2 Fingerz: l’intervista

by • 30/05/2012 • IntervisteComments (0)1020

C’è una cosa salta immediatamente all’occhio, stringendo la mano ai protagonisti di questa intervista: i 2 Fingerz hanno l’aria rilassata, felice e soddisfatta di chi fa quello che gli piace ed è premiato dai risultati e dai riscontri. Piaccia o non piaccia, il loro approccio all’hip hop è assolutamente personale, genuino e spontaneo, e il pubblico lo ha premiato su più fronti. E a rifletterci un attimo, comunque la si pensi, è sempre un bene che esistano anche approcci del genere, perché aiutano a spostare l’orizzonte un po’ più in là e a inventare nuove prospettive per il futuro.  Anche quando vengono etichettati come “hip house” su Wikipedia e quindi è più difficile sposarli in toto, almeno per le frange più tradizionaliste della scena. Fate uno sforzo di fantasia: immaginate un mondo in cui l’hip hop è soprattutto lo spirito con cui si fa musica, più che un certo uso della batteria, un campione di fiati dal suono classicheggiante o un flow solido e quadrato. In questo magico mondo, in cui le paranoie si riducono esponenzialmente e le nuove esplorazioni sonore si moltiplicano, il loro ultimo album Mouse Music è uscito proprio ieri: li abbiamo incontrati per parlare del progetto e di tutto ciò che ci gira intorno.

Blumi: Un sacco di volte si è detto in passato che il rap italiano finalmente ce l’aveva fatta e aveva svoltato. Questa è una di quelle volte. Secondo voi è finalmente quella buona?

Danti: Secondo me l’hip hop italiano ha svoltato già da un po’: dal mio punto di vista quando un genere si radica anche nei suoi diversi sottogeneri, vuol dire che ha preso piede, ed è proprio quello che sta succedendo. Una volta esistevano solo due tipi di rap: quello mainstream e quello underground. Adesso c’è quello danzereccio, quello politico, quello simpatico, quello antipatico e via dicendo. Credo che stavolta sia arrivato per restare. Certo, poi magari tra un anno finisce tutto… (ride)

B: Parlando di sonorità variegate, le vostre non sono tradizionalmente hip hop; col progredire del cambiamento, cambiava anche il vostro rapporto con la scena rap?

D: Vado da sempre nello stesso posto a fare colazione; magari lo faccio con un vestito diverso, ma il cappuccino e la brioche li voglio sempre uguali a prima. La stessa cosa vale per l’hip hop: sono cambiate le sonorità, ma l’affezione al genere e i rapporti con le persone con cui abbiamo sempre lavorato sono ancora gli stessi. È come se domani iniziassimo a fare pop, o lo facesse un nostro amico, e per questo motivo ci togliessimo il saluto a vicenda: impossibile anche solo da pensare…

Roofio: Anzi, secondo me mischiare il piano affettivo con quello professionale non ha senso. Io sono amico anche di rapper scarsini o di persone che artisticamente non apprezzo granché. E non ci vedo davvero niente di strano.

D: Ci sono alcune persone che fanno dei lavori per cui non potrebbe mai esserci un rapporto d’amicizia: quello del rapper (ma anche quello del cantante pop, intendiamoci!) non è uno di questi, ovviamente.

B: Continuando sul sound, le vostre produzioni sono poco italiane e molto nordeuropee. Quali sono le vostre influenze?

R: In effetti nell’ultimo anno ho ascoltato tantissima musica elettronica indipendente, soprattutto proveniente dal nord Europa. Ad esempio Grum e Rusty, ma anche Calvin Harris, che già potrebbe essere considerato mainstream. In ogni caso ho cercato di fare un lavoro di ricerca sui nuovi nomi, sfruttando soprattutto canali come Beatport, che sono di grande ispirazione.

B: Visto che quello è il vostro immaginario di riferimento, avete mai pensato di “migrare” all’estero come hanno fatto diverse altre realtà italiane simili a voi?

R: Penso che sarà una scelta naturale, quando arriverà. L’aspirazione di qualsiasi produttore è di lavorare a livello internazionale, prima o poi, e noi non facciamo eccezione. Quando arriverà il momento, saremo pronti.

B: La lista delle vostre produzioni e collaborazioni è impressionante e lunga. Come mai così prolifici?

D: Non abbiamo nemici e andiamo d’accordo con tutti, quindi finiamo per collaborare con molte persone diverse.

