Alien Army: l’intervista

by • 27/02/2015 • Copertina, IntervisteComments (0)969

alien army a babylon

Quello che fa Alien Army ai giradischi potrebbe essere classificato sotto il nome di magia o voodoo: sono incantatori di puntine, domatori di fader, acrobati della loop station. Difficile per noi comuni mortali trovare una spiegazione per i loro superpoteri – una che non contempli l’intervento di un’entità soprannaturale o di un’astronave madre marziana, ovviamente – ma i diretti interessati ci tengono a sottolineare che si tratta di una combinazione di ore e ore di allenamento quotidiano e di una rigorosa selezione dei membri della crew, a cui hanno accesso solo i migliori turntablist del mondo. Mezz’ora prima di quest’intervista assistevamo al loro live negli studi di Rai Radio2, andato in onda a Babylon (lo recuperate in podcast da qui) e la convinzione di essere davanti a qualcosa di assolutamente unico nel suo genere si rafforzava. L’occasione della visita, infatti, era la presentazione del loro nuovo album The Difference, che esce dopo più di un decennio di attesa dal precedente The End e in cui di fatto i nostri eroi usano gli scratch come una jazz band userebbe la sezione ritmica, Ascoltare le loro nuove canzoni su disco è sorprendente, ma vederli all’opera dal vivo è quasi incredibile. E a differenza di quanto ogni tanto accadeva in passato, si tratta di un progetto talmente musicale e ricco di sfumature che può essere apprezzato al 100% anche da chi non si interessa di turntablism e/o ha smesso di frequentare le gare perché si annoia a sentire ore e ore di routine sempre uguali. Abbiamo approfittato della pazienza di dj Skizo, Mandrake e dj 2p per approfondire un pezzo di Storia dell’hip hop italiano.

Blumi: Com’è nata la crew Alien Army?

dj Skizo: È nata nel 1996. In quel periodo i dj italiani lavoravano ciascuno per conto proprio, cercando di progredire tecnicamente da soli: Internet era solo un concetto vago e gli scambi tra di noi erano pochissimi. Quel giorno io e dj Stile, uno dei nostri storici compagni di viaggio, eravamo a Roma e io ebbi una sorta di illuminazione: gli dissi che avremmo dovuto fondare una crew, ma il giorno dopo ero in partenza per l’Australia, perciò in quel momento per me era più che altro un’idea, non pensavo di concretizzarla. Durante il volo, però, non riuscivo a pensare ad altro, così al mio ritorno mi decisi: mi misi a cercare tutti i dj più forti in circolazione e da allora è nato questo ensemble che sopravvive ancora oggi e che finora ha ottenuto il maggior numero di risultati, traguardi e riconoscimenti mai conseguiti da un collettivo di turntablism nel mondo.

B: In effetti la vostra bacheca dei trofei è impressionante…

d.S.: Da sempre ci teniamo ad avere i più forti in squadra con noi, e la tradizione continua: ogni volta che incontriamo una persona umanamente e professionalmente degna, cerchiamo di capire se è possibile prenderlo con noi. Tra di noi ci sono molti campioni e vicecampioni italiani, europei, mondiali. Per me è sempre stato molto importante distinguerci a livello di competizioni, perché rappresentiamo un disegno più grande, quello dell’hip hop nel suo complesso, ed è giusto e importante che la voce di Alien Army risuoni il più forte possibile in modo che la gente ci ascolti attentamente.

B: Ecco, a proposito: con che criteri selezionate le vostre nuove leve?

d.S: In maniera molto meritocratica. Scegliamo persone forti nello scratch, ma soprattutto persone che abbiano anche un approccio musicale al turntablism: come in tutti gli strumenti musicali, per suonare esistono diversi stili e noi cerchiamo di mantenere omogeneo il nostro. Inoltre è anche importante che siano persone con cui possiamo andare d’accordo, perché una volta entrati nella crew ci si divide oneri e onori e quindi è fondamentale essere sulla stessa lunghezza d’onda. Ultimo ma non ultimo, guardiamo molto ai risultati: chi fa parte di un ensemble come il nostro non può sedersi sugli allori e tirare a campare, deve portare a casa qualcosa di concreto. È un processo molto lento, comunque: abbiamo bisogno di molto tempo per capire se un candidato può effettivamente entrare a far parte della nostra famiglia.

