Al Castellana: l’intervista

by • 24/01/2012 • IntervisteComments (2)1086

Ricordate ancora qual è la prima volta in cui avete sentito cantare Al Castellana? Io sì: avevo quattordici anni, Mtv era appena sbarcata in Italia e il video di Vento Freddo con Neffa era in alta rotazione. 107 elementi dopo mi ero letteralmente innamorata di quella voce incredibile, potente, straordinariamente ricca di sfumature, che in quella formula ritornello-strofa rappata-ritornello ci stava un po’ strettina. Quando, molti anni dopo, mi è capitato di conoscerlo finalmente dal vivo, sono rimasta doppiamente sorpresa: quell’uomo il cui talento debordava da ogni nota era anche una persona umile, simpatica come raramente capita agli artisti, concreta, e soprattutto dedita alla propria musica al 100%, senza compromessi. In una nazione in cui a rappresentare il soul in classifica c’è Mario Biondi, la “latitanza” di Al Castellana si spiega solo così: con la genuinità di chi non ha intenzione di tradire se stesso per ottenere un misero scampolo di successo. Oggi, però, giustizia è finalmente fatta: il suo nuovo album, Funk me to the moon, sta diventando un caso di portata internazionale. In Italia, naturalmente, se n’è parlato fin troppo poco: nel nostro piccolo cerchiamo di rimediare con questa intervista in cui si chiacchiera di musica (la sua e quella degli altri), hip hop (quello di ieri e quello di oggi), ascolti (del tipo valido sempre e comunque) e prospettive future del soul in Italia. 

 

Blumi: Tu sei in attività da più di vent’anni, ma finora hai fatto uscire solo tre album ufficiali. Come mai?

Al Castellana: Due motivi. Primo: durante i dieci anni che hanno caratterizzato la golden age dell’hip hop italiano non avevo tempo, perché ero sempre in giro. Secondo: non sono capace di produrre un disco in tre/quattro mesi, perché voglio curare anche gli arrangiamenti e avere la possibilità di buttare via le cose che non mi convincono. Al momento, come sempre, non so se farò mai un altro disco: probabilmente sì, ma ci metterò quello che ci metterò. Il mio obbiettivo è soprattutto che la gente, ascoltando un mio disco, dica “Beh, c’è voluta un’eternità, però Al è sempre una garanzia!”. (ride)
B: Funk me to the moon ha avuto un successo incredibile all’estero. Te lo aspettavi?

A.C.: Negli anni sono diventato un po’ fatalista: ogni volta che un discografico mi dice “Complimenti, hai fatto un ottimo disco ma questo è un genere di nicchia” ormai non replico neanche più. Credo, però, che questo sia un periodo in cui la qualità della musica vive una sorta di revival: la gente è stufa di ascoltare prodotti fatti con lo stampino, senza alcun tipo di spessore, ed è più disposta a supportare album in cui riconosce un valore vero e duraturo. Noi italiani, a livello di soul, siamo sempre stati un po’ carenti: questo disco è una sorta di biglietto da visita. In molti, nel mondo, hanno apprezzato il fatto che fosse un album scritto e suonato bene. Certo, questo non vuol necessariamente dire che guadagneremo grandi cifre, ma in fondo chissenefrega. Il fatto che sia in rotazione nelle radio di mezza Europa è già di per sé un risultato incredibile, per non parlare di tutto il resto. In Giappone BBQ Records, una realtà enorme, si è offerta di distribuirlo, premiandomi anche come miglior artista soul bianco dell’anno a livello mondiale. Grazie a loro, che hanno uffici anche a Londra, in Inghilterra hanno scoperto il nostro album, che poi a ruota è arrivato anche in Canada e negli Stati Uniti.
B: Un vero e proprio passaparola!

