Alicia Keys è qui (con un album che non ti aspetti)

by • 07/11/2016 • Copertina, Multimedia, RecensioniCommenti disabilitati su Alicia Keys è qui (con un album che non ti aspetti)296

Che per Alicia Keys questo sarebbe stato un album molto particolare lo si era capito già qualche mese fa, quando erano cominciate a filtrare le prime indiscrezioni sul progetto: il suono dei primi due estratti, In Common e Hallelujah, non assomigliava per niente a quello a cui ci aveva abituato né nel suo periodo piano & I né in quello più hip hop-soul che è seguito al matrimonio con Swizz Beatz. Anche la sua immagine sembrava cambiata, con quell’ostinato rifiuto di truccarsi e pettinarsi riassunto nella creazione del cosiddetto No Make-Up Movement. Molti lo hanno scambiato per una semplice trovata pubblicitaria, alla stregua della creazione di una nuova linea di rossetti ma all’inverso: difficile dire se sarà una scelta destinata a durare, ma in ogni caso si è parlato più di questo che del cambio di rotta musicale di Alicia (anche perché lei ha mantenuto un alone di mistero così fitto su questo disco che fino a qualche mese fa era addirittura vietato parlarne nelle interviste).

Ora che Here è uscito, possiamo dire con certezza che le sorprese non finiscono qui: quelli che appunto erano stati identificati come i primi due singoli, i già citati In Common e Hallelujah, sono stati relegati in fondo alla scaletta e etichettati come bonus track, e le sonorità dell’album sono ulteriormente diverse dalle nuove aspettative che ci eravamo fatti. Per buona parte della tracklist si tratta di un disco molto nudo, spoglio, essenziale, apparentemente poco prodotto e molto istintivo (solo apparentemente, però, perché ogni traccia conta almeno quattro o cinque producer, compresi Alicia e il marito Swizz). Pochi strumenti e sapientemente dosati, per far risaltare di più la sua voce e il messaggio, che per la prima volta ha un filo conduttore che percorre tutte le canzoni, ovvero la sua consapevolezza di donna che è aumentata crescendo e facendo esperienza. Il tutto è condito da numerosi skit e interludi parlati, con il contributo di amici e colleghi, che servono a spiegare meglio il contesto o a dare dettagli in più sulla chiave di lettura di ogni brano.

Il disco parte dalle sue radici urbane, quelle di una ragazzina nera cresciuta da una mamma bianca e single in un monolocale a Hell’s Kitchen, New York: The Gospel, la traccia di apertura, racconta la storia di Alicia Keys e di tutte quelle come lei. “I said we’re all God’s children, products of the ghetto/ mama cooked the soup, daddy did the yelling/ uncle was a drunk, cousin was a felon/ and when he got pinched he told them he was tellin” (Dico che siamo tutti figli di Dio, prodotti del ghetto/ mamma cucinava la zuppa, papà pensava ad urlare/ lo zio era un ubriacone, il cugino era un pregiudicato/ e quando è stato beccato ha detto che se lo sentiva). Anche Pawn it all in qualche modo prosegue il discorso mettendo al centro della metafora un luogo molto familiare a chi è cresciuto nel ghetto, il banco dei pegni, così come She don’t really care, che racconta le difficoltà di trovare un uomo decente e affidabile se casa tua è un certo tipo di quartiere di New York. L’apoteosi del suo percorso di risveglio, però, arriva con 1 Luv, che sembrerebbe una vera e propria lettera d’amore alla musica e all’hip hop (tant’è che il ritornello prende in prestito One Love di Nas, e il diretto interessato è anche presente in uno degli skit): “All along I ignored what I always known/ That the chair I been sittin’ on is a throne/ perfection kneels at the seat of my soul/ tell the truth, it can get no better/ swear to life, it can’t get no better/ by the way, I’ve been meaning to thank ya” (Per tutto questo tempo ho ignorato ciò che ho sempre saputo/ che la sedia su cui sono seduta è un trono/ la perfezione si inginocchia al cospetto della mia anima/ di’ la verità, non può andare meglio di così/ giuro sulla mia vita, non può andare meglio di così/ e tra l’altro, avrei sempre voluto dirti grazie). Tra l’altro non è la prima volta che rifà un pezzo di Nas: andate a recuperarvi Streets of New York ft. Nas e Rakim, contenuta nel mixtape del 2003 Keys to the city, che non è nient’altro che la sua versione di NY State of Mind.

Tra i pochi exploit davvero pop (pochissimi, di quest’album si può dire che non esistano singoli radiofonici e finora è uscito un solo video, quello di In common) si nascondono argomenti che ad Alicia Keys stanno molto a cuore: è il caso di Blended family (what you do for love), uno dei rarissimi casi di dichiarazione d’amore rivolta ai figli nati dai precedenti matrimoni del proprio compagno, o di Girl can’t be herself, in cui si affronta di nuovo il tema dell’immagine e del trucco, o ancora di Holy War, che parla del perbenismo di una società in cui il sesso è considerato osceno ma la guerra è santa. Non manca anche un accenno al tema LGBT con Where do we begin now. In molte interviste, la diretta interessata ha ribadito a più riprese che questa è la musica più onesta che abbia mai pubblicato. Tutti i suoi album sono molto onesti, in realtà, perché riflettono momenti diversi della sua vita e della sua storia, ma nel caso di Here è impossibile non essere d’accordo con lei. È un progetto complicato, non si digerisce in un solo ascolto e sicuramente non verrà capito da tutti, anche per l’assenza di una strategia commerciale che possa supportarlo (e infatti le proiezioni dicono che nella prima settimana si venderanno non più di 43.000 copie, meno della metà di quelle che di solito vende un qualsiasi disco di Alicia Keys), ma non per questo va sottovalutato, anzi. È raro trovare un album soul che non si concentra sulle sterili canzoncine d’amore ma va più in profondità su temi più importanti, e quelle rare volte ne escono fuori capolavori come What’s going on di Marvin Gaye o Pieces of a man di Gil Scott-Heron: già solo questo dettaglio dovrebbe fare riflettere.

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