B: Dj 2p e Mandrake, voi siete stati proprio tra i candidati poi arruolati dalla crew. Come avete vissuto l’ingresso in una squadra così prestigiosa?

dj 2p: Mi sono avvicinato a Skizo, Tayone e alle altre figure di riferimento dello scratch italiano nel 2006 e con loro ho vissuto le mie prime esperienze live importanti: fu proprio Skizo a portarmi alla mia prima gara di turntablism nel 2007 – dove tra l’altro io e Mandrake ci scontrammo – e fu sempre lui a portarmi per la prima volta con sé in tour per Broken Dreams. Con lui ho potuto fare una gavetta incredibile, che è cominciata quando avevo appena 19 anni. Negli anni musicalmente ogni tanto abbiamo preso delle strade diverse, ma ci siamo sempre sentiti e visti spesso, anche per fare musica e per allenarci. Anche io, come diceva Skizo, ci ho messo parecchio ad entrare a far parte della crew come membro effettivo. Quando mi ha chiamato per coinvolgermi nella lavorazione di questo nuovo album ero felicissimo: per me, che sono cresciuto con Alien Army nelle cuffie, è stata la consacrazione di un percorso.

d.S.: Forse lui è quello che ci ha messo più di tutti a entrare! (ridono tutti, ndr)

Mandrake: Per me Alien Army è stato un traguardo importante nella mia carriera. Anche io sono cresciuto con la loro musica, e entrare è stato un bel botto. Ho conosciuto Skizo e gli altri durante le varie competizioni a cui ho partecipato, e sdopo aver vinto il mondiale nel 2010 sono stato invitato alla reunion della crew, dove mi è stata fatta la proposta ufficiale, che ovviamente ho accettato con gran gioia.

d.S.: È un processo di ricerca infinito, comunque: io sono da sempre in contatto con un sottobosco di persone che si ispirano al nostro lavoro, e cerco di tenere d’occhio la loro evoluzione per captare i futuri Alien Army. E lì fuori ce ne sono già un bel po’, sappiatelo. Stiamo solo aspettando che maturino! Ogni anno, più o meno, ne mettiamo in prova uno, e grazie a Dio finora quelli che poi abbiamo preso con noi non ci hanno mai deluso: ognuno di loro ha dato un grosso apporto al collettivo.

B: Restando in tema, come vedete la scena italiana di turntablism attualmente? Vista dall’esterno sembra un po’ meno vitale e popolata, rispetto a qualche anno fa…

d.S: È una questione ciclica, in realtà: ci sono sempre periodi di tracollo globale e periodi di picco. All’estero stiamo vivendo un momento di ritorno del turntablism, con grande interesse da parte dei producer, dei media e degli sponsor, mentre in Italia in questo momento siamo in una situazione di calma. A livello di eccellenze, però, posso dirti con certezza che ancora oggi l’Italia ne sforna tantissime, tanto che siamo considerati un po’ una spina nel fianco dalle nazioni che devono gareggiare contro di noi. La scuola italiana è una delle più considerate, insieme a Francia e America.

dj 2p: Il calo di attenzione, comunque, è più relativo alle gare che al turntablism in sé, credo. Forse anche a causa delle battle che ora si fanno spesso online, con una webcam, cosa che penalizza la scena perché fondamentalmente ciascuno resta chiuso nella sua stanza: ai nostri tempi, invece, l’ansia da palcoscenico e il tifo della folla ti motivavano a dare sempre il meglio per vincere. Alle mie gare più importanti non era raro avere davanti migliaia di persone, ed era un’emozione pazzesca. Intendiamoci, la diffusione del turntablism via web è comunque una buona cosa, ma secondo me non ti fa crescere quanto l’impatto col pubblico. La tecnica è importante, ma per un dj avere le capacità di gestire un live e di creare un contatto con chi ti ascolta è ancora più importante. Una cosa che mi piace molto di Mandrake, ad esempio, è che durante le sue routine alza spesso la testa dai piatti per avere un contatto visivo con la gente: è parte dello show, insomma.

d.S.: Negli anni passati, oltretutto, il dj era una componente fondamentale del live rap: era necessaria al 100% sul palco per realizzare appieno questo grande disegno che chiamiamo hip hop. In questo momento, invece, sui palchi più importanti è raro trovare dj che ricoprano un ruolo centrale. Molti di loro sono lì per fare scenografia, per quello che servono potrebbero anche limitarsi a schiacciare il tasto play e poi andarsene a casa. Anche per questo oggi sembra che ci sia un po’ meno attenzione sul turntablism: una volta i riflettori erano puntati anche su di lui, oggi molto meno.