A.C.: Sì, che ha anche creato delle nuove opportunità: una grossa connection di dj francesi ci ha chiesto di lavorare insieme per alcuni brani, mentre una grossa radio inglese mi ha chiesto di registrare un promo per loro. Quando lo hanno mandato in onda, ho scoperto che il promo successivo era stato registrato da Smokey Robinson (il leader dei Miracles, uno dei nomi di punta della Motown e un songwriter definito da Bob Dylan “il più grande poeta americano vivente”, ndr). In un’altra radio, hanno accostato un mio pezzo a quello di Anthony Hamilton (uno dei più promettenti artisti della generazione del nu soul, ndr). Dio, che soddisfazione! Certo, di soddisfazione non si vive, ma perlomeno ti evita di andare a letto ogni sera con la gastrite.
B: Visti i riscontri, bisognerebbe forse riflettere su un tour mondiale…

A. C.: In effetti stiamo pensando di affidarci a un’agenzia di booking internazionale, proprio per avere l’opportunità di suonare anche all’estero. Il paradosso è che sarà più facile suonare all’estero che in Italia. Ad ogni modo, siamo davvero contenti. Quest’album è nato senza alcun calcolo di opportunità, senza pensare a eventuali tornaconti. Ho pensato semplicemente che l’inglese è una lingua perfetta per scrivere musica, che si adatta meglio di qualunque altra al mondo e, visto che avevo cominciato cantando in inglese, avrei terminato la mia carriera cantando in inglese. A questo punto, in realtà, mi sa che è il caso di ricominciare cantando in inglese… (ride)
B: Scrivere un album in inglese è stato più facile o più difficile che scriverlo in italiano?

A.C.: Molto più facile. In realtà gli italiani scrivono meglio degli inglesi, ma il dono della sintesi che hanno gli inglesi è incredibile: tutto suona più conciso ed efficace. La cosa che mi preoccupava un po’ di più era la pronuncia, ma nessuno ha avuto niente da ridire, alla fine. Anzi, c’era gente che questionava sul fatto che io fossi veramente italiano: leggendo in giro sui forum, c’è gente che pensava che io fossi portoricano o latino, altri convinti che fossi francese, altri ancora dicevano che facevo parte del giro di D’Angelo. Io ridevo di gusto, soprattutto quando ho letto il commento di alcuni grossi produttori che si chiedevano: “E questo dov’era, fino ad adesso?”.
B: Infatti: perché non ci hai provato prima, a buttarti sul mercato discografico internazionale?

A.C.: Ci penso spesso, ultimamente: chissà dove sarei adesso se avessi fatto prima questa mossa, anziché restare legato all’Italia per raschiare il fondo del barile insieme a tutti gli altri. Però fino ad ora nessuno mi ha chiesto quanti anni ho, perciò per quanto ne sanno loro potrei davvero essere un debuttante assoluto! (ride) Insomma, finché mi regge l’ugola tiro dritto per la mia strada, e vediamo dove porterà. Mi interessa soprattutto la possibilità di produrre e supportare altri artisti interessanti: con Funk me to the moon abbiamo aperto canali interessanti e abbiamo accumulato un po’ di credibilità spendibile. Ora possiamo presentare altri prodotti con la certezza di essere ascoltati con attenzione.
B: Quando parli del disco e dei traguardi raggiunti lo fai sempre al plurale, perché in effetti questo è stato un lavoro di squadra…

