Alla fine del suo primo tempo, Egreen non si riposa

by • 04/03/2020 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Alla fine del suo primo tempo, Egreen non si riposa751

Nel grande campionato del rap italiano ogni giocatore è chiamato a scendere in campo, a puntare su sé stesso e – per alcuni – a schierarsi dentro squadre preimpostate in difesa di valori, anti-valori e stili. C’è chi fa numeri di prestigio, chi pur rimanendo nel suo riesce sempre a vincere e chi, pur cambiando bandiera, rimarrà per sempre fedele nei suoi confronti. La carriera di Egreen, protagonista fisso dell’underground per molti anni, arriva con questo suo ultimo disco ad un punto di non ritorno: è finito infatti il primo tempo della sua partita, però a fischiare è lui stesso. Ma poteva veramente permettersi tutto ciò? In un mondo in cui, come si afferma sempre più spesso, i rapper sono i nuovi calciatori, è strano pensare che un’artista non debba avere l’arroganza di fare di testa propria, ancora di più nel mondo apparentemente compatto dell’industria indipendente. Egreen cerca perciò di sovvertire le regole dall’interno, perché stanco di rispettarle: in questo passaggio, in cui trova anche la firma per Sony, riesce a non soccombere a nuove dinamiche, malgrado la situazione potesse lasciarlo presagire. I pregiudizi che avevano colpito alcuni dei suoi fan più “integralisti”, alla fine sono risultati inutili e infondati.

Di tutto quello che si poteva pensare circa questo cambiamento, l’aspetto che resta il più importante è lo stesso dal quale si distacca, il rap. Il disco lo ama ma un po’ lo odia allo stesso tempo, perché ciò per cui ha pochi rivali in Italia poteva rappresentare un ostacolo nella sua libertà. È un paradosso, forse il più grande, che si porta dietro un lavoro del genere, che in realtà ha le rime e i versi ancora radicalmente al centro di tutto: già dai primi versi canta “disco nuovo, nuove barre, sono la differenza tra dirle e farle”. Le fondamenta del suo stile restano tanto forti che a cambiare in realtà è solo il contesto ideologico, con il rifiuto di farsi portabandiera di un underground che lo stava logorando e con una presa di posizione proprio contro una parte di esso. Sta sputando nel piatto in cui ha mangiato per tutta la sua carriera? Si è venduto ai poteri forti delle major? Beh, no. Scherzi a parte, questa scelta è così forte che non sarebbe stato giusto archiviarla in poche rime, per questo nel disco è a più riprese argomento di versi inequivocabili: “l’hip hop mi ha rotto la minchia, mi deve indietro vent’anni”, ecco una barra così non lascia molto spazio alla libera interpretazione. Stanco delle crociate per svilire i ragazzi che hanno colonizzato il mercato e con la voglia di sperimentare, di evolversi, di misurarsi, Egreen supera le barriere che per certi versi si era imposto da solo, restando quindi vero per sé stesso come pochi riuscirebbero.

Fare rap non è obbligatorio lo pensa ancora, ma ha capito che non è nemmeno obbligatorio attaccare chi cerca di approcciarsi a questa musica in maniera diversa. Il disco è pervaso da una potenza lirica che come un fiume in piena ne ha per tutti, a volte semplicemente per dimostrare la sua cifra stilistica – componente che resta e dovrebbe restare sacrosanta -, altre volte perché stanco per davvero, con “strofe ancora crude” ma “cuore da bambino”. Tutto questo con la solita fotta invidiabile, con le classiche rime che ti fanno saltare dalla sedia e, infondo, con la stessa attitudine che gli ha regalato lo status di cui è in parte stanco. 

Anche se l’attenzione del pubblico è stata monopolizzata da questi cambiamenti, già prima della sua uscita, in Fine primo tempo troviamo molto altro. Ci troviamo un uomo che forse per la prima volta confessa che “per paura di sbagliare è caduto più volte”, che spezza con tutta la sua rabbia le catene che lo hanno tenuto legato. Ci troviamo una mente lucida, fiera fino in fondo delle sue scelte, forse per la prima volta, scelte talvolta anche più profonde di “banali” preferenze musicali: ha le idee chiare. Si percepisce come il suo sia un rap adulto vissuto come un compito, una sorta di dovere per sé stesso. Nell’infinita guerra interiore incentivata da questioni personali, che già in passato avevamo trovato in tracce come Il Grande Freddo o 26 DicembreEgreen trova tutta la rabbia delle sue rime, dalle punchline più pungenti ai versi più introspettivi. Da questo nascono tracce più riflessive e biografiche, Le Cose e Massimo, o l’ipnotica Cronache Da Babilonia, con un’interessante produzione minimale di MCMXC. Da questo nascono probabilmente anche i featuring, tutti inediti per la sua carriera, che attraversano in maniera trasversale età e stili: troviamo infatti Vaz TèAxosHighsnob Dium, nomi con caratteristiche molto diverse ma accomunati da un certo liricismo o comunque da stili che non passano inosservati.

Il vero punto di svolta, oltre alle vie inedite intraprese in alcuni ritornelli e bridge, verte tutto sull’aspetto strettamente musicale: le stesse strofe che continua a sputare con tanta rabbia avrebbero potuto tranquillamente cavalcare ogni stile del genere. Qui però a dominare il tutto ci sono generalmente gli 808 e i clap, un suono quindi più in linea con le tendenze del momento ma con spunti particolari. Per questa svolta si è affidato alle mani sapienti di colleghi produttori con esperienze differenti tra di loro, che hanno saputo capire il suo viaggio, rendendo fresco un prodotto del genere, con influenze che rimandano ad altre realtà, su tutte la grime inglese. Per alcuni potrebbe essere sintomo di un’eccessiva semplificazione stilistica, anche in virtù di eventuali vincoli contrattuali, ma in realtà è stato il mezzo più naturale per ribadire forte e chiaro un cambio di rotta, un abbraccio a nuovi stili che da ascoltatore lo interessano ormai da tempo e che quindi, al momento, più lo rispecchiano. La pubblicazione sotto major è quindi solo un surplus, dato che il disco da indipendente suonerebbe uguale, avendolo tra l’altro portato a termine prima della firma. 

Tutto questo è in breve una parte di Fine Primo Tempo, per Egreen la fine di un’era e l’inizio di un’altra, con la voglia di rinnovarsi continuamente. Se, come nel ritornello di Ho Sbagliato, afferma di aver “sbagliato tante cose”, tra queste sicuramente non rientra questo disco, che lo riconferma ancora una volta come uno dei pesi massimi di questa roba. Ora non resta che aspettare il fischio di Egreen e vedere come inizierà il suo secondo tempo, godendoci l’attesa ascoltando un disco pieno zeppo di rime che ha molto da insegnare sia ai “soldati della doppia” che ai sedicenti rapper. 

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