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Karkadan: l’intervista

16-03-2013 Marta Blumi Tripodi

Karkadan: l’intervista

Per la serie “Non tutti sanno che”: in Italia vive e lavora un rapper famoso in tutti i Paesi del nordafrica e nelle comunità arabe sparse per il mondo. Ma non solo, perché tra le altre cose è riuscito a farsi distribuire da Def Jam International e ha uno scaricatissimo mixtape all’attivo su Datpiff, uno dei più celebri siti specializzati degli Stati Uniti. L’artista in questione è Karkadan, mc tunisino trapiantato a Milano da oltre un decennio e membro della Dogo Gang, che di recente è tornato ad animare la scena musicale con l’album Zoufree , che significa “il peccatore” in arabo. Nonostante gli impressionanti risultati ottenuti all’estero, però, nella scena hip hop italiana la sua storia – talmente particolare e ricca di sfumature che la nostra chiacchierata si è trasformata in sei pagine di trascrizione fitta – è ancora abbastanza sconosciuta; un po’ perché Karkadan non ha concesso molte interviste negli ultimi anni (il motivo, al di là dei gossip che sono circolati, lo spiega in questo articolo), e un po’ perché per forza di cose è difficile cogliere il significato dei suoi testi per chi non capisce l’arabo. La sua missione è quella di combattere contro tutti gli integralismi in patria, e contro la chiusura mentale tra le comunità emigrate, cosa che ha creato non poche polemiche in questi anni: provate ad immaginare cosa può voler dire, per un artista del Maghreb, diffondere un video in cui ci sono delle ballerine occidentali in bikini che indossano il cappuccio di un burqa… Abbiamo incontrato Karkadan nella sua Milano, per parlare della sua carriera, ma anche di primavera araba, immigrazione ed emigrazione, vita da strada, industria discografica globale e molto altro.

Blumi: Karkadan è anche il nome di un rinoceronte indiano. Perché l’hai scelto?

Karkadan: L’ho scelto perché è un animale che mi piace molto. La sua corazza, il modo in cui si muove, il modo in cui s’incazza… Quando carica è capace di far volare via un branco di cinghiali! (ride)

B: A che età sei arrivato in Italia?

K: Più o meno a 19 anni.

B: Facevi già rap prima di arrivare qui?

K: Sì, ma solo a livello amatoriale: qualche concerto, qualche strofa… È stato solo quando sono arrivato in Italia che ho cominciato a registrare i pezzi che avevo scritto in Tunisia, facendo uscire un disco. Non conoscevo nessun rapper qui, ma un giorno, per caso, un ragazzo tunisino mi ha invitato a casa sua ed è venuto fuori che il figlio della sua compagna faceva rap. È stato lui a introdurmi in questo mondo: visto che in quel periodo stavamo in un paesino alla periferia sud di Milano, le prime persone con cui sono venuto in contatto erano quelle che suonavano di più nelle feste e nelle jam in zona, come Asher Kuno, Bat, Bod… Quando mi sono trasferito a Milano ho cominciato a frequentare la scena dei centri sociali e ho girato il mio primo disco a un ragazzo che organizzava alcuni eventi al Leoncavallo: le mie cose gli sono piaciute, mi ha presentato dj Harsh e da lì, piano piano, ho cominciato a fare sempre più cose, fino a entrare nella Dogo Gang. La gente, però, mi ha notato soprattutto per un video a cartoni animati realizzato da GGT (storico street artist milanese, il video in questione è Ana tunzi Baba tunzi_, ndr_).

B: A proposito della Dogo Gang che nominavi poco fa, tanto per chiarire: ne fai ancora parte?

K: Sì, certo. So che su Internet gira qualche voce che dice il contrario, ma è saltata fuori in un periodo in cui ero sparito dalla circolazione, e non suonavo più con la Dogo Gang per il semplice fatto che non facevo proprio musica. Comunque ho sempre cercato di non mettere il logo Dogo dappertutto, in modo da chiarire che io sono una persona con la sua individualità e non semplicemente un pezzo di quella crew. Ciascuno di noi, dai Club Dogo a Ted Bundy passando per Marracash, è un elemento diverso dagli altri e porta con sé qualcosa di molto personale: non siamo una massa indistinta, ognuno fa il suo. E anche adesso preferisco continuare così: lavorerò sempre con loro – ad esempio con Gué, con cui abbiamo appena fatto uscire il singolo Indiz – ma senza mettere troppo in evidenza l’appartenenza alla Dogo Gang.