A.C.: Sì, è una cosa che tengo molto a ribadire. È un album suonato al 90% e hanno collaborato con me una ventina di musicisti della mia zona, artisti che abitualmente suonano con gente del calibro di Fiorella Mannoia o Ornella Vanoni. Sono le stesse persone che poi mi accompagnano dal vivo, perché avere in studio lo stesso tipo di feeling che hai sul palco è importantissimo, per me. Così come è importante che i musicisti contengano la propria esuberanza: di solito quelli davvero bravi non si attengono mai alla forma prestabilita, sconfinano, vogliono fare vedere quanto sono bravi. La cosa importante in un album, invece, sono le canzoni, creare l’amalgama giusto, e loro sono in grado di capirlo. In particolare devo ringraziare Daniele ‘Speed’ Dibiaggio, un giovane musicista (classe 1984, ndr) che è poi il principale motivo per cui ho deciso di lavorare a quest’album. Conosceva bene la mia produzione e quando ci siamo conosciuti mi ha invitato a sentirlo suonare. Mi sono accorto che era molto talentuoso, abbiamo provato a registrare insieme due pezzi e mi è improvvisamente tornata la voglia di lavorare a un nuovo progetto: Funk me to the moon è nato proprio così. Lui mi ha dato linfa nuova, io gli ho trasmesso un po’ di esperienza.
B: L’impressione è che nel nord-est, e soprattutto a Trieste, ci sia un sottobosco di musicisti molto più vivace rispetto alla media del territorio nazionale. Soprattutto quando si tratta di black music. Come mai, secondo te?

A.C.: Parlando della mia città, quello che manca a Trieste è soprattutto la progettualità, ma di musicisti bravi ce n’è tantissimi. E la black music funziona molto bene per un semplice motivo: nel dopoguerra c’è stata l’occupazione delle truppe angloamericane, e da allora si suona jazz, swing, rythm’n’blues un po’ ovunque. Io, ad esempio, ho cominciato proprio ascoltando delle band di Trieste e collaborando con loro. Nel nord-est c’è la cultura del suonar bene, quindi proliferano anche le scuole di musica, e i musicisti tendono a stazionare sul territorio e a lavorare con altre persone della zona, magari con quelle con cui hai cominciato negli anni della gavetta. C’è un grande giro di collaborazioni, e c’è l’amore per la musica dal vivo: per qualsiasi genere musicale esistono molti locali in cui suonare, un gran numero di persone che si mantengono suonando e un numero ancora maggiore di persone che vanno a sentirle suonare.
B: Ti trasferiresti mai in un’altra città, magari all’estero, visto che ora come ora sta diventando quello il tuo pubblico più affezionato?

A.C.: Trieste è talmente bella, vivibile e accogliente che sarebbe davvero difficile andarsene. Nel corso degli anni ho fatto base per alcuni periodi a Bologna o a Milano, per ragioni più che altro discografiche, ma ogni volta non vedevo l’ora di tornare a casa mia. Insomma, a trasferirmi ufficialmente altrove non ci penso proprio!
B: Cambiando argomento e parlando degli inizi della tua carriera: come si diventa Al Castellana, ovvero la punta di diamante indiscussa del soul italiano?

A.C.: Non lo so! (ride) La mia ricetta è fatta di pochi ingredienti. Primo, passione smisurata: io ho sempre ascoltato soprattutto questo tipo di musica, e a lei mi sono dedicato senza riserve. Secondo, grande cuore: quando intraprendi questa strada sai già che ti chiuderanno molte porte in faccia, perciò l’amore per la musica è il vero motore che ti spinge ad andare avanti. Terzo: un po’ di talento, che ovviamente ci vuole. Il soul e il funk non s’imparano a scuola, o ce li hai dentro o non ce li hai. Il mainstream di oggi non ti fa capire bene cosa c’è dietro a quel tipo di musicista, quali sono le basi del genere. Me ne accorgo spesso anche con i miei allievi di canto: tutti vorrebbero cantare Listen di Beyoncé, oppure Love on top, ma poi si trovano a mal partito, perché si rendono improvvisamente conto che Beyoncé è in grado di cantare anche un pezzo di Etta James interpretandolo in maniera magistrale, e loro no. Questo succede perché in Italia, mentre crescevamo, i nostri genitori ascoltavano Claudio Villa, mentre i genitori di Beyoncé suonavano Stevie Wonder o gli Earth, Wind & Fire. Bisogna innanzitutto colmare quel gap, ma credo che se tutti coloro che ci tengono a fare un discorso di qualità spingeranno in quella direzione, tra qualche anno questo gap potrebbe essere colmato.
B: Ci vuole un’attitudine particolare per fare questo genere, però. Molti di coloro che si definiscono “cantanti soul”, in Italia, hanno una presenza vocale piuttosto debole, che non potrebbe mai reggere il confronto con gli americani…