R: Ci piace molto collaborare, confrontare le idee, lavorare…

D: Lavorando tanto, finisci per collaborare tanto.

R: La maggior parte dei nostri featuring, oltretutto, nascono da un rapporto personale con l’artista; è difficile e raro fare qualcosa con persone che non ci piacciono, o a cui non piaciamo noi.

B: Voi vi occupate di moltissime cose diverse: producete, rappate, siete una presenza fissa in radio… Qual è l’aspetto di cui vi sentite più soddisfatti?

R: Per quanto mi riguarda, senz’altro la produzione, ma anche lavorare in radio è una cosa che adoro e che spero di poter fare per il resto dei miei giorni. Finché non mi mettono sottoterra, sul serio.

D: Non sarebbe male… “Ohi, sei in onda! Ci sei? Come va là sotto? Se ci sei batti un colpo!” (ridono entrambi, ndr)

B: Molti altri rapper hanno un pubblico molto definito: piacciono soprattutto a questo o a quel sottogenere di persona. Il vostro invece è meno inquadrabile. Chi sono i vostri fan?

R: Bella domanda!

D: Secondo me i nostri fan sono quelli del “di tutto un po’”. Non sono estremisti in nessun campo e amano dimostrarlo: hanno delle priorità nella vita, che però non sono necessariamente un certo tipo di musica o le idee politiche. Sicuramente hanno dei valori veri, diversi però da quelli che vanno per la maggiore tra i soliti noti.

R: Credo che amino soprattutto divertirsi: odiano la violenza, soprattutto quella verbale. Preferiscono farsi una risata piuttosto che farsi venire l’ulcera rimuginando: ho l’impressione che quelli che ascoltano noi siano più simpatici e solari degli ascoltatori-tipo del rap “tradizionale”, per così dire.

B: A proposito di questo, siete un raro esempio di rapper autoironici: secondo voi, perché si prendono tutti così sul serio?

R: Il perché bisognerebbe chiederlo a loro, noi possiamo dire il perché non lo facciamo! (ride)

D: Noi abbiamo deciso di prendere molto sul serio il non prenderci sul serio, è un po’ il cardine della nostra musica. C’è un lavoro vero e molto impegnativo dietro ad ogni nostro pezzo, ma vogliamo mostrare alla gente che ci divertiamo, che ci piace prendere le cose con leggerezza, che non aspiriamo a diventare dei maestri di vita. In alcuni pezzi parliamo anche di cose importanti, come di politica o della crisi: però ne parliamo in modo molto ironico, cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno. È vero, c’è crisi, ma continuare a ossessionarci e a tormentarci non la farà certo passare. Meglio farci una bella risata.

R: Sia chiaro, però, che non per questo discriminiamo chi fa rap con toni più seri. Stimiamo moltissimi artisti diversi da noi sia nella forma che nel contenuto. Ciascuno ha il suo modo di fare musica, semplicemente.

D: Diciamo che il nostro filone è più quello di gente come Caparezza: un pezzo come Vieni a ballare in Puglia mi fa venire voglia di ballare, ma leggendo il testo mi viene voglia di spararmi, visto che è una riflessione sullo stato tragico del sud Italia… (ride)

B: Restando in tema di situazioni tragicomiche, il ritornello di Sha la la la la è una presa in giro delle classiche problematiche discografiche per cui ogni canzone va costruita per piacere a tutti: un po’ più così, un po’ meno cosà… Voi ci siete mai passati?

R: La fissa di scrivere il pezzo della vita, quello che arriva a tutti, ce l’ha qualsiasi musicista; l’idea di voler scrivere a tutti i costi un tormentone, però, è un po’ diversa.

D: Son tutti bravi a dirti quello che devi fare perché la tua musica abbia successo o piaccia. Solo che un sacco di gente lo fa a posteriori, anziché a priori: “Te l’avevo detto che quel pezzo era forte!”. Grazie, dopo che è uscito e ha avuto successo, siam bravi tutti a dirlo! Poi ci sono quelli che intervengono a monte, magari proprio dicendoti che dovresti fare un pezzo un po’ più “Sha la la la la”. Ma se sei così capace di intercettare e concretizzare i gusti della gente, allora fallo tu, perché lo chiedi a me? Dal fan al tizio in discoteca passando per il tuo vicino di casa, trovi sempre una marea di persone che pensano di essere in grado di darti dei consigli, ma alla prova dei fatti quei consigli non hanno proprio i risultati sperati… Ti dicono come devi fare la tua musica, ma non sanno dirti come si fa. Anche perché altrimenti lo farebbero loro, non lascerebbero il compito a te! (ride)

B: Il consiglio più assurdo che avete ricevuto finora?