B: Parliamo del vostro album, The difference. Il precedente era uscito ben dodici anni fa, nel 2003: perché aspettare così tanto?

d.S.: La verità è un po’ scomoda: l’album si intitolava The End perché voleva essere il nostro capitolo conclusivo. Rappresentava una vera e propria dichiarazione di cessazione dell’attività della crew. Negli anni a seguire, però, abbiamo sentito la necessità di ritrovarci, ma per fare qualcosa di diverso, di architettato in maniera organica, e così è nata l’idea di tornare al lavoro su un nuovo progetto. Il nucleo storico di Alien Army rimane – io, Gruff, Tayone, Inesha, anche se anni fa è uscito dal gruppo – e rimane la volontà di dichiarare che quel periodo è morto: siamo voluti rinascere dalle nostre ceneri, con concetti più freschi e l’apporto di altre persone che hanno iniettato nuova linfa vitale in materia di gusto e stile.

B: E in effetti la differenza con i vostri precedenti lavori si sente: si tratta di un album estremamente musicale, apprezzabile anche da orecchie meno avvezze all’hip hop d’avanguardia che avete sempre rappresentato…

d.S.: Un tempo eravamo molto ermetici, in effetti: non ci interessava farci capire, ci interessava solo essere soddisfatti del nostro lavoro. The Difference, invece, scorre in maniera molto piacevole, tant’è che finisci per non accorgerti che sono due ore fitte di musica.

dj 2p: Sicuramente ci sono alcune tracce più basate sull’atmosfera e gli arrangiamenti musicali, e altre tracce invece più virtuose in termini di scratch. Il cuore pulsante dell’album è sicuramente rappresentato da Mandrake e Skizo, che hanno seguito il progetto nella sua interezza, mentre lo scheletro di ogni traccia è stato gestito di volta in volta da una persona diversa e arricchito da tutti gli altri.

M: E infatti gli ospiti di quest’album sono tantissimi: dj Hood dalla Corea del sud, il mitico Woody e dj Rasp dall’Inghilterra, buona parte della crew Handroidz da Los Angeles (tra cui dj IQ, due volte campione del mondo e uno dei più forti in circolazione), A.S.K. dall’Australia, ITFW che è il nuovo campione del mondo DMC, Odillon dal Belgio che è all’avanguardia con una nuova applicazione che aiuta tantissimo nell’allenamento, i looper…

d.S.: Insomma, tutto il mondo ha in qualche modo contribuito alla realizzazione di quest’album. Senza contare i musicisti veri e propri che hanno collaborato: citiamo Antonio Tarantino su tutti, parte dello Shengen Clan di Alborosie, che ci ha dato molti consigli strutturali e armonici, oltre a cantare e suonare.

M: Citerei anche Kemar, anche lui background singer di Alborosie. E poi, ciliegina sulla torta, c’è la questione Swami…

d.S.: Tha Swami scratch è uno storico 12 pollici di electro californiano ad opera di Juan Gibson, ed è considerato il primo disco di scratch mai uscito in America (nel 1984, ndr). Abbiamo chiesto a Gibson se avesse voglia di darci una sua produzione per il disco, perché volevamo fargli un degno tributo in quanto pioniere dello scratch, e lui ci ha voluto fare questo regalo che ci ha reso immensamente felici. Insomma, questa è la complessa architettura umana che ha costruito il progetto: non a caso ci abbiamo messo tre anni a completare l’album. Considera che in passato non ci piaceva affatto l’idea che qualcun altro rimettesse mano alla nostra musica, tutto iniziava con noi e finiva con noi, mentre The difference è stato realizzato a più mani, con un processo molto collaborativo e molti passaggi di materiale tra un musicista e l’altro. Volevamo regalare alla gente un prodotto ricco, che contrastasse con la povertà sonora che va per la maggiore oggi.

