Amir: l’intervista

by • 22/06/2012 • IntervisteComments (1)1622

La prima impressione, conoscendo Amir, è che sia una persona davvero positiva e alla mano, di quelle con cui ti berresti volentieri una birra ogni tanto. Simpatico, riflessivo, maturo, umile, con i piedi per terra: tutto il contrario di quello che ti aspetteresti da un musicista in generale e da un rapper in particolare. Se a tutto questo si aggiunge una carriera di mc tra le più eclettiche e diversificate per qualità e quantità di esperienze, si ottiene un ottimo produttore artistico, perfetto per formare e incoraggiare le nuove generazioni dell’hip hop italiano. Ed è proprio in questa direzione che si avvia Amir, che prossimamente sarà impegnato soprattutto dietro le quinte con la sua neonata Red Carpet Music. Lo abbiamo incontrato per parlare di passato, presente e, soprattutto, di futuro.

Blumi: Dopo tanti anni di carriera, come ti senti quando ti rendi conto che la prima cosa (e a volte addirittura l’unica) che si scrive/si dice di te per introdurti è “rapper di origini egiziane”?

Amir: Inizialmente era colpa della campagna marketing della Virgin (con cui nel 2006 ha pubblicato Uomo di prestigio, il suo primo e unico album sotto major, ndr), che puntava molto sul fatto che io fossi un “rapper di seconda generazione”, facendo tra l’altro anche molta confusione sul tema. Mi volevano addirittura spedire in Marocco e ambientare il video lì, a bordo di un cammello. Per un momento ho anche pensato di scroccare il viaggio, ma poi ho pensato che era davvero troppo penoso! (ride) Non ti nascondo che all’inizio ci ho un po’ marciato sopra, perché mi garantiva una certa visibilità ed era un buon modo per invitare la gente a considerare anche la mia musica. Però ben presto ha cominciato a darmi fastidio, perché invece non si parlava più della mia musica, ma solo delle mie origini: diventavo un opinionista sugli argomenti più disparati, dal terrorismo islamico in giù. La situazione ormai mi stava stretta e ho anche cercato di esprimere questo mio disagio, ad esempio con la canzone Non sono un immigrato, che prendeva un po’ in giro i giornalisti spiegando che non vendo accendini o tappeti o che non indosso il turbante nel tempo libero.
B: In effetti sembra più una condanna che una fortuna…

A: Il rovescio della medaglia, molto più piacevole, è che molte associazioni di figli di immigrati mi hanno adottato come testimonial, perché secondo loro li posso rappresentare a livello musicale. In Italia purtroppo non c’è ancora grande chiarezza sull’argomento, e la maggior parte dei media generalisti non ha ancora ben presente che le problematiche legate all’immigrazione e quelle legate ai figli degli immigrati sono molto diverse. C’è addirittura chi ancora ti chiede come ti sei integrato, senza minimamente prendere in considerazione l’ipotesi che potresti essere nato in Italia, come nel mio caso. Sono contento di poter dare una mano a questa causa, perché quando ero più giovane mi sono ritrovato anch’io in questo tipo di situazione; al momento, però, partecipo solo ad attività che mi interessano davvero, con persone che hanno l’intelligenza di capire il tema. Non voglio più che mi appiccichino addosso etichette: la questione dell’immigrazione mi sta a cuore, ma non è l’unica che tratto e forse neanche una delle principali. Non posso diventare l’unico interlocutore sull’argomento, non è quello il mio mestiere.
B: Il tuo nuovo album, Grandezza naturale, è fuori da poco. Come ti sembra che sia stato recepito, fino ad ora?