R: Mia mamma mi ha suggerito di fare una canzone con la fisarmonica (ridono come due pazzi, ndr)

B: Beh dai, alla mamma si perdona tutto…

D: Ma non la fisarmonica!

R: Eppure ce ne sono, di pezzi di successo con la fisarmonica. Prendi Ai se eu te pego: lì la fisarmonica c’è.

D: Ora che ci penso, anche Caparezza l’ha usata. Okay, rivalutiamo la fisarmonica e facciamo un appello a Raul Casadei perché ci conceda un featuring sul prossimo disco. Mi raccomando, questo è uno scoop!

R: Aprite subito un topic per parlarne! (ridiamo tutti, ndr)

B: Parlando di featuring, avete coinvolto Max Pezzali e ripreso il ritornello di Non me la menare degli 883 (nel brano è presente anche J-Ax, ndr)…

R: È dedicata a tutti gli utenti di Hotboards. E più in generale, a tutti i puristi repressi che scrivono cose senza senso sui forum. Scrivilo, sul serio! (ride)

D: Vi rendete conto? Siamo riusciti a convincere Max Pezzali a cantare “Tanto lo sapevi che non ero un b-boy”… (ride)

B: A proposito di Max Pezzali, farete parte anche voi del famoso rifacimento di Hanno Ucciso L’Uomo Ragno che coinvolgerà vari esponenti dell’hip hop italiano?

D: Sì, ci saremo, e abbiamo rifatto Sei uno sfigato. Tra l’altro, volendo continuare il filone noi-Max-Ax, abbiamo ripreso un pezzo di Ax che si chiama Mr gilet di pelle e lo abbiamo messo nel ritornello. Il risultato ci diverte tantissimo! Siamo davvero felici che ci abbiano coinvolto nel progetto.

B: Anche voi fan della prima ora degli 883?

D: Chiaramente.

R: Gli artisti che fanno parte della nostra generazione sono tutti fan degli 883. Chi dice il contrario secondo me mente: è come dire che non hai mai ascoltato Cristina D’Avena.

D: Di cui magari hai il poster ancora appeso in cameretta…

B: Riguardo alle persone con cui collaborate abitualmente, come proseguirà il vostro sodalizio con Dargen?

R: Ormai è come se fossimo parenti.

D: Scrivere il suo nome tra i featuring è quasi superfluo. Anzi, nel prossimo disco faremo un pezzo con lui e non lo scriveremo, in modo da creare più rumore: “Ma come, non avete fatto niente con Dargen?”. Si scatenerà l’inferno, già m’immagino i commenti: non siete più quelli di una volta, sucker di merda, fate schifo… (ride)

B: Cambiando discorso, voi fate un uso molto creativo dei video: l’obbiettivo unico nel suo genere che avete usato solo voi per l’ultimo clip, il video-teaser per spiegare come fare parte della scenografia, all’Mtv Day, i video online uno a settimana…

D: Oggi come oggi, la tecnologia ti dà la possibilità di sviluppare idee che fino a vent’anni fa erano irrealizzabili, perciò per noi è tutto un enorme parco giochi. Avendo tante idee e avendo finalmente i mezzi per concretizzarle, lo facciamo, visto che il progetto funziona. Anzi, a dire il vero lo facevamo anche prima che funzionasse: darci da fare ci ha portato bene.

B: Che consiglio dareste alle persone che vorrebbero seguire il vostro stesso percorso, partendo dall’hip hop ma distaccandosi e trovando una via personale?

R: Crederci, fino a che non ti esce sangue dal naso dallo sforzo. La tenacia è senz’altro il fattore più importante.

D: E non smettere mai di produrre, di provare cose nuove. Unito alla costanza, questo ti permette di portare a compimento quello che avevi in testa. A meno che tu non sia proprio un disastro di scarsezza senza speranza, chiaramente! (ride) Secondo me questo è un genere di musica che si può anche imparare; non è necessario stare seduto in attesa che l’ispirazione ti fulmini, insomma. Più fai e più sei bravo, quindi bisogna darsi una mossa.

B: Last but not least: progetti futuri?

D: Prima godiamoci il presente e poi parliamo del futuro.

R: L’unico vero progetto futuro è quello di fare un disco che ci piaccia davvero. Cosa che non è sempre facile come sembra.

 

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