A.C.: Tocchi un tasto dolente. Tutti dicono “Io faccio soul”, ma non è un arrangiamento un po’ curato o una base decente che fa di te un alfiere del genere. Il soul è il trionfo della vocalità: c’è chi spinge sulla tecnica e chi invece punta sulla personalità, però “personalità” vuol dire avere un talento paragonabile a quello di Bill Withers o di Curtis Mayfield, che non avevano una voce eccezionale, ma ci mettevano il cuore e l’anima, tanto che è impossibile non riconoscere che sono nati per fare quello. Un sacco di ragazzi giovani mi mandano i provini per chiedermi un parere, e io spesso mi trovo a pensare: “Tutto molto carino, ma dove sta il soul in questa canzone? Chi ti ha detto che tu fai soul?”. Mancano alcuni passaggi fondamentali. Come prima cosa, devi accorgerti che quando canticchi tra te e te sei in grado di fare lo stesso tipo di cose che fanno i tuoi idoli, e poi continuare a perfezionarsi. Io non avrei mai intrapreso la strada della musica se non mi fossi accorto che certi tecnicismi mi venivano naturali. Non ha senso uscire da una scuola di canto – come fanno in tanti adesso – presentarsi a un reality come cantante soul, ritrovarsi in una situazione totalmente pop e perdere la propria vocalità per adeguarsi a uno standard. Bisogna perseguire i propri sogni con passione.
B: Infatti: cosa pensi dei talent show?

A.C.: Penso che ci siano degli aspetti positivi in questo genere di trasmissioni. O meglio, gli aspetti negativi pesano per un 70/80%: penso che sudare nelle sale prove, sognare, mandare i provini, aspettare una risposta e riprovare ancora sia la strada giusta per un musicista. È sempre stato così, e così sarà sempre. Se poi paragoni i talent italiani con quelli degli States, da cui esce gente come Jennifer Hudson o Fantasia, c’è un po’ da deprimersi – anche se chiaramente noi siamo in meno, rispetto agli americani, quindi vince la legge dei grandi numeri. Per come la vedo io, se da quei programmi uscissero artisti preparati che diffondono la propria musica, avrebbero più senso e mi piacerebbero anche molto di più. Così, invece, con i cantanti confezionati come un prodotto con tanto di inedito scritto da Pinco Pallino, che partono come musicisti soul e finiscono col fare tutta un’altra roba, non mi convincono. Sono una vetrina come un’altra, positiva perché in televisione c’è poca musica, ma niente di più. Ai miei allievi dico sempre di trovarsi un buon gruppo, anziché iscriversi a mille audizioni per la tv: c’è molta più soddisfazione.
B: A proposito dei tuoi allievi, raccontaci qualcosa del tuo ruolo di insegnante…

A.C.: È un lavoro che faccio volentieri, con grande passione: un po’ per sbarcare il lunario, un po’ perché credo di essere riuscito a trasmettere dei principi, sia tecnici che stilistici, alle persone a cui ho insegnato. Mi piace soprattutto lo scambio di sensazioni, però. Quando alla fine del corso facciamo i saggi di fine anno, gli allievi che amo di più sono quelli che danno emozione, non quelli bravissimi e freddi. Mi commuovo a vederli cantare, piango come un vitello… Mi sa che sto diventando vecchio! (ride) In generale, amo soprattutto chi ama la musica. Anzi, consiglio sempre di fare più cose possibili: studiare solfeggio, suonare la chitarra… Più nozioni assorbi, più ti servirà.

 

B: Tu, ad esempio, che nozioni hai assorbito?

