4:44: il coraggio di essere se stessi fino in fondo

by • 04/07/2017 • Copertina, RecensioniCommenti disabilitati su 4:44: il coraggio di essere se stessi fino in fondo183

In un periodo in cui distonie, batterie storte, voci pesantemente effettate, produzioni asettiche e ritmiche in slow motion vanno per la maggiore, pubblicare un album come 4:44 è un atto di coraggio. Il coraggio di essere se stessi, di non voler essere attuali a tutti i costi, di dettare le mode anziché subirle. Il coraggio di conoscere quello che sai fare bene e di farlo al meglio. Facile essere coraggiosi se si è saldamente ai vertici di un’industria miliardaria da vent’anni, direte voi. E invece è esattamente il contrario: the highest you get, the hardest the fall (più in alto sali, più dura sarà la caduta), come si suol dire. Mettersi a nudo, sia dal punto di vista del suono che da quello delle liriche, non è assolutamente scontato quando si gioca il campionato ai livelli di Jigga. Vedi il caso di Kanye, che nell’ansia costante di rinnovarsi e di dimostrare di essere sempre venti passi avanti agli altri ha perso il suo tocco magico, allontanandosi a forza dalla cifra stilistica che lo aveva reso un maestro. La tentazione di fare come Ye è fortissima per tutti: un plauso a Jay-Z per aver resistito.

Come hanno detto quasi tutti i commentatori, 4:44 è un album estremamente personale. Non è la risposta a Lemonade di Beyoncé, però; lo scopo non è quello di lavare i panni sporchi in pubblico. Piuttosto, è il racconto di un uomo di quasi cinquant’anni (ebbene sì, signore e signori, li compirà nel 2019) che forse per la prima volta in assoluto ammette le proprie fragilità senza retorica o doppi fini. Il messaggio di fondo dell’intero disco sembra essere “Cercate di imparare dalla mia storia”. Non solo per non ripetere i suoi errori, ma anche perché i suoi successi siano d’esempio ad altri. Ci sono interi brani, come The story of O.J., che contengono istruzioni dettagliate su come non farsi fregare se si è giovani, neri e ambiziosi: non spendere tutti i soldi degli anticipi discografici, reinvestire i proventi in beni sicuri come l’arte e gli immobili… La controversa figura di O.J. Simpson (un nero atipico, che non frequentava altri neri e non era visto come un qualsiasi nero grazie ai suoi trionfi sportivi) è una metafora perfetta per spiegare le dinamiche di un’America sempre più schiacciata dalla questione razziale.

In generale, l’importanza di supportare business gestiti da afroamericani e di combattere il razzismo nel mondo degli affari e dell’entertainment viene sottolineata continuamente: vedi il caso di Moonlight, che prende il titolo dal film “all black” che ha vinto l’Oscar l’anno scorso passando però totalmente in sordina per colpa del grande successo del momento, La La Land. Molti altri brani si soffermano più sul business che sulle questioni personali, tra cui Family Feud, l’unico che vede la partecipazione di Beyoncé (e sì, in cui si cita la famosa Becky with good hair di Lemonade) e Caught Their Eyes, che tra le altre cose racconta la diatriba tra gli eredi di Prince e Jigga. Prima di morire, infatti, pare che Prince avesse deciso di affidare l’intero suo catalogo a Tidal per lo streaming esclusivo, ma gli eredi hanno impugnato questa decisione e hanno fatto causa a Jigga e soci (oltre a speculare in numerosi altri modi, tra cui aprire la casa di Prince per giri turistici a pagamento, a poche settimane dalla sua scomparsa), da qui un dissing ai diretti interessati e al loro avvocato, Londen McMillan. Le industrie di famiglia, tra cui appunto Tidal e lo champagne Ace of Spades, vengono citate spesso e volentieri nell’arco di tutto l’album. (continua dopo l’immagine)

Naturalmente, però, gli aspetti che colpiscono di più sono quelli che riguardano la sfera personale di Jigga. Da Fuck Jay-Z, in cui elenca tutti suoi i fallimenti e gli struggle (i tradimenti, la lite pubblica con sua cognata, la volta che sparò al fratello o accoltellò un amico, la fine dell’amicizia con Kanye) fino alla monumentale title track 4:44, questa sì davvero sulla vita coniugale di Bey-Z. Di un’onestà disarmante soprattutto nei confronti dei figli: My heart breaks for the day I had to explain my mistakes/ And the mask goes away, and Santa Claus is fake (il mio cuore si spezza all’idea di quando dovrò spiegare loro i miei errori/ e la maschera cadrà, e Babbo Natale sarà una finta). Impossibile non citare anche Smile, che racconta con grande delicatezza la storia della madre Gloria, che solo in tarda età ha avuto il coraggio di ammettere di essere lesbica: Cried tears of joy when you fell in love/ Don’t matter to me if it’s a him or her (ho pianto lacrime di gioia quando ti sei innamorata, non mi importa se è un lui o una lei). Grandissima prova anche in Marcy Me, dedicata alla sua infanzia nei Marcy Projects, e naturalmente nella struggente Legacy, che si apre con la voce di sua figlia Blue Ivy: Daddy, what’s a will? (papà, cos’è un testamento?).

In conclusione, anche se 4:44 dovesse rivelarsi un album “minore” rispetto a capolavori assoluti come Reasonable Doubt o The Blueprint – cosa possibilissima, perché arrivare a quei livelli di perfezione non è semplice – resterebbe comunque un disco incredibile, scritto benissimo e magistralmente orchestrato da quel genio di No I.D. Che, tanto per riallacciarci a quello che dicevamo prima, con l’incredibile carica di soul e campioni che ha infuso a tutto il lavoro (da Nina Simone ai Fugees, da Hannah Williams & the Affirmations a Donny Hathaway) non ci fa affatto rimpiangere il vecchio Kanye. Standing ovation per tutti.

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