B: Tu parli molto bene l’italiano, ma non rappi praticamente mai in questa lingua. Come mai?

K: Perfino gli italiani fanno fatica a scrivere in italiano, figurati io! L’italiano per me è ancora una sfida, e preferisco affrontarla con calma: meglio fare poche cose, ma di cui sono soddisfatto davvero, piuttosto che farne tante in cui sembro Spitty Cash! (ride)

B: Restando in tema di lingue, l’arabo è davvero incomprensibile per un italiano. Di che cosa parlano i tuoi testi?

K: Preferisco non concentrarmi su un solo tema, parlo di tante cose. Quella che mi interessa di più è l’attualità. Scrivo soprattutto di ciò che succede in un determinato momento, il che non vuol dire che le mie canzoni siano usa-e-getta: un pezzo può rimanere attuale per anni. Prendi quelli sugli islamisti: hanno iniziato a comportarsì così in un certo periodo, ma il loro modo di fare è rimasto uguale per anni e ancora oggi non cambia. Prova ne è il fatto che tutti i miei pezzi sull’argomento, anche se magari non hanno neppure un video, arrivano perfino a un milione di visualizzazioni. In Zoufree, comunque, mi sono concentrato soprattutto sulla Tunisia e sulla vita dei tunisini in Italia: è un altro di quegli argomenti che restano sempre attuali, visto che nulla è cambiato negli ultimi nove anni…

B: E come vivono i tunisini in Italia?

K: Di merda! Sono male integrati e illudono amici e famiglia rimasti a casa, facendogli credere che qui fanno una vita favolosa. Magari vendono i loro cinque grammi di fumo per strada, in ciabatte, e quando tornano a casa si mettono addosso i loro più bei vestiti e romanzano tutta la loro esistenza per non voler dire la verità: raccontano l’Italia come se fosse un film mafioso degli anni ’70, in cui smazzano la loro roba nel retro di una raffinata enoteca o di un ristorante di lusso… Al che l’ascoltatore di turno pensa “Beh, se ce l’ha fatta lui che è un babbo, posso farcela anch’io!” e quindi decide di emigrare pure lui. Questa cosa mi fa incazzare tantissimo, così come l’ostinarsi a non voler imparare l’italiano: è la base dell’integrazione. E se tu non fai lo sforzo di integrarti ci vado di mezzo anch’io, perché ci tratteranno tutti allo stesso modo e io farò il doppio della fatica per dimostrare di non essere come gli altri. Se fossimo inseriti meglio nella società, gli italiani non avrebbero più niente di cui sparlare o da criticare: li metteremmo a tacere in un attimo. Molti pensano che io mi limiti a leccare il culo agli italiani, ma non è così; mi limito ad invitare gli arabi a prendere almeno gli aspetti positivi della vostra cultura, come ad esempio il ruolo della donna. Naturalmente molti non sono d’accordo e sostengono che le donne vadano trattate come dice il Corano, ma il Corano che praticano loro non è quello dettato da Dio, ma quello raccontato da uno sceicco che paga gli Imam per predicare nel modo che gli fa più comodo. E magari nel frattempo manda le sue figlie a studiare a Londra con la minigonna. Ma quello non è un problema, l’essenziale è che il popolo vada in giro col burqa…

B: In sostanza tu ti rivolgi soprattutto agli arabi, e non tanto agli italiani…

K: Sì, in parte sì, ma comunque mi rivolgo a un pubblico molto ristretto: il tipo di arabo che come me fuma e beve, o che comunque non si scandalizza per queste cose. Ti garantisco che non sono molti, perché il fatto che magari vivano all’estero non vuol dire che siano di mentalità più aperta, anzi. Quando faccio un featuring con qualche artista italiano, però, ovviamente cerco di parlare di temi più generali. Anche per questo le collaborazioni arricchiscono il mio album. Per questo progetto, però, sono state molto mirate, perché ho voluto lavorare solo con artisti che mi sono stati vicini in questi due anni di silenzio. Probabilmente nel prossimo ci saranno più nomi coinvolti, e dovrei inserire anche quattro pezzi rappati in italiano: imperfetti, certo, ma sbagliando s’impara. Comunque, tornando alla domanda, la cosa strana è questa: è vero, io parlo agli arabi, però a giudicare dalle statistiche di vendita dei miei album non è così. Ho venduto soprattutto in Italia, Francia, Canada e Germania, e nemmeno un disco in Tunisia! (ride) Questo succede anche perché in Tunisia non esiste la possibilità di comprare su Internet, né una casa discografica disposta a pubblicarmi: i miei lavori li scaricano illegalmente, o sfruttano quelli in free download, come il mio recente mixtape su Datpiff. O ancora, si ascoltano lo streaming su Rockit, tanto che alla fine sono stato in cima alla loro classifica di ascolti…

