Alborosie: l’intervista

by • 29/11/2013 • Copertina, IntervisteComments (0)863

Alborosie è da anni una presenza fissa sulle pagine di Hotmc, nonché nei cuori di tutti gli amanti della musica in levare. Ma visto che stasera il suo tour – che celebra il ventennale della sua carriera – toccherà Marghera con l’unica tappa italiana, ne abbiamo approfittato per scambiare nuovamente due parole con lui. La chiacchierata in questione ha avuto luogo via Skype, qualche giorno prima della sua partenza per l’Europa.

Blumi: Con quest’album, Sound the system, festeggi vent’anni di carriera, in cui ti sei tolto tutte le soddisfazioni che un musicista potrebbe sognare nella vita. Quali sono i tuoi auspici per i prossimi vent’anni?

Alborosie: La cosa più interessante di questi vent’anni è stata sicuramente il percorso: c’è un famoso detto che invita a non puntare dritti all’arrivo, ma a godersi il viaggio in sé, anche perché quando arrivi ti tocca metterti in gioco, subire la pressione degli altri, mantenere certi standard qualitativi o soddisfare le aspettative di tutti. Un esempio stupido: quando fai un pezzo di successo, tutti si aspettano che quello successivo sia una hit. E tutto questo è davvero il nemico numero uno, per un artista. Io, nella mia vita, ho deciso di cercare in tutti i modi di sopprimere l’ego e fregarmene: sono come una barca a vela che si lascia trasportare dal vento. So che c’è un disegno più grande che ci muove tutti: il mio destino è già scritto e determinato, io devo semplicemente limitarmi a seguire l’onda. Ragion per cui, per i prossimi vent’anni di carriera non ho assolutamente programmi: mi alzo la mattina e compongo musica perché è una mia necessità, una vera e propria esigenza. Se grazie a questo sarò destinato a fare qualcosa di più grande, ben venga; in caso contrario, fa niente, sono contento così.

B: Come tutti sanno, nel 2000 hai lasciato l’Italia per trasferirti in Giamaica. Ad oggi, secondo te, è possibile fare reggae con standard alti come i tuoi anche restando in Europa, o è “obbligatorio” essere lì dove tutto è nato?

A: Assolutamente sì, è possibile, tanto che i giamaicani spesso sono un po’ scocciati dal fatto che esistano ormai diverse realtà europee a livello altissimo, pari al loro. Qui c’è un dibattito quasi quotidiano sull’argomento, perché sono molto gelosi della loro musica e delle loro radici. Vedere un europeo che si cimenta con un genere musicale che hanno inventato loro è un po’ come per un napoletano vedere un afroamericano che si dà all’opera lirica: una sofferenza. Sono un tantino amareggiati nel vedere che la Giamaica ha perso la sua centralità nel mondo della musica in levare. Il fatto è che la musica non appartiene a nessuno, quindi è un ragionamento sbagliato in partenza…

B: E, sempre restando più o meno in argomento, secondo te è possibile fare reggae senza aderire perlomeno ai principi della religione rastafari?

A: Certo, è possibile, più che altro perché ci sono una miriade di gruppi che lo fanno. Così come ci sono moltissimi musicisti gospel che non vivono secondo i principi del Vangelo, anzi, magari si comportano all’opposto: c’è chi si limita a calarsi nella parte, ma senza crederci davvero. Io ovviamente sono contrario: la mia adesione al reggae è totale, sia dal punto di vista del messaggio che da quello della livity, ovvero di come vivo la mia vita, tanto che sono venuto a stare in Giamaica per abbracciare totalmente questa cultura. Ci sono tantissime band, però, che senz’altro non sposano il mio stesso stile di vita.

B: A proposito di Giamaica, dalle vostre parti l’industria musicale è davvero ferocemente competitiva a volte, anche perché quasi tutti fanno e/o vogliono fare musica per vivere. Può capitare perfino, come è successo a te nel 2011, che degli individui mascherati – forse mandati dai tuoi concorrenti, a quanto dicono le voci – si introducano nel tuo studio e rubino i master dell’album a cui stai lavorando… Come si gestisce una situazione del genere?

