bastone ha un grande significato per me. Io durante i miei concerti sono una guida, una sorta di pastore proprio come lo era Mosè per il popolo d’Israele. E Mosè viene sempre raffigurato e rappresentato con un bastone in mano. Il bastone rappresenta la mia forza.

H.A.: Tutti, critici e pubblico, ti considerano il vero erede del grandissimo Peter Tosh. Quale è il motivo secondo te?

A.B: Dividiamo le stesse opinioni di ciò che dovrebbe essere la musica. Abbiamo entrambi una grande passione per la vita. E entrambi, girando il mondo, abbiamo capito che i problemi non li hanno soltanto i neri ma è una questione globale. Tutta l’umanità è in una perenne lotta. Ci sono conflitti sociali, religiosi, morali. E entrambi facciamo di tutto per appianarli.  

H.A.: Cosa significa nella tua vita essere un vero Bobo?

A.B: Bobo Ashanti è una delle tre grandi congregazioni del movimento Rasta. Emmanuel I (l’ideologo di questa corrente n.d.r) è l’uomo che ci ha insegnato a recuperare le nostre radici ed origini ed alzarci finalmente dalla polvere. Ed è proprio questo che cerco di fare ogni giorno ed è questo che cerco di fare capire a chi mi ascolta.

H.A.: Personalmente considero il tuo “Live on the Batterfield”, registrato qualche anno fa a Tolosa in Francia, come uno dei più impressionanti show reggae di sempre. Quale è il tuo segreto? Come fai ad essere sempre così potente?

A.B: Sai, è una scelta obbligata. Io amo la musica con un messaggio culturale impegnato. Ma alla lunga rischierei di risultare noioso. Quindi il messaggio deve essere sempre accompagnato da un grande show per essere ascoltato dai giovani. La forza e la potenza sono essenziali. Dobbiamo sempre modernizzarci e stare al passo coi tempi se vogliamo rendere questo messaggio eterno e perpetuo.

H.A.: Cosa ne pensi del pubblico europeo e di quello italiano in particolare?

A.B: Il pubblico è fondamentale. E’ uno degli elementi fondamentali della musica e in particolare della musica reggae. Nella Bibbia c’è scritto che il nome di Jah viene esaltato in massimo grado nella musica e quindi è bene che durante i concerti il pubblico gridi “Jah Rastafari”, anche qui in Europa.

H.A.: Credi che la musica reggae oggi abbia ancora la forza che aveva un tempo, ossia quando erano ancora vivi personaggi come Bob Marley, Peter Tosh o Jacob Miller? La gente oggi ha ancora voglia di seguire il difficile messaggio propugnato dal reggae?

A.B: Il messaggio è sempre lì. Oggi è solo tutto più rapido e veloce. Un altro problema fondamentale è che si mescola tutto nel reggae oggigiorno. La gente deve capire che pur essendo entrambi giamaicani, una cosa è sentire Bob Marley e una cosa è ascoltare Yellowman. Così come è diverso venire ad un mio show o andare ad uno di Beenie man. È tutto mischiato e compresso. Anche a causa di Internet. Se oggi su un motore di ricerca digiti “reggae” esce di tutto e non dovrebbe essere così. Ma se si cerca bene il messaggio c’è sempre più forte che mai.

H.A.: E questa facilità di reperire la musica reggae su Internet come dicevi prima, la consideri una cosa positiva o negativa?

A.B: Vedi, nella vita in ogni bene c’è un po’ di male e viceversa. Questa cosa la paragonerei all’elettricità. Essa dà energia a tutto il mondo ma può essere anche molto pericolosa!

H.A.: Un’ultima scontatissima domanda. Ti piace l’Italia? E cosa ti piace esattamente?

A.B: Ti confesso una cosa. In Giamaica molta gente ama gli italiani. Per il vostro stile di vita, per la vostra cucina, per la vostra moda. C’è chi vuole assomigliare a Bob Marley e chi vuole assomigliare ad un italiano!

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