A.C.: Io ho studiato soprattutto sui dischi. Ascoltavo mio fratello, che suonava la chitarra e cantava in un gruppo funk: perfetto, intonatissimo, era il mio eroe. È stato lui a farmi conoscere le prime canzoni, ricordo ancora quella che mi folgorò: era Africano, un brano strumentale degli Earth, Wind & Fire. È stata una sensazione pazzesca: cosa stava succedendo? Perché era tutto così bello? Cos’era quel benessere meraviglioso che mi pervadeva, quell’incredibile ritmo incalzante? Da lì ho cominciato a fare una ricerca e ho scoperto Marvin Gaye, Donny Hathaway, Sly Stone e tanti altri. Compravo vinili, registravo cassettine, ma senza l’intenzione di diventare prima o poi un cantante. Poi, un bel giorno, mio fratello mi ha sentito canticchiare, mi ha preso di peso e mi ha portato nello studiolo di registrazione che avevamo in casa. Dopo aver inciso qualcosina, mi ha guardato e mi ha detto: “Ehi, ma sai che tu sai cantare?”. Così è cominciata l’avventura con i primi gruppi. Poi, negli anni, mi sono informato sulla tecnica: come utilizzare bene il diaframma, la respirazione, i trucchi per tenere le note difficili, eccetera eccetera.
B: L’incontro con l’hip hop, invece, com’è avvenuto?

A.C.: All’inizio lo consideravo un genere un po’ fiacco. Lo amavo soprattutto per un motivo: nel periodo in cui il funk stava scomparendo, riproponeva quel tipo di ritmiche e sonorità campionandole. È stato solo dopo aver conosciuto Neffa che ho iniziato ad apprezzarlo davvero: mi ha fatto conoscere Q-Tip, i Cypress Hill, gente che mi dava la pelle d’oca già dal primo ascolto e che non aveva paura di mischiare i generi.
B: Restando in tema, Neffa come l’hai conosciuto?

A.C.: Avevo registrato un brano per la Irma Records di Bologna, Non tradire mai (che poi, in un remake con lo stesso Neffa, sarebbe diventato uno dei singoli di maggior successo di 107 elementi, ndr). Lui la sentì in radio e mi chiamò. Quando ci incontrammo, capii immediatamente che si trattava di una persona che ne capiva molto di musica: a casa sua ascoltavi rock psichedelico, funk, soul, jazz… Siamo entrati immediatamente in sintonia, perché non si ingabbiava in un genere e non aveva paura di crescere. Il che, secondo me, è ottimo: se ti appiccichi un’etichetta addosso, poi avrai sempre paura ad uscire da quel recinto e deludere qualcuno. Non bisogna parlare di hip hop, bisogna parlare di musica: J Dilla o Madlib sono musicisti a 360 gradi, in grado di campionare oppure di mettersi a un piano Rhodes e buttare giù due accordi. E infatti, la maggior parte degli artisti hip hop con cui ho collaborato negli anni sono soprattutto musicisti: da Neffa a Tormento passando per Fabri Fibra, con cui sto lavorando anche recentemente per registrare delle cose nuove. Se mi propongono progetti di qualità, mi fa piacere continuare a lavorare per l’hip hop: basta che non si riduca tutto alla formula “Fammi un ritornello, ti do 300 euro”, perché mi ha un po’ stufato. Io voglio che ci sia un interscambio tra le parti: per questo sono sempre molto felice di lavorare con Ghemon, ad esempio.
B: Ghemon ha recentemente dichiarato di voler lasciare l’hip hop per dedicarsi ad altro: cosa pensi della sua svolta artistica?