B: Per molti infatti la vostra è stata una svolta inaspettata, a cominciare dalla copertina che è molto particolare e insolita rispetto alle grafiche che tendiamo ad associare ad Alien Army…

M: Dovevamo trovare un’idea, e quasi per scherzo ci venne in mente di cercare su Google le più brutte copertine di dischi di sempre.

d.S.: Ne trovammo una, a cui ci siamo poi ispirati, che era stata eletta la peggior copertina in assoluto degli anni ’70, due levrieri con una parrucca. Abbiamo deciso di ridurre il cane a uno – ma doveva essere particolarmente disagiato – e di trasformarla nella miglior copertina di sempre!

dj 2p: Beh, sicuramente è un’immagine che resta impressa. Non te l’aspetti da noi, e in effetti se devo essere sincero non me l’aspettavo neanch’io! (ride)

d.S.: Ci siamo detti: “Noi dobbiamo essere associati a questo cane”! (ride) Il progetto grafico è stato realizzato da Francesco Paura: il bulldog della foto è suo.

B: Cambiando per un attimo argomento: nel mondo dello scratch esistono ancora le forti rivalità tra avversari che c’erano una volta, come quella storica tra voi e Men In Skratch? Questa in particolare presumo di no, perché ho visto molti membri dei MIS complimentarsi per l’album e augurarvi buona fortuna via Twitter e Facebook…

d.S.: La rivalità contro MIS all’epoca era estrema, noi la vivevamo davvero tanto. Se salivamo sul palco e c’erano anche loro, era per batterli. Nell’arco degli anni, però, abbiamo cominciato a dare importanza più ai bei momenti di competizione passati insieme che a tutto il resto, perciò mi hanno fatto molto piacere le congratulazioni di Yaner e Franky B. Con Myke non c’è mai stato un buon rapporto, a livello umano, e credo che la cosa non cambierà mai… (ride) Ma comunque lo rispetto senz’altro per tutto il lavoro che ha fatto.

dj 2p: Ovviamente non entro nel merito della rivalità con i Men In Skratch perché ai tempi io non c’ero, ma posso parlarti di come ho vissuto io il clima di competizione quando gareggiavo. Sembrava tutto bellissimo, all’apparenza eravamo tutti amici, però sotto sotto era guerra. Ad esempio in finale finivo sempre per scontrarmi con Drugo (che oggi fa soprattutto il produttore): magari passavamo tutto il pomeriggio prima della gara nell’area relax del locale a scratchare insieme per allenarci, ridendo e scherzando, però poi quando arrivavamo davanti ai piatti non finiva mai a tarallucci e vino, non c’era mai un momento di distensione sul genere “Non importa chi dei due arriva primo, in fondo siamo amici”: io volevo batterlo, punto. E lui voleva battere me. Sei lì per vincere, non per partecipare.

d.S.: La rivalità è parte integrante del turntablism. Anzi, pochi lo sanno, ma perfino tra i singoli membri di Alien Army la rivalità era pazzesca, all’epoca. Le discussioni principali nascevano quando qualcuno faceva qualcosa di simile a un altro. Spegnevamo il giradischi e ci mettevamo a litigare: “Non ci provare, non puoi fare quello che faccio io, trova un modo tuo”… Si arrivava a momenti di tensione incredibile! (ridono tutti, ndr) Tra me e Zak è sempre stata sfida aperta. E anche tra dj Stile e chiunque altro di noi. Leggendario fu l’incontro tra Tayone e Stile: Tay era appena entrato nella crew, glielo presentammo, lui gli strinse la mano, lo trascinò ai piatti e gli disse “Adesso basta parlare, vediamo chi è il più forte!”. E dire che Tayone è sempre stato il meno competitivo, tra di noi: ride e scherza con tutti, è un tranquillone.