A: A livello di critica, finora è stato molto apprezzato. A livello di vendite, so perfettamente che in questo momento l’hip hop in Italia è seguito soprattutto da ragazzini: basti pensare al fatto che la maggior parte degli album che escono attualmente vengono presentati da Game Stop, che è un negozio tipicamente adolescenziale. Io mi sono proposto con un disco maturo, ma al momento non esiste un vero e proprio pubblico di trentenni che ascoltano hip hop italiano – o, se non altro, non un pubblico che fa grandi numeri. E a me non andava di studiare a tavolino il disco per intercettare i giovanissimi, anche perché, anche se ho solo 33 anni, ho un figlio che ne ha già 12, e mi sento davvero un padre: sento la responsabilità di non trasmettergli messaggi negativi o dannosi. Mi fanno sorridere quei colleghi che hanno la mia età e scrivono ancora testi adolescenziali, non mi ci ritrovo più. Mi è davvero difficile rispecchiarmi in questa scena, in questo momento. Mi sembra che stiano tutti recitando la parte dell’eterno giovane, appropriandosi di temi che non sono più loro e che hanno senso solo se ad affrontarli è un rapper di sedici anni. Negli Stati Uniti e in Francia è diverso, i miei coetanei militano nella scena rap in maniera adeguata alla loro età, acquistano dischi e vanno ai concerti. Qui, invece, ho l’impressione che non siamo ancora pronti per questo, e la cosa un po’ mi preoccupa. Per fortuna, con Grandezza naturale non aspiravo ad arrivare ai vertici della classifica: per me era piuttosto un biglietto da visita per la mia etichetta, dove lavorerò soprattutto come produttore artistico.
B: In effetti, tu sei uno dei pochissimi rapper italiani ad avere un figlio già quasi adolescente. Come ci si sente?

A: A livello artistico lo sto scoprendo solo adesso, come ci si sente. Lui mi ha sempre snobbato, com’è normale che sia. Gli chiedevo di ascoltare le mie canzoni, volevo coinvolgerlo, ma a lui non sembrava importare granché. Ora che ha dodici anni e tutti i suoi amici ascoltano rap, comincia a interessarsi anche lui: è venuto a dipingere con me in una jam, recentemente, e l’altro giorno l’ho portato a un mio live. Vedevo che per la prima volta cantava a mezza bocca le canzoni, cercando di non farsi beccare perché un po’ si vergognava… Non riuscivo a crederci! (ride) Ma il vero shock è stato per 5 del mattino: il pezzo parla di una storia personale della mia famiglia che non gli avevo mai raccontato, perché aspettavo fosse un po’ più grande per capire meglio (è uno storytelling molto crudo che racconta dell’arresto del padre di Amir, a lungo detenuto, ndr). Visto che nel concerto l’avrei cantata, l’ho preso da parte e ho cercato di spiegargli cosa rappresentava quella canzone: ma appena ho iniziato, lui mi ha guardato strano e mi ha detto “Papà, guarda che la conosco, la so a memoria!”. Insomma, di nascosto se le era imparate tutte! (ride)
B: Da quello che hai potuto vedere, anche rispetto a tuo figlio e ai suoi amici, il pubblico di ragazzini di adesso è destinato a maturare e a diventare un pubblico di trentenni che ancora ascolta hip hop, o la loro è solo una fase?

A: È difficile rispondere a questa domanda, anche perché tutto va rapportato al contesto storico. Quando ho cominciato io ad ascoltare rap avevo l’età di mio figlio, ma non essendo un genere musicale di moda, se mi ci sono appassionato era proprio perché mi piaceva tantissimo. Se ascoltavi rap facevi parte di un’élite: eri tu e pochi altri. Inoltre, all’epoca tutto era basato sulla conoscenza: per essere qualcuno dovevi saperne il più possibile, e non solo di musica, ma dell’intera cultura hip hop. Oggi, invece, siamo abituati a un bombardamento continuo di suoni e stimoli di ogni tipo, a scaricare quantità industriali di musica che magari poi non ascoltiamo neanche. Insomma, il rischio è che sia davvero una moda passeggera, ma non credo che i ragazzi vadano colpevolizzati per questo: si sono avvicinati a qualcosa che al momento li interessa molto, vedremo cosa succederà in futuro. Fare previsioni è difficile ed è un azzardo.
B: Poco fa nominavi la tua etichetta, la Red Carpet Music, che ha aperto i battenti proprio con il tuo ultimo disco. Cosa ti ha spinto a fondarla, soprattutto in un momento di crisi sia globale che discografica?