B: In effetti tu in Tunisia sei molto famoso…

K: Sì, certo, però c’è molta ipocrisia: quasi nessuno ammette di ascoltare davvero le mie canzoni, però le ascoltano tutti e le sanno tutti a memoria, a cominciare dai miei cugini! (ride) So di ragazze che hanno avuto problemi perché sono state beccate dal fidanzato a sentire qualche mio pezzo, ad esempio. Magari tra vent’anni la mia musica sarà capita meglio, e infatti io cerco di lavorare per la quarta o quinta generazione di tunisini in Italia, che magari scopriranno i miei dischi e penseranno “Cazzo, questo Karkadan era proprio avanti!”. Avranno una mentalità più europea che araba, quindi spero in loro: un po’ come già succede adesso con i ragazzi che mi ascoltano in Francia, Canada o Stati Uniti. Ma non ho fretta. Pian piano, tutto quello che deve succedere succederà.

B: Visto che, come dici tu, in altri paesi la tua musica è più capita e accettata e potresti addirittura sfondare, hai mai pensato di trasferirti altrove, magari in Francia, e tentare il tutto per tutto?

K: Ci ho pensato, ma no… Ormai mi piace troppo Milano. Sono fregato! (ride) Anzi, se potessi scegliere vorrei passare l’inverno a Milano e l’estate in Sicilia. In tanti mi dicono di provare a trasferirmi – parlo bene il francese, quindi la lingua non sarebbe un problema – ma l’idea di ricominciare di nuovo tutto daccapo non mi piace molto. Adoro la mia città e adoro i milanesi, soprattutto perché non sono invadenti, a differenza di tanti emigrati, che invece si preoccupano continuamente per te e vengono a trovarti o ti salutano a baci e abbracci. Io ho un problema: non riesco a stare in mezzo alla gente. Lo dico prima in modo da non apparire antipatico quando gli altri se ne accorgono. Anche quando siamo in giro con la Dogo Gang, gli altri dodici ballano e si divertono e io sono in un angolo con il broncio… Potrei far festa tutta la notte, ubriacarmi, scopare, ma sono talmente preso male dalla folla e dal casino che non ci riesco! (ride)

B: Tornando all’album, come dicevamo prima i testi sono molto critici nei confronti di tutte le forme di integralismo. E tu ci vai giù piuttosto pesante…

K: Anche loro ci vanno giù pesanti, quando commentano la mia musica. Ma le critiche, anche le più feroci, non mi spaventano: si attaccano alla religione perché non hanno niente di concreto o di artistico da contestarmi. Le loro obiezioni sono talmente deboli e contraddittorie che non mi viene mai il dubbio che sia io a sbagliare e loro ad avere ragioni.

B: Critiche a parte, non hai mai avuto problemi più seri, tipo minacce?

K: No, sinceramente no. Detto questo, però, è ovvio che quando torno in Tunisia, anche se non mi aspettano col fucile in mano, capita che magari qualcuno mi riconosca e m’insulti per strada, e che la questione finisca a pugni e calci.

B: E i tuoi video, invece, sono mai stati censurati? Quello di Il Karkadan, in cui ci sono ballerine seminude ma con il burqa, potrebbe avere dato fastidio a molti…

K: Non vengono propriamente censurati, però su Facebook molti dei miei video sono stati segnalati e rimossi; su YouTube, invece, non succede, perché in Tunisia viene utilizzato molto di meno, tanto che spesso 20.000 views ti bastano per essere in cima alle classifiche delle visualizzazioni. A fare le segnalazioni sono sempre utenti pseudo-religiosi che si sentono offesi dal libero pensiero. Preferivo la dittatura di prima, quella senza i barbuti… Il mese scorso hanno ammazzato Chockri Benaid, un vero patriota, uno che parlava a favore della liberazione della Tunisia fin dai tempi di Ben-Ali (il precedente presidente, di fatto dittatore della Tunisia, ndr), mentre loro si sono nascosti in Canada e in Francia per vent’anni e sono tornati solo adesso, per fare i comodi loro. E la gente ci casca, perché il popolo è stupido. Quando ci sono le elezioni puntualmente esce qualche video di un occidentale a caso che parla male di Dio, ovviamente segnalato dai religiosi e poi rilanciato da tutti i media: così, anziché preoccuparsi di capire chi è la persona giusta da votare, si parla solo di quello e all’improvviso tutti si riscoprono devoti e desiderosi di votare i difensori della fede. Loro creano il problema e fanno finta di trovare la soluzione. Purtroppo va così in tutto il mondo: Saddam non va bene all’America – l’America dice che Saddam ha armi chimiche – andiamo tutti a fargli la guerra, così lo leviamo di mezzo.