A: Se ti lasci coinvolgere dalla competizione finisci per vivere una vita molto frustrante, perché il paese è molto piccolo e tutti fanno la stessa cosa. Cerco di non seguire la massa, anzi, a livello di sound forse sto diventando sempre più estremo, cosa che potrebbe essere addirittura nociva per me, perché la gente si sta abituando a un reggae molto più pop e io sto prendendo la strada opposta. Certo, a volte è difficile, anche per una persona come me: essere sempre originali e freschi pur rimanendo dentro i confini di un genere musicale ben definito è dura. Personalmente ho deciso di non ascoltare più nulla e di fare solo quello che piace a me, e devo dire che ad oggi la mia musica è davvero mia, ed è unica. Negli ultimi tempi ci sono stati vari artisti che seguono le stesse sonorità che io studio e divulgo da tempo, ma è normale che sia così: io ho studiato Bob Marley e Peter Tosh, e chi arriva dopo magari comincia il suo studio prendendo me come riferimento.

B: Rimanendo in tema di colleghi, hai collaborato con la gran parte della scena reggae che conta, ormai: ti resta ancora qualche sfizio da toglierti?

A: A volte registrare con questi giganti è davvero difficile, non perché non abbiano voglia di lavorare con altri musicisti, ma perché sono talmente incasinati che è difficile stargli dietro. Al momento sto collaborando con Alpha Blondie: il ritmo che ho dato al brano è molto bello, se riusciamo a rimanere su questo tracciato potrebbe uscirne un pezzo ottimo. A parte questo, c’è in cantiere anche un brano con Damian e Stephen Marley; ma se mi chiedi qual è il mio sogno da sempre, beh, sarebbe quello di suonare con Burning Spears. Se riuscissi a realizzare questo desiderio, potrei anche ritirarmi per sempre! (ride)

B: Last but not least: nel 2013 insieme a Gentleman, l’altro celebre europeo che si è trasferito in Giamaica per fare reggae, sei stato protagonista di un documentario, Journey to Jah...

A: È una questione un po’ amara, per me: sulla carta dovrebbe essere un progetto che io in prima persona dovrei supportare, ma il risultato finale non mi ha soddisfatto molto. Ho girato immagini da fornire ai due registi per quasi due anni, ma arrivati in fase di montaggio non ho potuto dire la mia più di quel tanto: il materiale che è stato usato alla fine non rappresenta affatto chi sono io. Era più che altro la storia di Gentleman e della sua carriera, del suo arrivo in Giamaica e del suo incontro con alcune personalità del reggae. Io, alla fin fine, sono uno di questi personaggi, ma il progetto iniziale ovviamente non prevedeva che io avessi un ruolo così marginale; doveva essere un lungometraggio sulle vicende mie e di Gentleman. Invece nel documentario si vede un Alborosie – scusa se parlo in terza persona, ma ogni tanto mi dissocio da me stesso! (ride) – che vive la sua vita in Giamaica, ma sembra totalmente estraneo al contesto. Potrei rispondere a questa domanda con una bugia, ma onestamente non mi va: è una cosa che mi ha ferito. Non mi ha danneggiato, ma non mi ha neanche rappresentato, ed è un peccato, perché le persone che hanno lavorato a Journey to Jah avevano in mano tutto il materiale necessario a potermi rappresentare.

B: Un peccato sì!

A: Già, ma mi ha insegnato a stare più attento. Avevo già avuto una brutta esperienza in passato, con una troupe di italiani che era venuta a girare un documentario qui in Giamaica: io ho fatto da Cicerone e gli ho mostrato le bellezze e le eccellenze dell’isola, ma alla fine il montaggio mostrava solo la parte più brutta e criminale del paese, con tanto di comparse scelte ad hoc per dire le cose che volevano loro. I media purtroppo funzionano così, a volte: bisogna fare notizia, con ogni mezzo possibile. Alla gente non interessa sapere che in Giamaica si sta bene e si vive tranquilli, preferisce concentrarsi sulle sparatorie e le faide.

B: Progetti futuri?

A: Suonare, innanzitutto: io sono un artista live e mi piace soprattutto fare concerti. Sicuramente uscirà un altro mio album più avanti, ma per ora ci tengo a sottolineare che presto uscirà Dub the system, che come dice anche il nome sarà la versione dub di Sound the system. A marzo, inoltre, uscirà un altro disco dub con King Jammy, dal titolo King Jammy & Alborosie in dub, con lo stile dub originale.

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