A: Per me è stata soprattutto una necessità: in un momento in cui si vendono pochissimi dischi, farlo con una major porta via una grossa percentuale degli incassi, lasciando l’artista in qualche modo ancora più povero. Insomma, senz’altro venderò di meno perché non potrò usufruire della stessa macchina promozionale, ma guadagnerò un po’ di più. Al di là di questo, è sempre stato il mio sogno aprire un’etichetta, come tutti i rapper americani che ho ammirato fin da giovanissimo. L’esperienza del film Scialla mi ha permesso di guadagnare un po’ di soldi, che ho deciso di reinvestire in questo progetto. È una specie di sfizio che mi sono voluto togliere, insomma.
B: Che tipo di artisti produrrai?

A: Quelli che mi piacciono, a prescindere dai numeri. Non sceglierò mai i miei artisti su YouTube in base a chi ha più clic, per intenderci. Tra i rapper che ho già reclutato c’è Montenero, che seguo fin da quando era uscito con la Dogo Gang: il suo è un disco che sicuramente riascolterò con piacere dall’inizio alla fine. Vorrei creare un catalogo musicale di nomi spessi, che si muovano in ambito street (quello che preferisco), che abbiano un certo stile e che durino nel tempo. Oltre a Montenero, per ora in squadra ci sono Alessandro Ray, un cantante, e due nuovi arrivi: Killa Cali, Uzi Junkana e Sace, un rapper romano adolescente, che però mi piace moltissimo perché ha un approccio hardcore, per niente da teen idol. Tutti i progetti saranno seguiti da me e dal mio collaboratore, G. Romano, e prodotti nello studio che abbiamo messo in piedi a Roma, Galpi Creative Lab: su tre piani, si occuperà anche di visual e fotografia. Un concept lab, insomma.
B: Tornando a Scialla, il film di cui hai realizzato la colonna sonora, per te è stata un’esperienza di grande successo: oltre ad essere una pellicola pluripremiata, la tua canzone omonima è anche stata candidata al David di Donatello…

A: Non solo: ieri sera ci è arrivata anche la notizia della nomination come miglior canzone originale per i Nastri D’Argento 2012. Lavorare a questo film mi è piaciuto moltissimo, soprattutto grazie al bel rapporto di fiducia e collaborazione che si è creato con Francesco Bruni, il regista, già sceneggiatore dei film di Virzì e della fiction sul Commissario Montalbano. Mi ha scoperto tramite il figlio, che ascoltava hip hop: gli ha fatto sentire alcuni miei pezzi che si sposavano abbastanza con il tema di Scialla, un po’ critico nei confronti della vita di strada. Io ho sempre avuto un approccio diverso dagli altri, rispetto alle tematiche street, perché a causa di mio padre ho vissuto tutte queste storie sulla mia pelle fin da quando ero piccolo, e proprio per questo non ho mai avuto voglia di giocare allo spaccone. Fare questo film per me è stata una tappa davvero importante: mi ha portato nuovi stimoli, perché non ti nascondo che più e più volte avevo pensato di smettere con la musica. Io e il team Ceasar Productions abbiamo fatto un lavoro un po’ diverso da quello del classico team hip hop: abbiamo prodotto l’intera colonna sonora, dalle canzoni rappate alle parti strumentali, circondandoci di collaboratori in grado di soddisfare qualsiasi richiesta.
B: Una bella soddisfazione.

A: Sì, è stato un po’ un coronamento della mia carriera: ho pensato che, anche se in futuro mi fossi dedicato solo alla produzione artistica, avrei potuto farlo con l’animo in pace e la coscienza a posto, perché sarei sempre stato il primo rapper italiano ad aver prodotto la colonna sonora di una commedia italiana di alto livello. Confrontarsi con registi, montatori e fonici, tutti miti del cinema italiano, è stata un’esperienza molto formativa. Per non parlare della Mostra del Cinema di Venezia: il giorno della proiezione ufficiale insieme a noi c’erano altre 50 persone tra attori, maestranze, produttori eccetera. Noi pensavamo che, in quanto autori della colonna sonora, saremmo stati trattati come l’ultima ruota del carro. Invece ci sbagliavamo: dopo un po’, mentre noi aspettavamo defilati in un angolo cercando di avvistare il maggior numero possibile di star di Hollywood, ci hanno chiamato per chiederci di sfilare sul red carpet, con tanto di fotografi e fan. Dopo un’esperienza del genere, tutto il resto sembra una sagra di paese con gli amici! (ride)
B: Parliamo invece del tuo rapporto con la letteratura, visto che in questo album hai collaborato con la scrittrice italo-somala Cristina Ali Farah…