B: Riguardo alla famosa primavera araba, che è partita proprio dalla Tunisia: sei d’accordo con chi pensa che è stata una rivoluzione pilotata dall’Occidente, o credi che invece sia scaturita naturalmente dall’esasperazione del popolo?

K: Credo sia stata pilotata. Di preciso nessuno sa come – nel mio piccolo io ho sentito almeno dieci versioni diverse – ma sicuramente è stato così. Volevano togliere di mezzo Ben-Ali, ma la cosa gli è sfuggita di mano e ora si ritrovano gli islamisti al potere, che da soli non ce l’avrebbero mai fatta ad arrivare al governo, neanche in un milione di anni. Evidentemente chi ha voluto la rivoluzione è un occidentale, che non si aspettava che poi i tunisini votassero per i religiosi. E aveva ragione a pensarla così, perché noi non siamo mai stati così religiosi: eravamo per il vivi e lascia vivere. Ed eravamo tutti molto informati, perché Ben-Ali ci aveva portato la tecnologia, cosa che ci aveva aperto gli occhi su tante cose: Internet costava 60 euro all’anno, un computer 120 in totale, te lo forniva il governo e lo pagavi a rate. Sicuramente era una dittatura, e sicuramente c’erano tanti altri problemi, ma certo non quello della religione. Ormai, invece, il problema non è neanche più quanto credi in Dio, ma come ti vesti, se hai tatuaggi, se fumi… È un dramma.

B: E ora com’è la situazione?

K: Una merda. Con che coraggio puoi parlare in nome di Dio dopo aver ucciso Benaid, una persona che combatteva da sempre per i diritti del popolo e dei poveri? Dio è amore, non è ammazzarsi a vicenda. Chiunque sostenga il contrario è pazzo. Così come è pazzo chi è talmente ossessionato dalla donna e dal sesso da preoccuparsi continuamente di quanti centimetri di pelle restano scoperti o di quante ciocche di capelli si intravedono.

B: Tornando alla musica, com’è la scena hip hop in Tunisia?

K: Peggio di quella italiana! (ride) Tantissimo fumo, pochissimo arrosto. Funziona soprattutto il rap religioso: quello in cui si nomina continuamente Dio e si parla di buoni sentimenti, di nostalgia della patria. Se io ad esempio parlassi male delle ragazze italiane e raccontassi quanto mi mancano i profumi del cibo e le voci della famiglia, sicuramente il mio album diventerebbe un bel prodotto commerciale che potrebbe sfondare in radio e nei negozi. Con grande orgoglio dei miei connazionali, tra l’altro, che sarebbero anche molto felici di vedermi nelle tv e nelle radio italiane. I miei video e la mia musica sono qualitativamente superiori, rispetto a quelli che si producono in Tunisia, quindi mi accoglierebbero a braccia aperte se solo cambiassi messaggio e mentalità, anche perché laggiù adorano tutto ciò che arriva dall’estero. Io invece ho voltato le spalle a tutto questo per combattere non solo in favore di un certo tipo di musica, ma soprattutto in favore di un pensiero.

B: A proposito di estero, tu hai una distribuzione molto prestigiosa: quella di Def Jam…

K: Ci siamo arrivati grazie a Yung-Lee, il mio produttore. Lui ha girato in tutto il mondo: è un algerino di madre filippina, nato in Francia e vissuto in America, anche se momentaneamente è a Roma. In questi anni si è creato un giro di amicizie molto internazionale e quando ha iniziato a produrre me ha fatto ascoltare qualcosina alle sue conoscenze, tra cui anche quelli di Def Jam. Loro hanno detto che sarebbero stati interessati a distribuirmi, a patto però che io mettessi nel progetto anche qualcosa di spendibile sul mercato internazionale, come un ritornello in inglese. Spero che la collaborazione vada avanti, soprattutto con il mio prossimo lavoro, che per me è quello più importante: sono stato fermo due anni, perciò considero Zoufree quasi una compilation in cui ho raccolto i vari pezzi che avevo prodotto in quel periodo.

B: Ci stai già lavorando?

