Amorestereo

by • 31/03/2006 • RecensioniComments (0)1076

Per quasi un decennio, la scena hip hop italiana si è vista costretta a rimpiangere la figura di Al Castellana, forse l’unico vero soulman nostrano, ma soprattutto l’unico ad annoverare tra i suoi fan il b-boy fiero come l’amante dell’RnB, il rapper mainstream come il profano. Tra i molti che tentarono di raccoglierne l’eredità, quelli che ricordiamo come degni di nota si contano sulle dita di una mano: tra questi ultimi, spicca indubbiamente per talento e raffinatezza il genovese David.

Artisticamente nato dal rap (militò per anni nella formazione ligure de I Fratelli), ben presto Souldavid rivela una spiccata attitudine per sonorità più smooth, che coltiva da autodidatta: nel 2003 pubblica un demo, I cinque sensi, che porrà le fondamenta per il suo nuovo percorso e che riceverà addirittura una segnalazione in homepage su Okayplayer. Il che ci porta direttamente al suo mini-album di debutto, Amorestereo. Per essere un’opera prima, si tratta di un lavoro molto ben articolato, privo della classica ingenuità che caratterizza abitualmente i nuovi artisti: il sound, sottile e raffinato come quello del miglior D’Angelo, è un sapiente mix tra passato e presente. La profondità dell’interpretazione richiama alla purezza del soul classico; il delicato gioco delle sfumature armoniche deve molto alla scuola nu-soul di Philadelphia. L’intera tracklist si articola attorno al tema portante del titolo, l’amore, formando così una sorta di concept album che esplora i sentimenti in ogni loro declinazione, da quella più materiale a quella più idealizzata. Nel tessere la sua tela, David non dimentica però le sue origini: sono vari gli mc che partecipano al progetto (Ghemon Scienz, Giuann Shadai, Tony Fine, Quagliano), integrandosi perfettamente nella cornice fornita dal padrone di casa e sfatando il mito tutto italiano del rap e del soul come generi "a compartimenti stagni", che non devono entrare in contatto l’uno con l’altro. Il risultato finale è un disco eccezionale, completo e prorompente, in cui l’unico vero rimpianto dell’ascoltatore è una durata eccessivamente breve. Insomma, da David ci aspettiamo grandi cose: compresa la speranza che i talebani del rap mettano da parte i loro pregiudizi e riescano finalmente ad accostare l’espressione "spacca" a un album soul.

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