dj 2p: Lo stile personale è un po’ la firma del dj, e per noi è molto riconoscibile. Ho ascoltato Orgasmi meccanici talmente tante volte, per dire, che so perfettamente chi fa cosa e perché. Un po’ meno in The End, forse…

d.S: Perché per The End decidemmo di dividerci in nuclei: io e Inesha, Zak e Tayone, e infine Metz che faceva storia a sé. E anche in questo caso, tra i diversi nuclei c’era una grande rivalità! (ride) Ma era molto costruttiva. Quando finivamo di allenarci c’erano dei bei momenti di condivisione: cucinavamo e poi ci guardavamo un sacco di videocassette di scratch. Eravamo anche in fissa con un film che ci riguardavamo a ripetizione, Liquid sky. Non vi dico neanche di cosa parla, ma andatevelo a cercare, lo consiglio a tutti…

M: Ecco, magari voi che a differenza nostra siete persone normali guardatelo una volta sola, perché di più è dura… (ridono tutti, ndr)

d.S.: Sotto uso di stupefacenti si può guardare anche più volte, credetemi! Scherzi a parte, insomma, una volta spenti i piatti tornavamo ad essere grandi amici, fino allo scontro successivo. O ai momenti di autocritica, tipo quando uno di noi sbagliava un passaggio in uno show: nessuno te la faceva passare liscia, ti facevano una testa così. Ne andava del prestigio della squadra!

B: Visto che stiamo parlando dei vostri storici – e ormai spesso introvabili – album, una domanda potenzialmente in tema: in questo periodo c’è un boom di ristampe di capolavori dell’hip hop italiano anni ’90. Skizo, cosa pensi di questo fenomeno (che spesso tra l’altro implica che il disco venga ristampato dal discografico proprietario del master, ma senza l’autorizzazione dell’artista che l’ha creato)?

d.S.: Non voglio entrare nel merito delle singole questioni: se qualcuno si muove per ristampare un disco, è evidente che lo fa perché legalmente ha il diritto di farlo. Io, comunque, ho una mia precisa visione sulla questione: magari in futuro anch’io ristamperò alcuni miei lavori, ma non voglio legare la mia vita artistica a questo, perché significherebbe che sono alla frutta. Non mi piacerebbe l’idea di non fare un disco per dieci anni e nel frattempo tirare a campare con ciò che ho prodotto nei miei giorni di gloria, tipo pensionato. Preferisco impiegare il mio tempo a produrre 29 nuove canzoni, come in The difference, finché ho la forza di farlo.

M: Comunque ora, dopo che abbiamo tirato fuori un disco di spessore, non ci sarebbe niente di male a ristampare The End o Orgasmi Meccanici: una volta dimostrato quello che dovevamo dimostrare nel presente, tornare a guardare al passato è una bella cosa.

dj 2p: Però secondo tutti noi è un discorso che ha senso solo dopo aver tirato fuori qualcosa di nuovo e tangibile.

d.S.: Aggiungo anche che attualmente il mercato delle ristampe è in mano ad etichette che storicamente non hanno niente a che vedere con l’hip hop, il cui unico scopo è avere un tornaconto commerciale. Il che non è incoraggiante.

B: Progetti futuri?

d.S.: Abbiamo già realizzato alcuni inediti che usciranno in esclusiva per alcune riviste più avanti nel corso dell’anno. E continueremo a sfornare nuova musica, soprattutto in free download per i prossimi mesi, con il piccolo grande obbiettivo di realizzare un brano con i top dj di ogni Paese estero che conosciamo. Oltre a questo abbiamo un EP di remix che è praticamente già pronto, in cui sono presenti realtà anche molto distanti da noi: Zizzed dei Reset!, Blatta e diversi altri.

M: Stiamo anche preparando un remix contest per dare la possibilità ai ragazzi più talentuosi di entrare in contatto con il mondo Alien Army: il brano che vincerà entrerà a far parte di questo EP. Il che secondo noi è davvero tanta roba: di solito se vinci un remix contest al massimo ti arriva in regalo una copia del cd a casa…

d.S.: A parte questo, ovviamente il nostro obbiettivo a lungo termine è suonare in giro. E per me personalmente anche continuare a provare, ad allenarmi, a cercare quel sound e quella tecnica che inseguo da tutta la vita. Spero ancora di svegliarmi una mattina e di avere l’illuminazione come per magia, ma non è ancora successo! (ride) Anche se siamo convinti di avere fatto un piccolo passo avanti, con The difference.

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