A: È un rapporto abbastanza complesso e particolare. Nella mia famiglia, mia madre ha fatto soltanto le scuole elementari e mio padre tuttora fatica a parlare l’italiano. In casa non ho mai visto nessuno leggere un libro e, se qualcuno mi invitava a farlo, era come se mi stesse chiedendo di fare i compiti, perciò respingevo in tronco l’idea. La prima volta che ho letto davvero è stato grazie alla mamma di mio figlio, Valentina Della Seta, che di professione fa la giornalista ed è figlia di Lucio Della Seta, famosissimo psicanalista italiano. Quando l’ho conosciuta, da un giorno all’altro mi sono ritrovato in una casa piena di libri in cui tutti non facevano altro che leggere: io volevo uscire e lei mi rispondeva di no, perché doveva assolutamente finire un romanzo… (ride) Un giorno ho scoperto per caso l’esistenza di L’opinione di Ice, un libro ignorantissimo scritto da Ice-T, e ho provato a leggerlo per curiosità: da lì non mi sono più fermato. Oggi faccio parte di un progetto del Servizio Biblioteche di Roma, con cui ogni anno diversi scrittori visitano i licei della città. È proprio così che ho conosciuto Cristina Ali Farah, perché secondo i responsabili di questo progetto le mie canzoni sono molto simili a quello che lei scrive nei suoi romanzi: ci hanno chiesto di unire le forze per alcuni di questi incontri. Casualmente i nostri figli frequentano la stessa scuola, perciò è nata una bella amicizia. La canzone in cui partecipa, La mia pelle, è una sorta di metafora che parla delle difficoltà degli italiani di origini straniere.
B: Tra tutte le canzoni dell’album spicca molto Inossidabile, il cui ritornello è una dichiarazione d’intenti un po’ in controtendenza rispetto al rap di oggi: “E ho già vinto/ per ogni giorno che ho del cibo nel piatto, siedo in tavola e mangio”…

A: Per me è una questione molto personale. Professionalmente ho vissuto dei periodi d’oro in passato, in cui guadagnavo molto bene, ero su tutti i giornali e finivo ad Mtv. In altri momenti, però, non mi vergogno di dire che facevo fatica a pagare l’affitto o anche semplicemente a fare la spesa. A differenza della maggior parte dei rapper io non ho una famiglia alle spalle che mi sostiene, né un altro lavoro: vivo della mia musica, contando solo sulle mie forze. Quindi ho imparato ad apprezzare anche le piccole cose. La mia massima aspirazione è quella di campare bene con la mia arte, di arrivare a fine mese tranquillo, non quella di diventare ricco e famoso. Come tutti, mi è capitato in passato di essere accecato dalla voglia di successo, cosa che mi ha portato a fare degli errori anche in ambito musicale. Ora per me le priorità sono altre.
B: A proposito di cose che ti differenziano dagli altri rapper, in una scena in cui imperversa il flow-fotocopia, il tuo è molto particolare, lento e scandito.

A: Tecnicamente cerco di non ispirarmi a nessuno: con il tempo ho preferito puntare tutto sulla comunicazione. In Uomo di prestigio c’era qualche trick metrico in più, ma crescendo ho deciso che il mio obbiettivo non era parlare solo a chi ascolta hip hop, ma a tutti, cosa che rendeva necessario l’essere il più chiaro possibile. Ho letto su molti forum che il mio flow sarebbe troppo semplice, ma secondo me è una considerazione un po’ stupida. Primo, perché oltreoceano esistono rapper incredibili che tecnicamente non sono poi così avanzati e preferiscono fare leva su quello che dicono, piuttosto che su come lo dicono (vedi ad esempio Nas). Secondo, perché non sono certo l’unico a fare scelte del genere: anche Fabri Fibra, che quando ha esordito era famoso per i suoi incastri pazzeschi, oggi ha rinunciato a tutti quei giochi di parole che gli ascoltatori hip hop tanto rimpiangono, proprio perché vuole essere compreso dal maggior numero possibile di persone. Io sono contento della mia scelta, anche perché in questo ho trovato un mio stile personale.
B: Tornando un attimo indietro nel tempo, tu hai iniziato con il Rome Zoo, che per chi ascoltava già hip hop negli anni ’90 era la crew romana per eccellenza. Com’è cambiata la scena della tua città, negli anni?