A.C.: Sono contento di questa domanda, perché sono sempre felice di parlare di Ghemon: non solo perché è un amico, ma per la famosa questione della qualità di cui parlavamo all’inizio. Sono davvero felice che si sia aperto a nuove possibilità, anche se so che sarà una scelta molto faticosa, perché cantare su un palco è molto diverso dal rappare. Secondo me non deve lasciare del tutto l’hip hop, perché si possono fare entrambe le cose; allo stesso tempo, però, non deve temere i giudizi della gente, perché chi attualmente pensa che sia un poeta si accorgerà che anche i poeti possono cantare. Lui scrive meglio di chiunque altro e ha una musicalità eccezionale: deve andare avanti per la sua strada, e io per quanto possibilità cercherò sempre di aiutarlo.
B: Tornando all’album, la cover di Fly me to the moon è quasi una title track, ed è uno dei brani più riusciti…

A.C.: È stata una bella sfida. Da piccolo mi sono innamorato della versione di Frank Sinatra, uno dei miei miti: era il tipo d’uomo che riusciva a spazzare via la concorrenza qualunque cosa facesse, senza bisogno di grandi gesti o azioni straordinarie. Anni dopo ho trovato una bellissima versione di Marvin Gaye, completamente stravolta ma meravigliosa. Tempo dopo stavo ascoltando un beat, una delle pochissime strumentali non suonate su cui avevamo deciso di lavorare, e ho provato a cantarci sopra Fly me to the moon, giusto per vedere cosa ne veniva fuori. Io e Daniele ci abbiamo lavorato un po’ su, girando un po’ la base e modificando qualche accordo qua e là. Credo che il risultato sia molto apprezzabile, soprattutto considerando che non si tratta di un lavoro convenzionale. È la dimostrazione che si può fare soul anche cantando Il ballo del qua qua: basta farlo nella maniera giusta… Io, peraltro, non amo rifare le cover pari pari, anche perché non si arriverà mai ai livelli dell’originale, anche mettendoci tutto l’impegno del mondo.
B: Già: visto che ti riescono così bene, ti cimenterai mai in un album di cover, prima o poi?

A.C.: Prima della fine dell’anno cominceremo a buttare giù qualcosa, sì. Al giorno d’oggi questo tipo di progetto si chiama mixtape o street album… (ride) La nostra idea è quella di misurarci con cover magari non conosciutissime, pezzi belli ma non propriamente mainstream: roba di Willie Hutch, Leroy Hudson, gli Impressions, gente del genere. Punti di riferimento per gli amanti del genere, ma piuttosto ignoti al pubblico generalista.
B: Progetti futuri, quindi?

A.C.: Suonare il più possibile in giro, innanzitutto. Prossimamente usciremo anche con un quarto video. C’è chi ha detto che i nostri video non sono all’altezza delle canzoni: a queste persone io rispondo che noi facciamo il pane fatto in casa – che è sempre molto più buono – che non volevamo stupire con effetti speciali e che un bel video non ha mai reso bella una brutta canzone. Poi produrremo anche il disco di una ragazza di Perugia che collabora già con me come corista da qualche tempo, Lil’ Cora (di cui vi consigliamo l’EP di cover Love is like a heatwave, registrato con la formazione Lil’ Cora and the Soulful Gang, ndr). Più in generale, cercheremo di produrre qualcosa per ognuna delle mie coriste, da inserire anche nelle compilation di Soulville. Inoltre, a Trieste stiamo per creare ufficialmente un’etichetta con tante altre realtà legate a vari generi musicali, proprio per continuare quel discorso di qualità di cui parlavamo; siamo per il fai da te, ma fatto bene.
B: Ultimissima domanda: quali sono i dischi soul che consiglieresti assolutamente?

A.C.: Sono fin troppi! Vado a memoria:

Marvin Gaye – What’s going on
Donny Hathaway – Everything is everything
Al Green – Let’s stay together
Tower of Power – In the slot
D’Angelo – Brown sugar
Minnie Riperton – Angel
Luther Vandross – Never too much
Earth, Wind & Fire – All n all
Curtis Mayfield – Roots
Willie Hutch – Mack
Rufus And Chaka – Ask Rufus
George Benson – In flight

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