Addio A Tribe Called Quest, e grazie per il vostro servizio

by • 11/11/2016 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su Addio A Tribe Called Quest, e grazie per il vostro servizio324

 

È curioso come due tra gli album rap in assoluto migliori usciti quest’anno siano opera di gruppi i cui membri hanno un’età media di cinquant’anni, e sono attivi fin da fine anni ’80: si dice spesso che l’hip hop è roba per giovani, ma a quanto pare chi lo dice ha fatto i conti senza l’oste. Ovvero senza i De La Soul (che con il loro And the anonymous nobody hanno sfornato un piccolo capolavoro) e soprattutto senza gli A Tribe Called Quest, che pur essendo stati funestati da una tragedia senza precedenti sono riusciti a portare a termine con risultati strabilianti il loro ultimo album. Ultimo lo sarà davvero, purtroppo, perché con la morte di Phife Dawg si chiude un’era ed è chiaro a tutti che gli ATCQ da ora in avanti non esisteranno più se non nei nostri ricordi, nei nostri cuori e nei nostri stereo.

Ad annunciare l’uscita di un nuovo album è stato Q-Tip, da sempre considerato il leader e il portavoce del gruppo: l’idea, ha spiegato qualche settimana fa, era nata dopo una performance televisiva che per puro caso aveva avuto luogo la stessa sera degli attentati al Bataclan di Parigi. Si trattava della prima reunion mediatica degli A Tribe Called Quest in 18 anni: si erano presi una pausa a tempo indeterminato nel 1998 per divergenze artistiche, fortunatamente superate quel tanto che bastava da mettere da parte le rispettive perplessità e tornare sul palco e poi in studio insieme, per registrare un nuovo disco. Qualche mese dopo, però, Phife Dawg è scomparso improvvisamente per complicazioni legate ai suoi problemi renali: aveva già avuto il tempo di registrare diverse strofe, però, e quindi il progetto dell’album non è stato accantonato. A un anno esatto da quella reunion televisiva eccoci qui, ad ascoltare finalmente il frutto delle loro fatiche.

We got it from here, thank you for your service (letteralmente “Da qui in poi ci pensiamo noi, grazie per il vostro servizio”) è un progetto misterioso fin dal titolo, che a quanto pare aveva scelto Phife Dawg senza però spiegarne il significato al resto del gruppo. Un’ipotesi è che sia riferito alle controversie razziali che hanno infiammato l’America negli ultimi due anni, e che sia un modo di “ringraziare” i bianchi per tutto l'”aiuto” che hanno fornito nei secoli in cui hanno preso decisioni per conto della comunità nera, spiegando però che i loro “servigi” non sono più richiesti. In effetti si tratta di un disco molto politico, da Whatever will be a Melatonin fino a Killing season la questione della condizione afroamericana è predominante. Non per questo, però, è un disco pesante o difficile, perché – come insegna Kendrick Lamar, anzi, come gli ATCQ hanno insegnato a Kendrick Lamar prima ancora che nascesse – nonostante i temi impegnati, per stile e per sonorità scorre via che è un piacere. E nonostante sia un lavoro lunghissimo, essendo un doppio cd, non si ha assolutamente la percezione che sia troppo lungo: alla fine dell’ascolto la tentazione è di rimetterlo in play da capo. Sicuramente grazie all’inconfondibile musicalità di Tip, Phife e Jarobi al microfono e al groove che pervade ogni traccia, ma anche grazie al fatto che – come appunto avevano già fatto i De La Soul con il loro disco – non si sono seduti sugli allori. Il sound dell’album, anche se è inconfondibilmente targato ATCQ, è aggiornato all’oggi e all’adesso, donando una grande freschezza al prodotto finito.

E veniamo al principale timore dei fan: che l’album contenesse soltanto materiali di scarto, o che comunque Phife Dawg non avesse fatto in tempo a registrare abbastanza per essere davvero presente nel disco. Chiariamo subito che Phife è presente solo in 8 tracce su 16, compresa l’ultima The Donald interamente dedicata a lui, ma comunque non si tratta assolutamente di strofe riciclate o di bassa qualità; laddove non c’è, viene sostituito da ospiti eccellenti come Kendrick Lamar, Anderson.Paak, Consequence, Andre 3000, Talib Kweli, Busta Rhymes, Elton John (ci sono perfino un Kanye West e un Jack White non creditati). Stando a Genius ci sono perfino casi di brani in cui gli ATCQ non compaiono affatto e ci sono solo ospiti, però: tipo Mobius, forse un vero e proprio passaggio di testimone ai rapper della nuova generazione (forse sono loro, che ci penseranno da qui in poi). Per suono, modi e temi, però, questo è inequivocabilmente un album degli A Tribe Called Quest: difficile rimanere delusi.

Altra cosa importante da sapere: nonostante Phife non sia presente in tutte le tracce, i suoi soci hanno voluto farlo figurare comunque come autore in ogni brano del disco. Questo vuol dire che comprandolo, e non scaricandolo ad minchiam e/o ascoltandolo solo in streaming, contribuite in maniera importante a supportare la sua famiglia (come sapete, trattandosi dell’America di Trump in questo momento i tempi sono grigi per chi non ha un’assicurazione sanitaria). Al momento lo trovate su iTunes oppure potete preordinare il vinile: se avete amato gli ATCQ, fatelo. È un imperativo categorico.

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