A: È cambiata tantissimo. Quando ho cominciato con il Rome Zoo, se praticavi in qualche modo una delle fantomatiche quattro discipline, automaticamente facevi parte di un collettivo. Non esisteva il rapper che faceva musica da solo, o che non aveva contatti con writer e breaker. L’hip hop in radio e in tv non c’era, perciò stare insieme era l’unico modo per conoscerlo. Il Rome Zoo, infatti, aveva esponenti di tutte le discipline, e ci teneva molto a creare un proprio stile che lo differenziasse rispetto alle altre città e alle altre crew. Gente come Sottotono o Bassi Maestro (che, ci tengo a dirlo, adesso considero amici e stimo tantissimo anche come artisti) li snobbavamo, perché li ritenevamo troppo americanizzati; noi rifiutavamo perfino di usare parole inglesi nei nostri testi… Eravamo talmente hardcore che non concepivamo neppure i pezzi con ritornelli cantati, per noi era impossibile. I Colle sono rimasti fedeli alla loro linea, senza mai scendere a compromessi, e per questo li ammiro; a me, però, quel tipo di realtà cominciava a stare stretta. A un certo punto ho preferito guardarmi intorno e vedere cosa c’era oltre ai confini della mia città, ma all’epoca quella scelta non è stata molto capita. Ricordo che quando ho registrato il mio primo pezzo con Inoki (non certo un rapper all’acqua di rose, quindi), molti l’avevano percepita come una decisione assurda. Idem quando ho registrato il disco con Mr. Phil, che è romano ma ha vissuto a lungo a Milano, collaborando spesso con artisti non proprio graditi alla nostra scena. Il distacco definitivo è arrivato quando ho firmato con la Virgin: il mio album era stato bollato come commerciale, nonostante secondo me non meritasse assolutamente quell’etichetta. Oggi, naturalmente, una situazione del genere non si riproporrebbe mai…
B: Non c’erano eccezioni alla regola?

A: L’esperienza della Prestigio Records per me è stata notevole. Era un’etichetta capitanata da E Money, un personaggio che ancora oggi non tutti conoscono: pioniere della scena romana, attivo fin dagli anni ’80 insieme a Crash Kid e Mc Giaime, a vent’anni si è trasferito in Canada. Tornava in Italia solo ogni tanto, e aveva fondato la Prestigio come crew, inizialmente, per tenersi in contatto con il movimento hip hop italiano. Era anche il suo modo di provare ad influenzare le tendenze qui, nella speranza di renderle un po’ più internazionali: il rap non poteva essere solo carbonara e vino, secondo lui. Per me era un mito, e il suo era un approccio davvero costruttivo. A volte ho un po’ di nostalgia per quel senso di collettività che c’era ai tempi: oggi ciascuno è più isolato, fa musica solo per se stesso, non presta attenzione alla storia e agli altri. Mi dà fastidio quando incontrando i ragazzi di oggi mi rendo conto che non conoscono personaggi che hanno fondato un’intera scena, e non sono neanche interessati a colmare questa lacuna. L’hip hop di oggi sta crescendo un pubblico senza cultura, a quanto pare.
B: Progetti futuri?

A: Il più importante è quello di dedicarmi alla mia etichetta discografica: non voglio appendere il microfono al chiodo, ma senz’altro dopo questo disco mi concentrerò soprattutto sul ruolo di produttore artistico. Voglio in qualche modo mettermi da parte, perché penso che, se tu per primo fai la star, è ancora più difficile far emergere un’altra star nella giusta maniera. Non smetterò mai di rappare, ma voglio tornare a fare musica per divertirmi, per il gusto di entrare in studio e scrivere rime, senza l’ansia del feedback o delle visualizzazioni. Una pratica tutta italiana, tra l’altro, basti pensare che ci sono rapper americani che hanno un quarto delle visualizzazioni di alcuni rapper italiani e nessuno se ne preoccupa…

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