K: Sì, si intitolerà Berber alert. Inizialmente volevamo chiamarlo Arabic Alert, ma piano piano sto scoprendo che le mie radici sono molto più berbere che arabe. È un’etnia diversa, in Tunisia siamo circa 300.000, e la famiglia di mio padre viene da lì: non se ne parla molto perché vivono molto in disparte, trattandosi in sostanza di beduini, però sono molto avanti. Sono divisi in tribù, ma non tutte sono musulmane: alcuni sono ancora animisti e pagani, altri ebrei, altri ancora cristiani. Voglio realizzare un disco che sia molto puro nel suono e nei contenuti, ma soprattutto che contenga un tipo di musica diversa: senz’altro qualcuno la scambierà per musica araba, ma in realtà si tratta di musica berbera. Usano altri strumenti musicali, più poveri nel materiale ma più ricchi a livello di sonorità. E io ci ho aggiunto anche una serie di suggestioni ancora più ricercate… Con questo, ripeto, non voglio minimizzare il lavoro fatto con Zoufree, però non ha né un filo conduttore né una vera e propria sperimentazione di un sound nuovo, a differenza del prossimo.

B: A proposito del tuo stop di due anni, visto che il motivo è ormai trapelato, ti va di raccontarci con parole tue cos’è successo?

K: Sono stato arrestato a causa di alcuni “capricci”, diciamo così. Ho passato un anno intero agli arresti domiciliari, e l’unica persona che potevo vedere era mia madre, che mi portava la spesa. Fortunatamente non mi sono mai sentito davvero solo, perché sentivo spesso il mio produttore tramite Skype e quindi riuscivamo a lavorare comunque tutto il giorno. Il secondo anno invece avevo un po’ più libertà, ma neanche tanta: avevo degli orari da rispettare per forza e non potevo vedere praticamente nessuno. Dovevo frequentare gente che non fumava, non pippava e non aveva precedenti penali: trovameli a Milano, soprattutto nella scena rap! (ride) Inoltre dovevo frequentare per forza una strizzacervelli, per imparare a fare il bravo…

B: E tutte queste limitazioni hanno in qualche modo influenzato il mood dell’album?

K: Musicalmente quest’esperienza non mi ha arricchito tanto, ma la solitudine mi ha senz’altro portato ad essere più riflessivo e paziente, cosa che spero si rifletta nei miei testi. Ho imparato tante cose e sono cresciuto come persona.

B: Tra l’altro molti rapper in Italia fingono di avere precedenti penali o di fare un’intensa vita di strada. Tu che ci sei passato davvero non hai mai la tentazione di “sfruttare” la cosa a beneficio della tua immagine?

K: Chi non ha mai fatto il gangster cerca di dimostrare il contrario, chi invece ha vissuto davvero certe situazioni cerca di ignorarle. Quelli che rappano continuamente della vita di strada mi sembrano molto insicuri, un po’ come gli arabi quando rappano sulle donne… (ride)

B: Qualche anno fa hai pubblicato un album con Universal, Karkadance. Lavorare con una major è un’esperienza che ripeteresti?

K: Solo ad alcune condizioni. All’epoca il mio progetto era nato in maniera strana, perché era già presente su Internet ed era stato stoppato per poi essere ripubblicato da Universal il mese successivo. Abbiamo fatto tutto molto di fretta, e nella fretta del momento mi sono state fatte numerose proposte: quando ho cominciato a dire di no a quelle che non mi andavano bene sono all’improvviso diventato un artista non più così interessante, perché evidentemente loro speravano di sviluppare la mia carriera in un’altra direzione, rispetto a me. Naturalmente non è più come ai tempi in cui le discografiche prendevano un artista e lo costruivano da zero, ma comunque cercano di dare a tutti i personaggi sotto contratto con loro un certo tipo di immagine. Ad esempio mi hanno caldamente invitato ad aprire i live di Marracash: è un artista che stimo tantissimo, ma non avevo voglia di farlo perché, come dicevo prima, non mi piace sfruttare la fama della Dogo Gang. Come sponsor, poi, volevano impormi una famosa marca di tute, così sarei sembrato il classico maghrebino appena sbarcato a Lampedusa… Alla fine tutto si è concluso in un nulla di fatto, è davvero un miracolo che io sia riuscito a vendere 5.000 copie senza praticamente promozione.

B: Progetti futuri?

K: Mi impegnerò al 100% su Berber Alert, e spero che la differenza con ciò che ho fatto prima sarà evidente a tutti. Non so ancora esattamente quando uscirà, ma il primo singolo dovrebbe essere già fuori in primavera.